Hola muchachos, que más pues?
Espressione tipica della regione di Antioquía e in particolare della città di Medellin. Impossible tradurla letteralmente, ma il significato è “come va? come stai?”
È uno slang, un’espressione simile al “Come butta, vecchio?” Che si usa a Venezia e dintorni.
Sul finire di viaggio mi ritrovo, come sempre, a tracciare un bilancio dell’esperienza, a ripercorrere mentalmente le tappe, i volti, le esperienze di vita, i momenti di stupore e di emozione pura, e come sempre è un po’ come viaggiare una seconda volta.
Questo paese e questo popolo mi hanno conquistato così tanto che la cultura Colombiana, Paisa in particolare (così si chiamano gli abitanti di Antioquía), mi ha pervaso ogni cm del corpo, dell’anima e del cuore.
È stato un viaggio diverso dai precedenti, arrivo a definirlo strano perché ci sono alcuni elementi che mi hanno impressionato e colpito in un modo inaspettato e, consentitemi di dire, sconosciuto.
Dal momento stesso in cui ho mosso i primi passi fuori dall’aeroporto di Medellin ho avvertito la sensazione di “essere a casa”.
È una cosa che non riesco a spiegare bene, non la so nemmeno interpretare e l’unico modo con cui riesco a darle un senso è ricorrere a ciò che ho appreso in India, a proposito del Karma e della reincarnazione.
Solo una precedente vita passata qui, può spiegare il perché decine di volte abbia provato la sensazione del dejavu percorrendo a piedi una calle, o mangiando per la prima volta cibi di cui mi è sembrato conoscere già il sapore, o il sentirmi integrato in una città, tra persone sconosciute, come se fossi in Italia. Solo così posso spiegare come sia possibile parlare una lingua straniera, mai studiata in precedenza, in soli 4-5 giorni. Per carità, lo spagnolo assomiglia molto all’italiano ed è per tutti noi molto facile capirlo, ma non è altrettanto semplice parlarlo. Molte parole, che si scrivono e pronunciano in modo identico all’italiano, hanno in realtà significati opposti o quantomeno diversi. La costruzione delle frasi è un po’ diversa e i verbi seguono coniugazioni sensibilmente differenti dalle nostre. Eppure, senza aprire un libro, senza installare alcuna app per l’apprendimento della lingua e senza l’aiuto di nessuno, in modo del tutto immediato e spontaneo ho iniziato a parlarlo fluentemente al punto che la gente, pur capendo che non sono Colombiano, non è in grado di stabilire la mia provenienza.
È triste dover rientrare…..ecco stavo per dire a casa, ma a questo punto cos’è “casa”? Dov’è, soprattutto.
Casa è dove ci sono gli affetti, di solito, o dove si lavora. Per me casa è dove sento di essere a mio agio, dove sento di poter trovare un rifugio quando ce n’è bisogno e più di ogni altra cosa: casa è dove immagino me stesso proiettando la mia vita nel futuro.
Sono arrivato qui il 10 settembre e sono bastati solo 4 o 5 giorni per farmi capire di essere tornato a casa, appunto.
Per questo, non so esattamente quando, ma so con certezza che verrò presto a vivere qui.
Qui ho iniziato ad immaginare un nuovo futuro e qui ho intenzione di realizzarlo e di realizzarmi.
Fare lo chef -anzi il cuoco, perché chef mi sembra sempre un filino troppo presuntuoso per uno che ha iniziato a cucinare seriamente solo da qualche anno – mi regala l’impagabile libertà di decidere dove vivere, essendo totalmente svincolato dal concetto di distanza casa-lavoro.
Pertanto già da qualche settimana i miei pensieri sono orientati in questa direzione e sono certo che molto presto saranno tradotti in fatti concreti.
Detto questo voglio condividere alcune considerazioni sul paese e sul viaggio in sé, con l’intento e la speranza che possano essere utili a chi ha nella wishlist questa destinazione.
Innanzitutto il tema centrale in ogni conversazione in cui compare il nome Colombia: la sicurezza.
È un argomento complesso che non ho la pretesa di risolvere e sbrigliare con un post su un social e sulla base di un’esperienza durata solo 2 mesi e mezzo, ma voglio chiarire alcuni punti chiave sfatando alcuni miti.
Primo su tutti il narco traffico, di cui tutti abbiamo letto, parlato e visto film e serie TV e che ha tanto terrorizzato la Colombia, il Sud America e il mondo in generale.
