Il mondo non aspetta chi corre

Day 0 +1

La sveglia mi butta giù dal letto nel mezzo di un sogno bellissimo di cui non ricordo assolutamente nulla, se non che me lo stavo proprio godendo. Per qualche secondo ho avuto la tentazione di premere “postponi”…ma un briciolo di lucidità mattutina mi suggerisce di fare lo sforzo di alzarmi e non procrastinare.

Doccia calda, rigenerante vista la temperatura dell’aria condizionata. Mi vesto al volo, prendo la borsa dei coltelli che lascerò direttamente in barca e mi avvio verso la hall dove trovo Liam già pronto, con 3 sacchetti contenenti la colazione per tutto l’equipaggio. Ci presentiamo e ci incamminiamo subito verso il cantiere dove si trova la barca che è letteralmente l’edificio con cui confina l’hotel.

È un cantiere enorme e quando dico enorme intendo veramente gigantesco. Ne ho visto più di uno tra l’Italia, Palma di Maiorca e i Caraibi, ma questo sembra una mini città. Parlandone con Liam infatti, la mia impressione viene confermata, si tratta di uno dei 10 cantieri più grandi del mondo.

Una volta entrati dal cancello principale, aver ritirato i badges ed esserci messi in cammino lungo il percorso tracciato sull’asfalto costeggiando i diversi capannoni, ognuno sede di una particolare lavorazione, raggiungiamo il piazzale principale.

Giriamo l’angolo e alla nostra sinistra si apre la visuale su tutte le barche che sono state tirate fuori dall’acqua per eseguire lavori più complessi delle manutenzioni/riparazioni ordinarie.

Un paio di yacht a motore sui 25/30 metri e sullo sfondo ai staglia un albero nero, che è l’unico e quindi per forza di cose l’unico che mi interessa. Facciamo ancora qualche passo e finalmente si apre la visuale sul più bel giocattolo che abbia mai visto in vita mia. Non la definirei la barca dei sogni, ma la barca dei miei sogni.

Ogni valutazione sull’estetica di una barca è puramente soggettiva e segue ovviamente le preferenze di ognuno di noi, come in ogni altra cosa, ma questa è indiscutibilmente una barca “sensuale”.

Il grigio e il nero le donano un aspetto elegante e sofisticato, il ponte tutto aperto è la cosa che mi piace di più, perché contrariamente ad altre barche a vela che alternano spazi liberi a pozzetti di diverse grandezze e dimensioni o come succede per le barche più grandi, la presenza di piu di un ponte, consente di vivere il mare in modo pieno.

46 metri di pura goduria, sentendo il vento in ogni sua più sottile sfumatura, con una visuale libera sulla prua e sul mare. Ci avviciniamo ancora e sono sempre più impaziente di salirci sopra.

Sul lato di sinistra è stata montata un’impalcatura edile, fatta di tubi innocenti distribuiti su 3 piani.

Salendo gli scalini, e cominciando ad intravedere il pozzetto di poppa, capisco che a bordo ci sono più squadre al lavoro, a occhio e croce almeno 4 squadre da 3/4 persone luna. La sensazione viene confermata quando finalmente mi tolgo le scarpe e infilo il corpo tra le draglie.

La barca è stata portata qui a dicembre da un equipaggio di cui è sopravvissuta solo la stewardess. Gli altri o si sono licenziati o sono stati licenziati.

Jason sarà uno dei comandanti a rotazione insieme ad Liam che è stato il suo primo ufficiale in un altro yacht per 5 anni.

Lo cerco subito dopo essere sceso in coperta ma mi dicono che è rimasto in hotel a.sbrigare del lavoro al computer e ci raggiungerà dopo pranzo.

Faccio un giro in cucina per capire come siamo messi da quelle parti. Anche se la vedo per la prima volta adesso, so già cosa aspettarmi perché per una coincidenza assurda lo chef che ha fatto la delivery fino a qui è un amico di amici, padovano peraltro, con cui ieri ho avuto modo di fare due chiacchiere per avere qualche dritta che non guasta mai.

Piano cottura basculante, questa è la prima cosa che mi salta all’occhio e di cui sono contento. Frigoriferi e freezer sono spaziosi e ben posizionati. Non è uno spazio immenso come la cella che aveva l’ultima barca ma credo che saranno comunque sufficienti.

Fa un caldo atroce qui sotto, più che all’esterno. Motore spento e fuori dall’acqua, l’aria condizionata è spenta per forza di cose.

Dopo pochi minuti sto già boccheggiando e ritorno fuori per respirare.

