Fa freddo a Cannigione, più di quanto mi aspettassi. Mi sveglio alle 4 per preparare le ultime cose e farmi trovare pronto alle 4.30 quando arriverà il taxi che mi porterà in aeroporto.
Chiudo il beauty case, prendo shampoo e bagnoschiuma che metto dentro ad un sacchetto ziplock per evitare il disastro.
Questa volta è più facile e più veloce fare la valigia, devo stare via 3 settimane in tutto, non faremo vita di terra e indosseremo le divise per tutto il tempo. Decido quindi di portarmi lo stretto indispensabile, qualche indumento più pesante per quando ci saremo lasciati alle spalle il caldo e ovviamente gli attrezzi da cucina.
Faccio la doccia e mentre mi sto finendo di vestire, squilla il telefono. È Fabrizio, il tassista, che mi dice di essere già arrivato in zona. Dopo averlo guidato fino a casa mi infilo il maglione e chiudo casa. Mi giro verso il mare che dal terrazzo di casa è sempre stupendo e scendo gli scalini.
Le strade deserte e il clima ancora invernale mi fanno sentire il piacere crescente di ritornare al caldo, anche se sarà forse più dura e più difficile che in passato e questo un po’ mi infastidisce perché a casa si stava davvero bene.
L’aeroporto è ancora più deserto, sono praticamente l’unico passeggero a gironzolare per le corsie vuote dei banchi del check in. Sono un po’ in anticipo e sicuramente arriveranno altre persone a breve ma questo è il primo volo del mattino e siamo ancora in aprile a metà settimana, quindi non credo ci sarà nessuna folla oggi.
Il volo arriva a Roma in perfetto orario, anzi 5 minuti in anticipo. L’arrivo a Fiumicino mi riporta al caos e ai rumori dei grandi aeroporti delle grandi città, che sentirò sicuramente anche a Dubai.
Sono appena passate le 9 quando ho già ritirato la valigia e bevuto un caffè. Ho un’attesa lunghissima davanti a me. Il volo che devo prendere decollerà solo alle 15.25 e se c’è una cosa che soffro proprio tanto sono le attese come questa. Me ne faccio una ragione, mangio qualcosa al bar, esco fuori a prendere una boccata d’aria, mi siedo sulle poltroncine al piano superiore, leggo, ascolto musica, gioco a scacchi…non ce la facevo più. Finalmente aprono i banchi per il check in e mi libero della valigia e del carrello. Fumo l’ultima siga e supero il controllo bagagli per andare verso il gate.
In attesa di conoscere il numero del fare assegnato all’aereo della Emirates che mi porterà a destinazione, mi fermo nella zona chiusa in mezzo tra Louis Vuitton, Bottega Veneta, Hermes, Valentino. La scelgo perché ci sono delle sedie poste proprio sotto agli schermi dell’aeroporto sui quali posso comodamente vedere quale uscita dovrò prendere.
Un televisore posto vicino a me, proietta le immagini della guerra in Ucraina che unite agli orrori di cui leggiamo quotidianamente mi fanno trattenere il respiro per qualche secondo per poi rilasciarlo, con disappunto, nel vedere due signore che escono dal negozio di Hermes con due paia di scarpe a testa, felici e spensierate.
Da qualche parte qualche errore lo abbiamo commesso, come genere umano intendo.
Passano le ore, scorre la lista degli aerei in partenza e finalmente anche per quello che devo prendere io, viene comunicato il gate.
Il volo è di poco inferiore alle 6 ore, che rispetto ad altre destinazioni sono quasi niente. Non dormo molto, forse mezz’ora in tutto, anche se sento che ne avrei bisogno. I rumori, le turbolenze e gli annunci di steward e piloti mi svegliano più volte finché decido di mettermi le cuffie e guardare un film.
Il catalogo a disposizione è impressionante! Era da un po’ che non viaggiavo con la Emirates e devo dire che è imparagonabile ad Alitalia, Air France e KLM con cui invece ho avuto più volte l’occasione di volare negli ultimi anni.
Tra una cosa e l’altra si fa l’ora di cena e anche qui devo dire che rimango piacevolmente stupito. Non ci hanno servito ostriche e champagne ma rispetto ad altri pasti consumati in volo, questo è tra i migliori.
Il tempo vola e quando scelgo l’opzione “Flight info” sul monitor, mi accorgo che siamo a meno di 45 minuti dall’arrivo.
