Il mondo non aspetta chi corre

Medellín sfida Pablo Escobar

Oggi è iniziata la terza settimana a Medellin, ed è iniziata col botto grazie al museo di Pablo Escobar. Questo post tratta principalmente di questo e se qualcuno è sensibile all’argomento forse è il caso di fermarsi qui con la lettura.

Prima di raccontarlo dettagliatamente voglio inserire un po’ di contesto inerente ai giorni scorsi.

C’è un dato di fatto acclarato e palese a cui non posso sottrarmi: la musica scorre nelle vene dei colombiani alla stessa velocità e intensità del sangue stesso. Camminando per le strade, di giorno e di notte, la Salsa viene “pompata” a tutto volume da macchine, negozi e ristoranti praticamente senza soluzione di continuità. E la cosa che mi incanta è che tutti, ma proprio tutti, cantano mentre sono affaccendati a sbrigare compiti quotidiani, che siano lavorativi o meno non fa alcuna differenza. Il tassista, la commessa del negozio, la cameriera del ristorante, il parcheggiatore, il poliziotto, non resistono all’impulso istintivo di cantare appena sentono le note di una canzone conosciuta. Non so se dipenda da questo anche il fatto che gentilezza e sorriso siano così tanto impressi nei volti della gente, credo che aiuti sicuramente. Pertanto, volente o nolente, dovrò adeguarmi e mettere da parte tutta la mia incapacità di seguire qualsiasi ritmo. Dai, che forse è la volta buona che mi sblocco.

Nota di contorno e di passaggio all’argomento successivo: ho visitato alcuni quartieri decisamente poco raccomandabili, certo non i peggiori in assoluto, ma sino a questo momento non mi sono mai sentito in pericolo, neanche minimo. Ho incontrato facce poco raccomandabili certo, ho visto gente dormire per strada coprendosi con sacchi neri della spazzatura e sono stato in una zona chiamata Parque Berrio dove centinaia di ambulanti abusivi vendono la merce rubata in giro per la città a turisti e passanti. Nemmeno lì ho provato il senso di insicurezza che invece mi assale quelle poche volte in cui mi ritrovo mio malgrado a camminare di notte a Milano Centrale, in stazione a Padova, a Torino, o a Piazza del Popolo a Napoli. E a scanso di equivoci, per quanto tenti di camuffarmi il più possibile, che sono un turista ce l’ho scritto in fronte, mi vedono da 1 Km di distanza, credo che sentano perfino l’odore quando mi sto avvicinando, quindi se qualcuno avesse voluto provarci sarei stato il target ideale. Eppure, non è successo nulla, anzi, in molti casi in autobus, in metro e nel tram gli sguardi che incontro esprimono più ammirazione e curiosità che altro.

Non sono mancati momenti di tristezza ne.vedere le condizioni di vita di molti, come quelli che vengono chiamati “riciclatori”. Persone che vivono e dormono per strada e raccimolano qualche spicciolo aprendo i sacchetti della spazzatura, separando plastica e alluminio e facendosi pagare per il riciclo, non so bene da chi ma immagino dall’amministrazione comunale.

Ieri ho avuto il piacere di accompagnare per la seconda volta Dona Hortensia al mercato della frutta e della verdura, dove ho visto e assaggiato frutta mai vista prima. Devo dire che la qualità della verdura di questo mercato coperto non è delle migliori, anzi sono certo si tratti di merce di seconda e terza scelta, però alcuni frutti mi hanno proprio stupito. Uno in particolare che si chiama Zapote. Una via di mezzo tra un caco e una zucca, con un gusto che non so descrivere perché è completamente nuovo per me, diciamo che è dolce e aspro al contempo, si apre in modo curioso e contiene dei semi enormi che ti obbligano ad infilarti in bocca un blocco di polpa da succhiare per alcuni minuti.

Poi una verdura che assomiglia ad un pomodoro che si chiama Lullo con cui solitamente si fa il succo, una bomba vitaminica in piena regola. E ancora il pomodoro da albero, traducendo letteralmente, e altri che ho comprato che assaggerò stasera o domani.