Liam mi presenta il resto dell’equipaggio a cominciare da Chris, neozelandese, ufficiale di macchina, poi Lucy la stewardess superstite, Grounta che è un rigger neozelandese, termine che non ha una traduzione in italiano ma è sostanzialmente colui che si occupa della manutenzione di tutto ciò che riguarda le vele, lo scafo e il sartiame. Infine l’ultimo del gruppo, oltre a Jason, che si chiama Clarked è inglese oltre ad essere il secondo marinaio vegano che ho incontrato. Come l’altro che ho conosciuto due anni fa, specifica il suo stile di vita e di alimentazione subito dopo aver pronunciato il suo nome. Ciao sono Clarke sono vegano…e anche lui aggiunge una frase ormai famosa: tranquillo, io mi arrangio per mangiare. Certo certo….poi tiri fuori il pranzo e ti domandano: e per me? Non c’è niente? Se parlasse italiano gli avrei risposto: io sono Enrico e tu amico mio, farai la fame fino a destinazione. Scherzo, ovviamente, ma sarà una pigna nel culo, scusate il francese. Adesso so che mi inimicherò tutti gli amici vegani, di cui ho profondo rispetto per la scelta di vita, che è solo in parte una scelta alimentare, ma quando una scelta personale diventa così fortemente condizionante, uno secondo me dovrebbe scegliersi un lavoro in cui ha la possibilità di provvedere autonomamente alla propria alimentazione mangiando quello che vuole, quando vuole. Se sali in barca sai perfettamente dove stai andando, intendo in quale contesto e sai molto bene cosa comporta la tua presenza a bordo per lo chef. In barca più che in altri contesti significa che lo chef avrà un ospite che mangerà diversamente da tutto il resto dell’equipaggio e dagli ospiti stessi. È una roba folle e credetemi se vi dico che prima o poi la cosa diventerà un problema serio per chi fa questo mestiere in barca. Uno chef da solo non può soddisfare tutti, è un fatto di tempo e di braccia, non di volontà. Lo stesso discorso vale per i celiaci, anche perché contrariamente ai ristoranti dove si possono creare spazi appositi per cucinare senza glutine, in barca non è fattibile e la contaminazione è inevitabile.

Detto questo mi rendo conto subito dopo aver fatto le presentazioni che non c’è molto da fareal momento, per me. Frigoriferi spenti significa che non posso fare spesa ne cucinare.

La barca va in acqua domani e se tutto sarà ok potrò andare subito al supermercato per comprare qualcosa per questi due o tre giorni per poi fare la cambusa definitiva prima della partenza.

Non mi resta che rientrare in hotel dove credo dormirò almeno un paio d’ore.

Mi sveglio alle 12.30 quando ricevo un messaggio di Liam che mi avvisa che stanno andando a mangiare al piano terra dell’hotel in uno dei 3 ristoranti a disposizione.

Cotoletta alla milanese e patate fritte mi sembrano la scelta più indicata.

Birra non se ne può bere perché durante il Ramadan l’albergo non serve alcolici.

Facciamo un po’ di chiacchiere di gruppo, molte delle quali riguardano me e le mie precedenti esperienze lavorative visto che sono l’ultimo arrivato.

Dopo circa un’ora rientrano tutti in cantiere e io nella mia camera dove inizio a buttare giù la lista della spesa per il viaggio. Stamattina ho avuto modo di vedere cosa c’è a bordo e cosa manca quindi perché non iniziare subito?!

Il pomeriggio vola e alle 18.30 Liam mi invita nella sua camera dove lui, Jason e Grounta, stanno bevendo della birra che hanno comprato al supermercato nei giorni scorsi.

Ne beviamo 4, poi due coca e rum e poi ci infiliamo in taxi per andare a Dubai a visitare il Burj Kalifa.

Confermo che Dubai è la città più finta del mondo, perfino più finta di Las Vegas. Luci, macchine, grattacieli, negozi e ristoranti sono l’espressione massima del capitalismo più estremo e disgustoso. È un posto dove il denaro è la misura di ogni cosa. Detto questo, grattacieli e palazzi hanno comunque il loro fascino, se non altro dal punto di vista ingegneristico. Mangiamo da KFC, da dimenticare, poi troviamo finalmente l’ingresso e la biglietteria del Kalifa. Siamo solo noi e siamo gli ultimi clienti ad accedere alla struttura, usufruiremo infatti dell’ultimo slot disponibile. Dall’altra parte del banco un signore distinto in giacca e cravatta, ci spiega le differenti opzioni a nostra disposizione. Molte includono visite guidate anche ad altre attrazioni di Dubai, come l’aquario che a noi non interessa anche perché non ne avremmo il tempo, le altre invece riguardano esclusivamente la salita “at the top” com’è descritta in tutta le brochures. L’opzione numero uno, che ci porterebbe al 124esimo piano è la più economica e costa circa 50€, la seconda invece, con la quale si raggiunge la vetta al 148esimo piano, costa circa il triplo. Quandoci dice i prezzi rimaniamo un pelino sbigottiti. Io lo guardo e in dialetto veneto gli dico: oltre aea vetta se raggiunge anca el nirvana? Lui ovviamente non capisce quello che dico, come del resto anche Jason e gli altri, ma la parola nirvana la riconoscono e capiscono la battuta alla quale ridono. Scegliamo la prima opzione, 124esimo piano a 452 metri sul livello del mare sembra essere comunque un’esperienza accettabile.

