Il mondo non aspetta chi corre

Alla scoperta della città blu

Il risveglio di stamane è stato un po’ più lento dei giorni scorsi e per questo sono sceso a fare colazione quando ormai non c’erano più ospiti in sala.

Una tazza di thè e mi sono infilato in macchina con Yado per raggiungere Johdpur, la tappa fuori programma che mi è stata suggerita da Rafiq, la guida di Delhi che mi ha aiutato ad organizzare il tour. Essendo un viaggio lunghissimo, cinque ore abbondanti, non ho voluto tardare ulteriormente e ho rinunciato a bere il caffè in hotel, chiedendo a Yado di fermarsi appena possibile per una sosta brevissima.

Il posto che ha scelto era un baracchino che vendeva solo thè e caffè fatti al momento, utilizzando delle pentole che credo non siano mai state a contatto con il detersivo, così come le tazzine.

Il caffè però era essenziale e così mi sono fatto il “segno della croce” e l’ho bevuto senza pensarci troppo su.

Per uscire da Jaipur siamo ripassati davanti al Hawa Mahal, il Palazzo dei Venti, e abbiamo passato in rassegna anche tutti vicoli dove mi ero addentrato ieri sera. Quando ho riconosciuto quello in cui ho comprato il Toppi, il copricapo Turco che indossavo oggi, ho confermato l’impressione che avevo avuto ieri, un postaccio!

Nel percorrere il tragitto dalla città all’autostrada ho visto scene che mi hanno sbigottito e lasciato tanta tristezza addosso. Una quantità infinita di persone che vivono all’aperto, per strada, nei campi di immondizia, usando tende da campeggio improvvisate fatte di teli di plastica nera come quelli che si usano per la spazzatura. Ho visto un bambino seduto in mezzo ad una discarica, vicino a lui due mucche che cercavano cibo tra i rifiuti l’autostrada a non più di venti metri. Sono scene che non si vedono nei film e non possono nemmeno essere immaginate, per poterci credere le devi vedere con i tuoi occhi.

Il traffico isterico della periferia di Jaipur è persino peggiore di quello di Delhi e dopo dieci minuti di rumori assordanti, generati per lo più dai clacson che suonano incessantemente, si prova un senso di nervosismo e fastidio che non trova pace sino a quando si esce dalla città.

Entrati in autostrada il paesaggio è diventato monotono e deserto e l’unica cosa che ancora faccio fatica a concepire sono le mucche che attraversano la strada o che addirittura sostano in mezzo alla carreggiata per spuntare le cime degli arbusti che crescono sulle aiuole centrali, quelle che separano i due sensi di marcia. Oltre ad essere a dir poco bizzarro è anche estremamente pericoloso perché capita di ritrovarsele davanti dopo aver fatto una curva, magari con visibilità ridotta. Urtare un animale di quella stazza, fermo davanti all’auto, può fare dei danni serissimi al veicolo, ma è senza dubbio un rischio per l’incolumità di chi si trova al suo interno. Le strade non invogliano a raggiungere velocità estreme, al massimo si viaggia a 90/100 Km, ma già oltre i 50 Km/h un impatto così risulterebbe fatale.

Bisogna fare attenzione, procedere con calma ed essere molto reattivi. In ogni caso abbiamo percorso cento km senza soste e senza incontrare altre auto, se non qualche furgone.

Quando ci siamo fermati all’area di sosta per mangiare qualcosa e usare i servizi mi sono reso conto di come l’India sia quasi totalmente priva di infrastrutture pubbliche. Non esistono protezioni nè barriere per impedire ai pedoni di attraversare la strada, per fare un esempio e la popolazione è costretta a vivere una normalità che di normale ha ben poco.

Yado ha ordinato un thè e così mi è venuta voglia di un altro caffè, mi sono avvicinato alla cucina del bar dove avevo comprato un po’ di cibo spazzatura e ho provato un senso di solidarietà e vicinanza verso il povero disgraziato che la usa tutti i giorni. Guardate la foto e giudicate voi.

Il cameriere mi ha portato la tazzina appoggiandola sul tavolo a cui eravamo seduti. Il bordo era marrone e questa volta non me la sono sentita, gli ho chiesto un bicchiere di plastica e l’ho travasato lì.

Avevo la necessità di usare il bagno, che si trovava a 30 metri di distanza in mezzo ad un campo di terra battuta, volevo lavarmi le mani, ma quando sono entrato dentro ho girato i tacchi e sono uscito, perché in un posto come quello c’era la concreta possibilità che le mani ne uscissero più sporche di com’erano quando sono entrate.

L’India è questo e anche se sono qui solo da 4 giorni mi è piuttosto chiaro che il resto delle città che visiterò non saranno migliori di questa.

Voglio precisare una cosa a chiunque stia valutando di venire qui in vacanza: bisogna partire con la consapevolezza che l’unico modo per restare qui a lungo è adattarsi a degli standard igienici indefinibili e incredibili. Se si riesce a superare l’impatto con questa enorme differenza allora si può riuscire ad entrare nel mood giusto per apprezzare le cose positive, che certo non mancano.

Non sono mai stato in Tailandia quindi non posso fare paragoni, ma sono stato in Cina e da questo punto di vista la considero due livelli più in alto rispetto all’India.

Del resto del viaggio in auto ho ben poco da raccontare, se non la sosta al ristorante dove ho deciso di offrire il pranzo a Yado, che altrimenti avrebbe mangiato sul retro insieme ad altri drivers.

Ho mangiato cose molto buone, chi ha avuto modo di guardare le storie di oggi su Instagram le ha potute vedere. Le pietanze sono più o meno sempre le stesse, ma con qualche variazione relativa ad alcune spezie per renderle più appetibili ai turisti che non tollerano livelli troppo alti di peperoncino.