Bene, i cartelli Colombiani sono morti con Pablo e da lì in poi la coltivazione della Coca, che secondo gli ultimi rapporti ufficiali è aumentata del 20% nell’ultimo anno, sono in mano ai guerriglieri. La Colombia non distribuisce più Cocaina, come faceva un tempo, oggi è diventata un “service” dei cartelli Messicani che la consegnano in tutto il mondo. E indovinate un po’ chi sono gli acquirenti principali che controllano il traffico europeo: Camorra e Ndrangheta. Organizzazioni che prima trattavano con Pablo, poi con il Chapo e così via.
Bene, di questo aspetto non si ha alcuna percezione diretta vivendo le città e i pueblos però c’è, è innegabile e va tenuto in considerazione quando si viaggia da queste parti. Ci sono alcune regioni molto remote, in mezzo alla giungla e alla natura più selvaggia, dove non si deve proprio andare perché è in corso da anni una guerra Stato-Guerriglieri che non fa prigionieri e non guarda in faccia niente e nessuno.
Se si è sufficientemente sani di mente e ci si orienta nel visitare i siti turistici più conosciuti, le città più grandi e i pueblos più tranquilli non si corre alcun rischio.
Quello che sto dicendo è dettato unicamente da ciò che ho sentito nei vari telegiornali nazionali e locali, che ho letto sui periodici o di cui ho parlato con la gente del posto, perché se vi dovessi raccontare solo la mia personale percezione della sicurezza, beh a me è sembrato di essere in un paese come un altro e in molti casi mi sono sentito anche più sicuro che in alcune zone d’Italia.
Il tessuto politico e sociale Colombiano è fortemente permeato dalla corruzione, a tutti i livelli dello stato e delle sue emanazioni. E se è vero il detto che “il pesce puzza dalla testa” beh, qui il presidente in carica è l’espressione diretta del concetto essendo stato recentemente coinvolto in uno scandalo che ha portato in carcere il figlio per via di un flusso di denaro sporco che ha finanziato la campagna elettorale del padre. Parliamo di fondi che ammontano al 40% del totale raccolto. Leggendo le notizie e seguendo la vicenda mi sono trovato diverse volte a sperimentare due sensazioni precise: la prima di disappunto e la seconda di comparazione. Cioè, all’inizio mi sono detto che uno scandalo del genere dovrebbe naturalmente portare alle dimissioni del presidente, ad indire nuove elezioni o addirittura ad una rivoluzione in piena regola, cose che invece non succedono.
La seconda è la comparazione con l’Italia. Mi sono venuti in mente Andreotti, Berlusconi, Craxi (l’unico ad aver pagato) solo per citarne alcuni, per ammettere con una certa amarezza che forse l’indignazione che si prova all’estero per fatti di questo tipo non trova una corrispondenza in Italia, dove sembriamo essere tutti assuefatti a notizie e scandali simili e continuiamo ad eleggere e consegnare il potere nelle mani di persone che non fanno altro che mantenere lo status quo, cambiando casacca e vestito.
Cambiando leggermente argomento, ma parlando sempre di sicurezza, spendo alcune righe sulla microcriminalità delle città.
Medellin è una città da 2 milioni abitanti, Bogotà ne conta oltre 7 milioni ed in entrambe, così come in altre città del paese, esiste un tasso di povertà spaventoso. Dove c’è povertà, c’è fame e dove c’è fame c’è criminalità. Questo è un assioma assoluto che vale in ogni angolo del pianeta, ad eccezione forse dell’India e della Cina, dove per ragioni diverse, culturali e sociali, la criminalità non ha modo di imporsi sulla quotidianità della popolazione.
Qui come in tanti altri posti del mondo invece, ci sono zone e orari in cui è consigliato non avventurarsi in giro per la strada, né da soli, né in compagnia.
Parlo dei barri, dei quartieri più poveri, quelli in cui è normale incontrare persone che vivono in strada, o in case piccolissime in cui si concentrano decine di persone.
Ecco, da quelle parti, alle due di notte, soli e con un orologio al polso è impensabile camminare, ma chi lo farebbe? Qui in Colombia o in qualsiasi altra grande città del mondo.
Qualcuno di voi lo farebbe mai a Napoli nei quartieri spagnoli? O a Rho? O a Chicago e Miami? La risposta ad una domanda che vuol essere ovviamente retorica, è NO!
Quindi, passando al setaccio l’argomento microcriminalità colombiana vi dico che si può visitare in sicurezza Medellin e la Colombia a patto di osservare le più comuni regole di buon senso quando si è in viaggio.