Premetto che nel pagare i 50€ mi sono chiesto silenziosamente che tipo di demenza mi avesse colto. Non tanto per i soldi che non sono una cifra inarrivabile, quanto per il fatto che soffro terribilmente le altezze di ogni tipo. La risposta arriva però in fretta ed è semplicemente la volontà di superare un limite, una paura peraltro infondata, che non voglio fare diventare determinante nel decidere se vivere o meno un’esperienza.

Ci mettiamo quindi in marcia attraverso un percorso guidato lungo il quale si possono leggere, sulle pareti in vetro, alcuni fatti salienti realtivi all’edificio e alla sua costruzione.

Ad attenderci alla fine del cammino, due hostess in divisa che ci indicano la porta dell’ascensore e la relativa fila da rispettare. L’arrivo è previsto in 2 minuti e 30 secondi. Sono orari fissi, controllati da macchine intelligentto che fanno muovere contemporaneamente 2 ascensori supersonici. Li definisco così perché sono davvero veloci, ma ci arrivo tra un attimo.

Non sono particolarmente grandi e hanno una capienza di una decina di persone. Le pareti sono a LED,a 360° compreso il soffitto. Nel momento in cui si chiudono le porte i pannelli si animano e riproducono la vista dal grattacielo lungo la salita verso la cima. Ammetto che sono davvero fighi e che ti lasciano a bocca aperta….per qualche secondo, fino a quando senti che ti si tappano le orecchie e se non compensi subito avverti quasi la sensazione che ti stia per esplodere un timpano. I piani scorrono via come i numeri in un cronometro digitale e dopo pochissimo, penso non più di 40/50 secondi siamo al 124esimo. Si aprono le porte e senza aspettare nemmeno un secondo ci si ritrova in uno spazio aperto davanti alla vista di Dubai che è filtrata unicamente da un vetro.

I miei compagni ci si avvicinano senza indugio, io ci metto qualche minuto solo per allontanarmi dall’ascensore ma sono lì e voglio violentarmi per arrivare almeno all’ultimo pialstro che è a due metri circa dal vetro. Non andrò oltre, tanto basta per quanto mi riguarda. Ammetto che è un panorama mozzafiato e la struttura è davvero avveniristica. Si può camminare lungo tutto il perimetro ammirando da diverse angolazioni, tutto ciò che c’è sotto e attorno. La visita dura circa mezz’ora e anche se dopo 10 minuti sono tentato di chiedere alla hostess se posso scendere con la prossima corsa, faccio un ulteriore sforzo e seguo il resto dell’equipaggio lungo la scala che porta al piano superiore, il 125esimo, dove c’è una terrazza panoramica di fronte alla quale ho chiamato in causa e in aiuto anche un paio di santi.

Il tetto del terrazzo non c’è, in questo modo è possibile guardare in alto e vedere la cima del palazzo più alto del mondo.

Non mi avventuro troppo in giro ma riesco comunque a camminare tutto attorno e a guardare oltre il vetro. Il pavimento in entrambi i piani è composte da delle assi di legno che volutamente non sono state fissate luna all’altra e creano un effetto “rustico” che a me trasferisce instabilità. Aggiungeteci poi che a quell’altezza, come mi è successo sull’Empire State Building e sulla Stratosphere di Las Vegas, ho la sensazione che l’edificio oscilli cosa che mi rende tremendamente nervoso.

Vabbè, non mi dilungo oltre, finiamo il giro, torniamo al piano inferiore, aspettiamo qualche minuto e veniamo invitati a prendere la prossima corsa per tornare al piano terra.

L’ascensore ci offre nuovamente lo spettacolo già visto in precedenza che questa volta è accompagnato, non dalle orecchie tappate, bensì dalla sensazione di essere quasi in assenza di gravità. Arriviamo a ground level, usciamo dall’edificio e la prima cosa che affermo con convinzione guardando Jason è: it’s nice to get back to the boat level again.

Ci incamminiamo verso la strada di fronte al parco commerciale in cui ci troviamo, la versione araba del lago di Como riprodotto a Las Vegas di fronte al Bellagio con annesso spettacolo delle fontane a ritmo di musica.

I taxi sono in fondo alla via, a pochi metri da noi, e non fatichiamo ad intercettarne uno libero.

Saliamo su è rientriamo in albergo dopo 45 minuti durante i quali sono l’unico a rimanere sveglio.

La giornata finisce così, domani è il grande giorno, la barca va in acqua e non vedo l’ora.

Buonanotte a tutti, a domani.

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