Al mercato ho già fatto amicizia con una signora che lavora in uno dei tanti banchi. Si chiama Sandra, è una Paisa al 100% e ha un naso aquilino che potrebbe competere con quello di Dante Alighieri. La prima volta che mi ha visto è rimasta un po’ sorpresa dal mio interesse ad assaggiare tutto ciò che era disponibile, a conoscere la provenienza dei prodotti e a scegliere con cura cosa comprare, tanto che ad un certo punto mi ha chiesto che lavoro facessi, avendo intuito che non ero un cliente come gli altri. Mi fa assaggiare tutto quello che le chiedo ed è anche molto proattiva nel propormi ciò che è sfuggito ai miei occhi. Io la adoro perché mi fa risparmiare tempo, aumenta la mia conoscenza delle materie prime e nel contempo lei si sente di soddisfatta di aver fatto conoscere ad un Europeo i tesori della sua terra. Scambio più che equo, poi mi regala sempre qualcosina facendo sgranare gli occhi a Dona Hortensia che invece in 30 anni in questo Barrio non ha mai ricevuto nessun omaggio.

Tra le altre cose fatte la scorsa settimana c’è da menzionare di sicuro la serata con Jose che mi ha portato in una shotteria, un bar che serve solo shots e coktails. Addict Shots Medellin, questo il nome del locale, ed è talmente vicino a casa nostra da renderlo una tentazione costante. Poi se si considera che abbiamo pagato 14 euro per 12 shots uno più buono dell’altro e preparati con lo stile scenografico colombiano, ecco bisogna un attimino stare attenti per non tornare a casa con la cirrosi epatica.

Quella sera, mentre stavamo rientrando abbiamo incontrato una Chiva, che signore e signori è un’idea tanto geniale quanto spettacolare. Dei camion che non si possono definire vecchi, perché sono antichi, riadattati e pitturati con colori sgargianti e luci lampeggianti, che viaggiano in giro per tutta la città ad una velocità massima di 20 Km/h, sui quali non ci sono sedili convenzionali e la gente resta per lo più in piedi, bevendo e…indovinate un po’, ballando salsa. Sono camion che venivano usati per trasportare i braccianti dalle città ai campi e viceversa e inquinano come un Boeing 737 in fase di decollo. Non hanno finestrini così che la gente possa sporgersi e guardare la città che passa lenta, lenta, davanti ai loro sguardi vacui per via dell’alcol, che dentro la Chiva non manca mai.

Jose ha indugiato un po’ prima di superarla, consentendomi di registrare un video e di sporgermi dal mio finestrino, seduto in stile Hazard sulla portiera dell’auto, per salutare la gente che ballava, urlando “me encanta Colombiaaaaaaaa”. Gli shots erano in circolo da una un’oretta, quindi i freni inibitori erano prossimi allo zero, facendomi empatizzare istantaneamente con due ragazze che mi hanno visto uscire dal finestrino e hanno prontamente estratto il cellulare dalla borsa per riprendermi. Purtroppo mi è mancata la lucidità per chiedere un numero di telefono e farmi inviare il video. Me ne rammarico un po’, perché in quel video è impresso uno dei momenti più felici dell’ultimo anno.

Dovevo rimanere qui solo una settimana e invece sono già alla terza e sono certo che martedì, quando mi rimetterò in viaggio, proverò un vero dispiacere perché Medellin mi ha stregato e non riesco a staccarmi dalle sensazioni che provo qui. Beh, in realtà ci sono motivi anche personali che lo spiegano di più e meglio, però di questo non voglio parlare pubblicamente.

La popolazione di Medellin mi piace così tanto che ho deciso di recarmi in una scuola di cucina a tre isolati da casa, per offrire gratis un mini corso di cucina italiana, solo qualche ora, niente di esagerato, però mi sembra un buon modo per ricambiare il calore con cui sono stato accolto. Non l’ho ancora fatto e sicuramente non sarà questa settimana, ma quando tornerò qui, a novembre, non mancherò di parlare con il proprietario della scuola.

Ah, stavo dimenticando una cosa che completa il racconto della la scorsa settimana: l’esorcista di Jose. Mi sono fatto raccontare l’esperienza, con cautela e delicatezza visto l’argomento. Lui e Dona Hortensia sono stati ricevuti da questo sacerdote, molto amorevole e disponibile, che gli ha chiesto di spiegargli il motivo della visita e soprattutto quali fossero i suoi desideri. Jose ha manifestato i suoi sospetti di essere vittima di un rituale di magia nera e che ciò che vorrebbe per il suo futuro è un lavoro stabile e la salute fisica e mentale dei suoi due figli.