Una volta sceso e aver ritirato il bagaglio, dovrò prendere un taxi e raggiungere il resto dell’equipaggio in hotel, dove dormirò anch’io per i prossimi 3 giorni dal momento che la barca è all’interno del cantiere navale in cui è stata negli ultimi mesi ed è fuori dall’acqua.
Liam, il primo ufficiale, mi ha mandato un messaggio con la posizione e qualche indicazione sui taxi da prendere.
Atterrati! Scendo dall’aereo e mentre percorro il finger scorgo l’interno dell’aeroporto che avevo visto nel 2007, un’era fa.
Sobrio è l’unico aggettivo che non si presta per descrivere l’aeroporto di Dubai, tutti gli altri vanno benissimo. Di questa città il ricordo più nitido che ho conservato nel tempo è il totale e assoluto senso di artificialità che ho percepito nella mia settimana di permanenza qui. Niente di ciò che ho visto mi ha trasmesso alcun tipo di emozione, se non forse al Burj Al Arab, l’hotel a forma di vela per intenderci, del quale ricordo invece con piacere le corse in ascensore, quello a vetro che guarda il mare. La velocità con cui sale e scende ci aveva fatto fare 3 o 4 corse da terra al tetto e viceversa sotto gli occhi increduli e divertiti delle receptionist che evidentemente avevano visto parecchi idioti passare di là, ma pochi come noi.
Il tragitto dal gate al nastro bagagli si copre in metropolitana. No autobus, no scale mobili, un treno della metro in piena regola che in pochi minuti copre la distanza necessaria per raggiungere il controllo passaporti.
Anche qui si possono ammirare diverse cose, avendo il tempo di fermarsi. Prima di infilarmi nella serpentina che porta agli agenti della dogana in rigorosa tunica bianca, vengo attirato da una foto del Re, di un Re, un Emiro, uno Sceicco….insomma qualsiasi cosa sia, da uno che loro considerano importante. Talmente importante da riportare sotto la sua immagine, le foto di 3 cavalli che hanno vinto un premio in Inghilterra, non ricordo la competizione ma poco importa. Sotto alla foto di ogni stallone sono stati appesi anche i ferri da cavallo usati in quelle gare. Cromati, lucidi e perfettamente conservati.
Bellissimo, non c’è che dire, a me fa un po’ specie vedere rappresentazioni e celebrazioni di questo tipo soprattutto in un paese che fino a due anni fa non consentiva alle donne di guidare un’auto.
Mi rimetto in movimento e raggiungo velocemente il banco, dove gli agenti mi guardano bene, mi scattano la foto di rito, controllano il mio permesso di soggiorno per fini lavorativi e mi autorizzano all’ingresso nel paese.
L’area bagagli è grande più o meno come l’aeroporto di Olbia. Due file di nastri disposte a destra e a sinistra per una lunghezza non inferiore a 300 metri. Quello che devo raggiungere io si trova sulla sinistra quasi alla fine, vicino all’uscita.
Rimango sorpreso dalla velocità con cui iniziano ad uscire i primi bagagli. Impressionante e infatti in meno di 5 minuti sono già fuori in strada. L’aria è piuttosto calda anche se la temperatura non supera i 32 gradi, ma d’altronde è notte e sicuramente di giorno sarà diverso. La cosa che però avverto subito come radicalmente diversa sia dai Caraibi che da casa è il tasso di umidità. In meno di due minuti mi ritrovo bagnato, nei vestiti, lungo la schiena, la pelle appiccicaticcia e anche le mani con cui tengo lo zaino iniziano subito a sudare parecchio. Mi siedo in una panchina vicino all’uscita per fumare una sigaretta finché cerco l’indirizzo dell’hotel.
Apro il messaggio di Liam per trovare il nome e la posizione da mostrare al tassista quando una goccia di sudore freddo mi scende sulla fronte. Mi accorgo immediatamente che il messaggio non si apre. Non ci avevo fatto caso ma Liam mi ha condiviso la posizione da un iPhone, credo, e il risultato è che quando ci clicco sopra visualizzo un messaggio di errore.
È mezzanotte e mezza e staranno dormendo tutti quindi le mie chiamate e i miei messaggi semplicemente non verranno visti e letti prima di domani mattina.
Ci provo ugualmente ma come immaginavo, senza successo.