Concludo il discorso dicendo che tutte le persone che ho conosciuto a Medellin mi hanno sempre messo in guardia dai pericoli. Il tassista per esempio, che passando in una zona malfamata e vedendo che maneggiavo il telefono con il finestrino aperto, mi suggeriva di fare attenzione perché ci sono borseggiatori che si affiancano con lo scooter e ti strappano il telefono di mano. Voi direte che sono ormai di parte, ma a me è venuto in mente quello che succede a Napoli, Milano etc dove gli stessi professionisti del furto ti spaccano il finestrino, ti puntano una pistola e ti rubano l’orologio.
Alte volte sono stato messo in guardia dall’addentrarmi in un quartiere piuttosto che in un altro, anche di giorno, e devo dire che per un po’ ho seguito i consigli. Poi però, dopo qualche settimana, forte anche di una sopraggiunta maggiore confidenza con luoghi, usanze e persone, ho casualmente visitato alcuni dei quartieri più poveri. L’ho fatto di giorno e in compagnia di altre persone e vi posso dire che, a parte qualche episodio singolare e bizzarro, non ho corso il benché minimo rischio.
Voglio spiegare cosa intendo per bizzarro.
Premetto che la città Medellin, ma credo tutte le città della nazione, sono catalogate con un sistema chiamato “Estrato” che classifica il livello di povertà-ricchezza di ogni Barrio. Si tratta di una scala che va da 1 a 7 dove 1 è il minimo e 7 è il massimo.
Non ho mai visto né visitato alcun Barrio di estrato 1 e 2, credo onestamente che siano le comunas, le baraccopoli più povere e più abbandonate dallo stato e da Dio.
Pero ho visitato un barrio di estrato 3, Caicedo, dove si tocca con mano la durezza della vita di strada.
Stavo camminando con altre due persone, seguendo un marciapiede di una delle strade principali.
La larghezza dello stesso non ci consentiva di camminare tutti e tre affiancati e così sono sceso dal marciapiede e ho continuato a camminare per qualche metro stando vicinissimo al bordo. Era una strada normale, forse un po’ più stretta di altre e un autobus di linea, fortunatamente di dimensioni ridotte, mi ha letteralmente colpito in testa, da dietro, con lo specchietto laterale. Andava piano per mia fortuna, ma mi ha quasi fatto cadere a terra. Dopo aver capito cos’era successo mi sono girato verso l’autista, con l’intenzione di ucciderlo e passare il resto della vita in galera – scherzo ovviamente – ma mi sono sentito spiazzato e disorientato nel vedere che mi chiedeva scusa ridendo. Da quel giorno non sono più sceso dal marciapiede e ho iniziato a fidarmi meno di chi conduce un mezzo di trasporto a motore e non, anche perché ogni volta che si sale in taxi, in autobus o in pullman con cui effettuare un tragitto più lungo bisogna proprio farsi il segno della croce e mettersi nelle mani del destino. Il codice della strada è stato scritto e pubblicato al solo fine di adempiere una formalità perché nom viene rispettato da nessuno o quasi e posso dirvi con certezza assoluta che gli unici mezzi sicuri sono i trasporti pubblici: metro, autobus e tranvia. Vabbè anche in taxi non è che ho rischiato la vita…o forse si, il giorno dell’inseguimento ![]()
Dopo tante cose negative voglio passare a quelle positive che fortunatamente sono molte di più.
La prima, la più importante e la più ricca di queste è l’accoglienza genuina e calorosa della gente. I Colombiani sono persone allegre, educate, generose e magnificamente libere dai canoni e dagli stereotipi delle società occidentali. Mi spiego meglio, anche qui come nel resto del mondo si lavora per i soldi e per i soldi si è disposti a sacrificare una parte significativa del proprio tempo, ma la sensazione che si avverte è che il denaro non sia sempre indiscutibilmente al primo posto. La gente si diverte ancora con cose semplici, condividendo momenti ed esperienze con amici, connazionali o sconosciuti che vengono da altri paesi.
Il razzismo è completamente assente e individui di ogni razza, cultura e religione convivono pacificamente.
Il sorriso, la musica e il divertimento sono costanti nelle giornate di ogni Colombiano. Non ho incontrato un solo muso lungo, uno sguardo storto, una parola detta bruscamente, un gesto scortese….niente di niente. Ogni singola persona incontrata, per un minuto o per un giorno, in ogni luogo visitato, mi ha accolto e ben voluto più di quanto mi aspettassi.
Vi dirò di più, spesso mi sono ritrovato a voler ricompensare economicamente tanta amorevolezza, salvo poi provare imbarazzo di fronte al rifiuto di accettare del denaro. E questo è qualcosa che non può e non deve essere ignorato.