Il sacerdote lo ha rassicurato con parole che gli hanno infuso un po’ di serenità e gli ha spiegato come avrebbe affrontato il compito. A partire dalla scorsa domenica celebrerà 29 messe durante le quali lo menzionerà e chiederà ai fedeli di pregare per lui affinché i suoi desideri si avverino. La trentesima verrà celebrata qui, in casa, con lui e Dona Hortensia, al termine della quale procederà con una benedizione della casa stessa e della sua stanza. Purtroppo non sarò presente, ma sono certo che rimarrò in contatto con Jose, quindi ne conoscerò gli sviluppi.

E adesso: Pablo!

Premetto che qui a Medellin la leggenda, il mito di Pablo Escobar si respira ovunque e in un modo o nell’altro è impossibile non sentire il suo nome pronunciato da gente di ogni estrazione e cultura. Il suo viso è dipinto sui muri della città, alimentando continuamente il senso di fascinazione che si prova nell’ascoltare la sua storia, pur essendo consapevoli che era un genio del crimine e un assassino spietato.

Gli riconosco però, sopra ad ogni altra cosa, l’intuizione e la lungimiranza di aver creato la favola del Robin Hood Colombiano, che rubava ai ricchi per dare ai poveri, molto falsa e molto ipocrita, però così viene ricordato da molti.

Ha costruito ospedali e scuole e più di tutto ha tolto dalla miseria più crudele che esista decina di migliaia di persone. Nel museo ci sono due foto di quella che era la discarica di Medellin, dove migliaia di persone vivevano nell’immondizia, rovistando per trovare qualcosa da mangiare. Ha comprato il terreno, lo ha bonificato e ci ha costruito un barrio con più di mille case, il cui nome ufficiale è Comuna 9 ma è conosciuto tra la gente come “Il Barrio Pablo Escobar”.

Non avevo in programma di visitare i luoghi importanti della sua vita, né di conoscere le sue imprese criminali più di quanto già non sapessi, avendo visto ogni serie Tv e film a lui ispirati.

E infatti, quando Jose qualche giorno fa mi ha suggerito di vistare il suo museo ero un po’ scettico, tant’è che se non fosse stato per riempire una giornata vuota come quella di oggi, non ci sarei andato.

Mi sono svegliato tardi, dopo una notte tormentata da un caffè bevuto alle 11 a causa del quale non ho chiuso occhio fino alle 7 del mattino. Mi sono ripreso solo a mezzogiorno, con una doccia bollente e una colazione da campioni con uova, avocado e tortilla.

Raggiunto il museo mi sono aggregato ad un gruppo che aveva già iniziato la visita da 10 minuti e che ascoltava ipnotizzato la voce di Jairo, una guida Venezuelana che vive a Medellin da tantissimi anni e che conosce la vita di Pablo meglio della sua. Ne imita la voce, il modo di parlare, ne ricorda particolari poco conosciuti ed è molto bravo a coinvolgere i visitatori raccontando storie al limite del surreale, che collega al paese di provenienza del turista, cosa che ha fatto immediatamente anche con me, non appena gli ho detto che sono italiano. Italiano? Camorra, Napoli…faceva affari con loro quando comprò la proprietà in cui ha vissuto per diversi anni, la leggendaria Hacienda Napoles, oggi meta molto gettonata da turisti e residenti nel paese in quanto parco tematico pubblico con zoo, giardini esotici e natura incontaminata.

La visita si divide in due parti, il museo con i cimeli di Pablo e il giro in bus per Medellin, ripercorrendo i luoghi in cui ha scritto le pagine più buie e drammatiche della sua storia e di quella degli abitanti della città.

Il primo aneddoto che ascolto risale al tempo in cui era in guerra con i Los Pepes, che pur avendo un nome da band musicale di provincia, erano guerriglieri armati fino ai denti, motivati dal denaro e privi di ogni morale e scrupolo. In una fase di quella guerra hanno sequestrato il nipote di Pablo, che se non erro era anche il suo contabile e la sua guardia del corpo. Imprigionati per giorni, forse settimane, sono stati torturati senza pietà. A dire il vero a chi è andata peggio è stata la guardia del corpo, a cui sono state tranciate tutte le dita delle mani con un motosega, mentre al nipote è toccata la non meno delicata pratica della corrente elettrica trasmessa nel corpo con dei cavi da batteria per automobili.