A quel punto faccio appello a tutti i miei ricordi di film di spionaggio visti negli anni e collezionando una serie di indizi, tra cui il presunto nome dell’hotel scritto tra mille caratteri speciali nell’indirizzo condiviso da Liam e l’informazione che l’hotel è a pochi metri dal cantiere navale dove si trova la barca, riesco ad individuare una potenziale meta per questa lunga giornata. La mostro al tassista dopo aver caricato i bagagli e mi informa che non è a Dubai, ma in un altro stato. Ci si arriva in 45 minuti di autostrada, cosa che combacia con i tempi indicati da Liam. Gli chiedo se mi può prestare il suo telefono per chiamare l’hotel e verificare se hanno una prenotazione a mio nome. Userei il mio ma l’aver attivato i dati mobili con cui ho ricevuto 4 messaggi su WhatsApp è bastato ad esaurire tutto il credito, una telefonata sarebbe stata sicuramente proibitiva.
Dopo un’attesa infinita perché qualcuno rispondesse dall’altra parte, ottengo finalmente la conserva in cui speravo. Hanno il mio nome sulla lista degli arrivi e mi stanno aspettando.
Ajò, Sajjad (così si chiamava il tassista).
Durante il tragitto tranquillo e rilassato che ci porta ad Umm al-Qaywayn mi rendo conto che c’è un traffico che a me sembra insolito. È quasi l’una di notte e le 4 corsie sono piene. Chiedo a Sajjad se è normale e lui mi risponde che lo è solo durante il Ramadan. Caspita non c’avevo pensato e a onor del vero nemmeno lo sapevo, ma siamo proprio nel mese del digiuno e della preghiera, quindi la maggior parte delle persone esce di casa di notte per andare nei ristoranti e nei bar a mangiare. Difficile immaginare una cultura più diversa dalla nostra e anche in questo tipo di celebrazioni/usanze/riti si può toccare con mano.
Chiacchieriamo di un po’ di tutto, è un tipo loquace e simpatico. Viene dal Pakistan, dove ha moglie e figli ed è residente qui da 20 anni. Mi dice che torna a casa 1 mese all’anno. Gli chiedo quante mogli ha e lui divertito mi risponde che una moglie basta e avanza. Ridiamo entrambi ma si fa serio subito dopo e mi spiega per quale motivo la religione prevede che un uomo possa avere più di una moglie e la risposta mi lascia a metà tra il “questa mi sembra una motivazione ragionevole” e il “amico, credo che ti abbiano indottrinato per bene”. Stando a quanto dice la finalità di consentire la poligamia deriva dal fatto che nel suo paese, come in altri del mondo arabo, ci sono molte vedove e grazie a questa usanza/legge un uomo può prendersi cura di più donne. Avrei un altro paio di domande a riguardo ma le tengo per me per non infastidirlo. Mi fa sorridere però quando mi dice che in Sudan esiste una legge per la quale una moglie può suggerire al marito di sposare una sua amica che si trova in difficoltà, sempre per la stessa ragione di prima… Cambio argomento e finiamo parlando dei nomi delle persone che raggiungono lunghezze da Guinness dei primati.
Mi spiega che il nome è composto dal titolo della persona, in questo caso è uno Sceicco, dopo il titolo c’è il nome della persona, poi c’è “bin” che significa “figlio di” e poi il cognome della famiglia. La via per esteso era Sheik Ahmed Bin Rashid Al Moalla Road.
Arriviamo finalmente in hotel, lo saluto e mi avvio all’ingresso.
La hall è piccola ma accogliente e la prima cosa che mi assale letteralmente è il freddo generato dall’aria condizionata e il profumo che c’è nell’aria. Fortissimo, pungente, incensato e per quanto mi riguarda, stomachevole. È un profumo, per me un odore, che si può sentire ovunque nel mondo arabo. dall’Egitto a Dubai, non fa differenza è presente in ogni hotel, ristorante, bar o negozio. Sembra uno di quei profumi anni 80 che potevi sentire dalla strada se qualcuno se lo stava spruzzando nel bagno di casa sua.
Sbrigo velocemente il check-in e vengo scortato in camera da un fattorino del Bangladesh. I lavori manuali a Dubai lo fanno solo operai che vengono da quella parte del mondo. Indiani e Pakistani costituiscono una vera e propria comunità qui e vivono in una sorta di città ghetto all’interno della quale però conservano cultura e tradizioni di origine.
Spengo il condizionatore, faccio una doccia, bevo una bottiglietta d’acqua a canna e mi butto in salto sul letto. Sono le 2, sono stanco ma non credo di addormentarmi così velocemente. Alle 6.30 devo svegliarmi di nuovo per incontrare Liam nella hall e andare al cantiere per vedere Lei, Luna.
Da questa parte del mondo è tutto, a domani.