Il clima, per andare oltre, è un’altra cosa che rende stupefacente e meravigliosa la Colombia. È impossibile definirlo in modo univoco, data la sua collocazione geografica a cavallo tra i tropici e l’equatore, che crea differenze sorprendenti da una zona all’altra.
Mi è capitato spesso, percorrendo tratti relativamente brevi in taxi, di sperimentare caldo estivo e dopo nemmeno 5 km freddo autunnale. La pioggia poi è un elemento che cambia ulteriormente la percezione della temperatura e dell’umidità. Il clima in quota è invece una cosa completamente diversa da come siamo abituati a concepirla noi. Qui per trovare la neve bisogna salire oltre i 5000 metri sul livello del mare, perché sotto di questa si coltivano mango e banane e la temperatura si abbassa solo di qualche grado rispetto alle città. Tenente presente che Medellin si trova comunque a 1200 metri, Bogotà a 2200 se non erro, quindi ben più in alto di qualsiasi capoluogo italiano.
Mi è capitato di visitare un pueblo a 2700 metri e di rendermi conto di cosa vuol dire vivere a queste altitudini dopo aver sperimentato la ridotta capacità di estrarre ossigeno dall’aria respirando. Camminavo per strada, rilassato e distratto e ad un certo punto, dopo pochi metri, ho avvertito un senso di affanno e spossatezza che si è placato temporaneamente solo inspirando profondamente e ripetutamente dalla bocca. È una sensazione fastidiosa e credo che non ci sia alcun modo di abituarcisi.
In ogni caso la regione di Antioquía è contraddistinta da un’unica stagione per tutto l’anno: l’estate. A Medellin si dice che sia sempre primavera ed è abbastanza vero, ma dal mio punto di vista il clima ideale è a San Carlos, a oriente di Antioquía. Li è davvero eterna primavera ed è assolutamente magnifico.
La vegetazione è un miracolo della natura, di Dio, di chi volete voi. È rigogliosa, lussureggiante, così fitta da non riuscire mai a vedere il suolo e la cosa che adoro di più è che anche le città sono ricchissime di alberi e piante. Affermo con certezza assoluta che Medellin è la città più verde che abbia mai visto in vita mia. Ci sono viali e quartieri in cui sembra di essere in una strada in mezzo all’Amazzonia. È semplicemente meraviglioso.
La cultura popolare, i cosiddetti costumi locali, sono caratterizzati da un tratto comune a tutti, uomini e donne, bambini e anziani ed è la sensualità. Questo è un tratto innato di ogni Colombiano, c’è poco da girarci attorno ma qui anche un senzatetto ha un modo di parlare, di scherzare e di muoversi che trasuda sensualità. Spero di essere comprensibile e di non essere frainteso a causa di un luogo comune a cui spesso siamo abituati dalle nostre parti. Non sto parlando né di sesso né di prostituzione, che di sicuro non mancano eh, però non è questo che mi riferisco. Ciò che intendo dire è che l’aspetto che più risalta nel comportamento locale è proprio l’essere seducenti e ammalianti, senza alcun secondo fine e che piaccia o no, è estremamente attrattivo per chi è abituato a usanze molto più fredde e distaccate.
Se volete un esempio concreto di quanto sto dicendo provate a tradurre il testo di una qualsiasi canzone di Salsa e sarà tutto molto più chiaro.
La musica non può non essere menzionata in un post come questo, essendo radicata nella vita di tutti i giorni quanto lo sono l’aria che si respira e il suolo che si calpesta.
Per iniziare, facciamo un po’ di ordine. La musica nazionale Colombiana è il Vallenato, musica melodica, ritmata, coinvolgente e allegra. Essendo però vicinissimi ai Caraibi si sente di continuo la Salsa, che può essere diversi tipi. Quelli di cui ho parlato e capito qualcosa sono due: la Salsa Rosa o Romantica e la salsa Brava. La prima melodica e più lenta, la seconda più movimentata e coinvolgente. Se ve lo state chiedendo, no, non ho imparato a ballare, non c’è speranza.
Bene, la musica si ascolta ovunque e a qualsiasi ora del giorno e della notte, ad un volume da denuncia per disturbo della quiete pubblica. In alcuni quartieri, come Caicedo ad esempio, nei weekend lunghi può capitare che venga riprodotta dalle prime ore del venerdì fino alla notte del lunedi. Se vivi in un posto così ti devi attrezzare con dei tappi per orecchie professionali, altrimenti non chiudi occhio. Se però non hai intenzione di dormire, beh allora sei nel paese dei balocchi.
Il cibo, che un po’ per dovere di cronaca e un po’ per deformazione professionale deve rientrare in questa lista di descrizioni e particolarità, merita qualche riga.