Quando Pablo ha saputo che erano stati torturati ha trovato il modo di individuare il numero di telefono del capo dei Los Pepes per fare una chiacchierata che è entrata nella storia del suo personaggio. Jairo l’ha raccontata con queste parole, parlando in prima persona come se fosse lui Pablo, muovendosi, gesticolando, alzando il volume e mettendoci la passione e l’espressione facciale che vedo ovunque qui in Colombia. Quando la gente conversa, in strada, al bar o in casa, sembra recitare a teatro. Come Italiani siamo conosciuti nel mondo per il nostro modo pittoresco di parlare gesticolando e animandoci in fretta, ma i Colombiani ci stracciano 20 a 0 sotto questo aspetto.

Jairo inizia il racconto con tono di voce calmissimo dicendo: Io so che voi state detenendo due persone a me molto care, che pretendo vengano liberate in quanto non colpevoli di nulla di ciò che succede tra di noi. So che gli avete fatto del male e vi posso assicurare che se andrete avanti su questa linea scatenerò tutta la mia rabbia su di voi, affinché diventiate un esempio da non seguire, per il mondo intero.

Qui, iniziando ad aumentare il tono e il volume, spalancando la bocca e tenendo il dito indice puntato verso il vuoto, dice: Se toccherete ancora le due persone che avete rapito io vi ammazzerò pubblicamente, facendovi rimpiangere di aver commesso il più grande errore della vostra vita. Ucciderò le persone a voi più care, le vostre mogli, i vostri fratelli e sorelle, i cugini, gli zii e chiunque abbia un qualsiasi tipo di rapporto con voi. Se avete una nonna, ammazzerò anche lei e se per disgrazia dovesse già essere morta e sepolta, io la disseppellirò per farla morire una seconda volta e seppellirla a brandelli. Se avete un canne ammazzerò anche quello e se non lo avete ve ne comprerò uno, così che i vostri figli si affezionino, per poi ammazzarlo davanti a loro prima che lo seguano al cimitero. Forse non vi è chiaro che io sono Pablo Emilio Escobar Gaviria e sono la seconda persona più influente e potente del pianeta, prima di me c’è solo il Papa. Avete 4 ore di tempo per rilasciarli o dovrete affrontare il tormento e l’agonia di essere i miei peggiori nemici. Hasta luego.

Ora, non ho verificato i fatti perché mi è sembrato superfluo, ma Jairo dice che mezz’ora dopo la telefonata, Pablo ha ricevuto la comunicazione del rilascio degli ostaggi.

Da lì in poi gli aneddoti si sono sprecati, talmente tanti che no ho già dimenticato più di uno. Abbiamo passato in rassegna i cimeli del museo, come la Vespa che usava a 20 anni per scappare dalla polizia, mezza rossa e mezza nera affinché i testimoni che lo vedevano in fuga fornissero una descrizione errata influenzata dal lato da cui lo avevano visto, l’aereo con cui ha effettuato le prime 4 consegne di Coca negli Stati Uniti, rientrato in Colombia con 2 milioni di dollari in contanti, tra l’altro dev’essere quello che è stato poi usato da Barry Seal, per chi ha visto il film. La collezione di auto tra cui quella appartenuta ad Al Capone, le moto tra le quali una che fu di Frank Sinatra, fatta interamente di ordine argento. L’elicottero precipitato perché troppo carico di merce, il Jet Ski originale usato Roger Moore in uno 007, nel 1976 se non erro, il primo Jet Sky che si sia mai visto. Jairo dice che i suoi uomini chiamano i prodotori di Hollywood perché glie la vendessero perché lui la voleva a tutti i costi. Dopo un po’ di resistenza si piegarono al volere degli scagnozzi, quando fecero il nome dell’acquirente. Per la cronaca, erano 10.prototipi non ancora in commercio e lui li ha comprati tutti. Poi alcuni campioni di mobili che utilizzava per nascondere i panetti, le gomme esauste dei camion che venivano usate per fingere di riciclare la gomma con cui sono prodotte e invece erano imbottai con kg e kg di polvere bianca. Tra l’altro all’epoca negli Stati Uniti le gomme usurate erano considerate spazzatura inquinante, quindi il loro commercio era totalmente esentasse. Oltre il danno la beffa.