Devo dire, con un po’ di delusione, che mi aspettavo qualcosa di più di quanto ho trovato. Alcune pietanze sono davvero troppo pesanti per essere mangiate regolarmente e l’abuso della frittura rende il pasto quasi sempre molto pesante da digerire. Ho assaggiato molti cibi, molto diversi tra loro, cercando di mettere da parte pregiudizi e inibizioni culturali, allo scopo di sperimentare, conoscere, imparare e lasciarmi stupire. Per questo non mi sono tirato indietro quando mi hanno proposto le formiche culone, fritte, ne quando mi hanno servito una pietanza che si chiama Tamal e che si mangia a Bogotà. È un mattoncino di mazorca, mais cotto, ridotto a poltiglia, nel quale viene aggiunta carne di maiale. Ora, io detesto il mais, lo evito anche nelle insalate perché non apprezzo il suo sapore a mio avviso troppo dolce, però questo non sono proprio riuscito ad affrontarlo. Ho fatto fatica a deglutire il primo boccone, sarà anche per via del fatto che si mangia a colazione….orrore.
Da buon Italiano la colazione è e deve essere dolce, punto e basta. Mi piace cambiare di tanto in tanto e non disdegno uova e bacon, o affettati e formaggi, ma il Tamal….anche no.
Trovare un croissant degno di questo nome è impresa ardua, ovunque. I primi giorni mi svegliavo la mattina con l’intento di dedicarmi alla ricerca di una pasticceria dove poter incontrare il Santo Graal (un cornetto alla crema o al cioccolato) salvo poi rientrare alla base con un nulla di fatto. Mi sono però abituato a uova, arepa, quesito blandito (formaggio morbido) e platano che ho letteralmente scoperto. Credo sappiate più o meno tutti che si tratta di un frutto apparentemente identico ad una banana, ma che si può mangiare solo previa cottura. Ci sono due modi principali di cucinarlo: fritto o asado. Il primo non mi fa impazzire a causa del gusto misto fritto-dolce, il secondo invece è un’esplosione di sapore, talmente ricco e intenso che appena messo in bocca innesca un senso di incredulità e vi dico che la stessa sensazione l’ho provata anche mangiando una banana appena colta dall’albero: noi non abbiamo idea di quale sia il vero gusto di questo frutto, credetemi. Quelle a cui siamo abituati noi sono la brutta copia.
Di frutta ne ho assaggiata moltissima, anche grazie al fatto che in ogni luogo visitato ho chiesto alla gente del posto di indicarmi i negozi e i mercati rionali dove poter assaggiare le cose più particolari, ed è stato come fare un viaggio nel viaggio. La Chirimoya de tierra caliente, la guayaba, la pittaya e tantissimi altri. La frutta si consuma in grandi quantità e in molti modi. I frullati vanno alla grande dappertutto e mescolati con il ghiaccio sono venduti e serviti in ogni angolo delle città come rimedio per trovare sollievo dal caldo più intenso delle prime ore del pomeriggio. Il mio preferito è il mango biche, ovvero un frullato fatto con la polpa di un mango non maturo, verdissimo, a cui vengono aggiunti sale e zucchero in parti uguali insieme al ghiaccio. La prima volta che me lo hanno servito ne ho bevuti 3 di fila.
Anche il pane è distante anni luce da ciò a cui siamo abituati in Europa, perché non è mai croccante ed è quasi sempre dolciastro.
In questo percorso grastronomico durato due mesi e mezzo ho assorbito quanto più possibile tecniche e ricette e spesso ho immaginato come interpretare e “migliorare” i cibi che ho assaggiato.
Infine la natura, laddove per natura intendo proprio meraviglie naturali.
La Colombia è stata eletta il terzo paese più bello del mondo, dietro a Indonesia e Nuova Zelanda. La classifica prende in considerazione il solo aspetto naturalistico e sono d’accordo nel collocarla ai vertici della graduatoria. Io ne ho visto solo un pezzetto ed è bastato per impressionarmi. Per questo sono certo che la prossima volta ci saranno moltissime altre cose da vedere, ammirare e adorare.
Avrei mille altre cose da raccontare, ma credo che questo post sia già sufficientemente lungo. Ci saranno tempi e modi per conoscere più a fondo e raccontare più nel dettaglio ciò che scoprirò da qui in avanti.
Per adesso mi godo le ultime 2 settimane di Colombia, consapevole che quando sarò uscito dal paese orienterò i miei pensieri verso il giorno del ritorno.
Hasta luego y que le vaya bien a todos!