Il racconto è poi proseguito con dati tecnici sulla coltivazione e raffinazione della cocaina. Tranquilandia, il più grande laboratorio di produzione della coca che siamo mai stato realizzato nella storia, “sfornava” da 3 a 5 tonnellate al giorno di polvere purissima, negli anni ’80. Talmente tanta da non riuscire a crederci.

Le storie poi si sono allargate ai membri più stretti della sua organizzazione, come la sua socia più importante , colei che si occupava della distribuzione negli Stati Uniti con base a New York. Questa donna, di cui non ricordo il nome, era nota per la sua tracotante spietatezza, tanto che sposata 4 volte è rimasta vedova per 3 volte. I mariti li ha uccisi tutti lei a seguito dei più classici diverbi coniugali, qui mi è scappato da ridere perché ho pensato che nessuno più di lei meritasse il soprannome di Vedova Nera, anche più del ragno.

Dopo circa un’ora siamo saliti sul bus per fare il giro del Poblado, il quartiere più ricco della città, oggi luogo di ritrovo di chiunque voglia fare Rumba (festa). Il tour prevede di fermarsi a vedere velocemente dall’esterno alcune delle oltre 60 case caleta, cioè case vere e proprie, a volte ville, che avevano il solo scopo di nascondere montagne di dollari in contanti. Vi rendete conto di cosa sono 60 case murate di denaro? Impressionante. Il museo stesso era una casa caleta e una cosa che mi ha fatto sorridere è che l’ingresso nel bunker si effettua attraversando una porta scorrevole elettrica che si apre grazie ad una password, una parola che va pronunciata ad alta voce. La password è: COCA, ve lo giuro, lo abbiamo urlato tutti e la porta si è aperta rivelando tunnel, magazzini, casseforti e un’ampia sala in cui campeggia la statua di una delle due icone religiose a cui il boss era devoto: il Sacro Nino di Antioquia. Si perché, come da noi in Sicilia e Calabria, prima di partire per una missione sanguinaria invocavano la protezione di un santo o della Madonna, convinti che quello che stavano andando a fare fosse per tutelare il bene e non un atto criminale.

Tant’è che la quarta tappa è stata proprio una statua della Madonna, una statua appartenuta a Pablo che l’aveva fatta collocare in un bosco vicino a Medellin affinché i rituali di iniziazione e benedizione degli affiliati potessero svolgersi al riparo da occhi indiscreti.

Il governo, dopo la sua morte, l’ha trasferita in città e l’ha collocata in prossimità di un incrocio stradale molto affollato. Ben presto è diventata meta di fedeli alla Madonna che invocano protezione, aiuto e benedizione. Pian piano la gente ha cominciato ad accendere candele ai suoi piedi e si è instaurata un’usanza molto folkloristica che prevede che si accenda una candela mentre si prega e si chiede aiuto, per poi apporre una placca di marmo di circa 30cm x 10cm con il proprio nome e un ringraziamento qualora la Vergine Maria abbia esaudito il desiderio.

La scalinata sottostante è scivolosa e pericolosa, perché col passare degli anni la cera ha completamente ricoperto il cemento e le placche sono così tante che si è iniziato ad apporle su un muro in pietra, lungo la strada.

Abbiamo poi proseguito per raggiungere il luogo in cui sorgeva l’edificio Monaco, divenuto famoso per essere stato costruito in soli 5 mesi, un condominio fortezza, completamente anti bomba, che Pablo aveva voluto per sé e la sua famiglia durante la guerra con i Los Pepes.

I guerriglieri compirono un attentato divenuto famoso perché fecero esplodere una autobomba contenente 568Kg di dinamite, che non uccise nessun membro della famiglia, ma che rese sorda per sempre la figlia più piccola del Patron che stava giocando vicino ad una vetrata. In quel periodo, ci dice Jairo, a Medellin scoppiavano mediamente 5/6 bombe al giorno.

L’edificio oggi non esiste più, è stata fatto demolire dopo la sua morte per evitare che divenisse un luogo di pellegrinaggio in ricordo del male.

È diventato un parco, un memoriale come quello che c’è a Ground Zero, con lo scopo di ricordare tutte le vittime del Cartello di Medellin.

È un luogo suggestivo e sconcertante. Le lastre di marmo che lo compongono riportano le frasi pronunciate da politici e ed eroi dello stato prima che venissero assassinati. Scorrendole una ad una mi sono sentito toccare profondamente da alcune di esse, ma la cosa che più di tutte mi ha sconvolto è un muro di marmo scuro, lunghissimo, lungo il quale si possono vedere migliaia di piccoli fori che rappresentano tutte le vittime degli anni del terrore. Sono 46.980 ed è un numero che si fa fatica anche solo a concepire.

Sul lato opposto del muro invece, sono riportati tutti gli attentati compiuti dal cartello. Descriverlo non basterebbe a spiegarlo, ho fatto un video e lo potete guardare voi stessi.

All’uscita del parco c’è una scritta che mi ha colpito molto: siamo ciò che lasciamo in eredità agli altri.

Mentre risaliamo sul bus per dirigerci verso il cimitero in cui è stato seppellito il corpo del Patron, Jairo ci dice che negli anni di fuoco il cartello, quando aveva dichiarato guerra allo stato, ogni poliziotto aveva una taglia sulla testa. Chiunque avesse ucciso un poliziotto semplice poteva contare su 600 dollari americani, che all’epoca per gente che viveva nella miseria era come il salario di un anno. Se invece fosse stato ucciso un ufficiale la taglia ammontava a 5 volte questa cifra, 3500 dollari. Non oso immaginare con quale stato d’animo si svegliasse la mattina ogni agente di polizia.

Il cimitero si trova a Itaguì, una città fuori da Medellin che a causa dell’espansione di entrambe ha creato una situazione paradossale per cui si passa da una città all’altra senza che ci sia un solo metro di terra libera da edifici. Jairo ci parla delle ultime ore di vita di Pablo e ci dice che quando scappò sul tetto della casa in cui si nascondeva, per scappare alla Dea, alla Polizia Colombiana e all’FBI che da mesi erano sulle sue tracce, si rese conto di non avere via di scampo, che lo aspettava l’estradizione e il carcere a vita e senza pensarci troppo estrasse il revolver che teneva in tasca, lo puntò poco sotto il lobo dell’orecchio e premette il grilletto. Così finì il criminale più famoso della storia.

Il cimitero privato in cui è sepolto ha un aspetto molto curato, con tombe poco vistose e meno pacchiane di quelle che ci sono da noi. Non ci sono lapidi nè viottoli, solo un grande prato verde.

La tomba della famiglia Escobar Gaviria è un po’ più elegante delle altre, a mio parere, ma ripeto nulla di particolare. Due triangoli di terra, uno bianco fatto di ghiaia e uno marrone scuro di semplice terra. Le lapidi sono semplici e riportano solo il nome e la data di nascita e morte.

A fianco a lui sono sepolti il padre e la madre e alcuni fratelli e sorelle.

Jairo ci racconta le ultime storie sulla sua vita quando nota che una signora bionda, si è seduta proprio nella panchina della tomba che sta alle nostre spalle. Si interrompe, abbassa la voce e ci dice che è la sorella di Pablo, l’unica in vita e che è una donna a cui fa piacere conversare con chi si reca qui a visitare la tomba del fratello.

È una signora semplice, con un’espressione malinconica sul volto, capelli biondi corti, un fisico segnato dalla cucina colombiana che non brilla certo per la sua leggerezza e si illumina quando ci avviciniamo per salutarci e farci una foto con lei.

Guardavo tutti i miei compagni di giornata avvicendarsi nella panchina e non pensavo minimamente a sedermi lì, ero più interessato ad osservarla e ad ascoltare le parole che pronunciava con voce flebile ed è Jairo ad interrompere i miei pensieri: ehi, Italia, dame tu telefono que te tomo una foto.

Un po’ riluttante mi avvicino alla panchina, ma non mi andava di rifiutare davanti alla signora Luz Maria. Non appena mi siedo, inaspettatamente mi rivolge la parola e mi chiede da dove vengo e mi dice illuminandosi di gioia che adora l’Italia, che ha vissuto un anno in Sicilia, mi racconta di un episodio che le capitò in un ristorante in cui sapevano chi era. Mi continua a parlare, lasciandomi a metà tra l’incuriosito e lo sbigottito e alla fine mi saluta prendendomi la mano e augurandomi ogni bene.

Diamine che giornata!

Hasta leugo.

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