Non ci siamo fermati per molto, avevamo entrambi il desiderio di arrivare a destinazione nel minor tempo possibile, così ci siamo rimessi in moto dopo circa mezz’ora.

Io ho ascoltato della musica con gli auricolari, Yado invece parlava al telefono con i suoi colleghi e la sua famiglia, senza perdere di vista la strada.

All’arrivo a Jodhpur ci siamo ritrovati in un labirinto di stradine sterrate strettissime, così strette che in alcuni momenti sembrava non potessimo entrarci con l’auto.

Avrei voluto scattare mille foto ai negozi e ai negozianti perché avevo la sensazione di aver compiuto un viaggio a ritroso nel tempo di almeno 100 anni. Faccio fatica anche a descriverli perché sono realtà lontanissime da qualsiasi cosa abbia mai visto prima. C’era ad esempio un meccanico di biciclette all’interno di un buco, letteralmente, nel muro di una casa. Una rientranza di 5 metri quadrati, non di più, giusto lo spazio per farci entrare una bicicletta, uno sgabello e qualche attrezzo.

Un negozio di alimenti locali, cibi fritti per lo più, che aveva la sola vetrina di esposizione e un corridoio strettissimo dietro a essa in cui poteva trovare spazio solo una persona, ma la cosa più assurda è che davanti non c’era lo spazio per i clienti, costretti quindi a sostare in strada mentre attendono di essere serviti e impedendo il transito delle auto.

Yado ha lavorato qui diversi anni, conosce la città, ma anche lui si è perso nel cercare l’hotel e ha dovuto chiedere informazioni alla gente del posto. Poco prima di arrivare al parcheggio si sono cominciate a vedere le prime case blu, tipiche della città, e mi sono sentito molto sollevato quando ho preso possesso della mia stanza, accogliente e più pulita delle precedenti in cui ho dormito negli scorsi giorni. L’hotel è poi dotato di una terrazza sul tetto che di sera offre un’atmosfera niente male da cui si può ammirare il Forte Mehrangarh in tutta la sua imponenza.

Sarà la visita di domani mattina, assieme al Tempio Kunjebehari dedicato a Krishna e al Sardar Market oltreché passeggiare per le strade della città vecchia, in mezzo agli edifici blu.

Erano passate da poco le cinque, quando Yado mi ha proposto di andare a fare una passeggiata nella piazza dell’orologio, vicina al nostro hotel, per andare a visitare un negozio di spezie molto famoso in tutto lo stato. Mi è sembrata una definizione un po’ troppo enfatica, ma ho deciso di accettare il suggerimento e ci siamo diretti verso il centro città.

Abbiamo superato il primo angolo e ci siamo ritrovati in mezzo ad un mercato a cielo aperto, trafficato almeno quanto Jaipur, pieno zeppo di negozi e di venditori ambulanti.

I colori sgargianti dei tessuti e dei fiori rompevano la monotonia del rosso argilla dei palazzi circostanti.

Il negozio di spezie non era molto lontano e in meno di cinque minuti lo abbiamo raggiunto. Mi aspettavo un negozio enorme e invece è anche questo molto piccolo, ma con una selezione di spezie e Thè che mi ha colto alla sprovvista. La sua storia poi è ancora più stupefacente perché si tratta di un’attività avviata negli anni ’70 da un signore che rispondeva al nome di Mohanlal Verhomal, padre di sette figlie femmine, che vendeva una selezione ridottissima di spezie fatte in casa, dai suoi genitori e dai suoi parenti che tramandavano ricette di famiglia antichissime.

È cominciato tutto con una manciata di queste preziose miscele, stese su di un lenzuolo ai piedi delle mura del forte, divenendo in poco tempo un riferimento per gli abitanti del posto e un’occasione unica per i turisti per portare a casa un pezzetto di India.

Mohanlal è deceduto una decina d’anni dopo e ha lasciato le sue figlie in giovanissima età insieme alla moglie. Alcune avevano meno di dieci anni, quindi certo non in età da lavoro. La figlia maggiore, Usha, ha quindi deciso di prendere in mano le redini del business iniziato dal padre, suscitando le proteste degli abitanti della città che in quegli anni non concepivano che una donna potesse fare del business, deridendola, sminuendone le capacità e profetizzando il fallimento in tempi brevissimi.

In quel clima di ostilità e scherno è stata la madre a imporsi con forza affinché quelle voci malevoli venissero messe a tacere per sempre, dichiarò che la figlia aveva non solo le capacità ma anche la preparazione scolastica necessaria per condurre l’attività di famiglia.

Oggi quel lenzuolo steso a terra è diventato un’azienda che gestisce quattro negozi ed esporta le stesse antiche miscele in tutto il mondo. Sette sorelle e una mamma che hanno dimostrato ad una città e al mondo intero che schernire una donna non è mai un buon affare, ma schernirne sette è una battaglia persa in partenza.

Le chiamano le Indian Spice Girls, sono state intervistate dalla BBC e Discovery Channel ha girato un documentario sulla loro storia.

Non sapevo nulla di tutto questo quando mi sono seduto sullo sgabellino che mi ha offerto Priya, la sorella più giovane che oggi gestisce il negozio di Johdpur. A fianco a me c’era Rob, un ragazzo americano che sta girando l’India in bici e poco più tardi si sono aggiunti anche Alexis e Clavy una coppia di ragazzi francesi che stanno viaggiando attraverso l’Asia, senza una data di rientro, senza fare troppi programmi, semplicemente seguendo il flusso.

Seguire il flusso, quello che ho iniziato a fare qualche anno fa e che oggi considero l’attitudine più azzeccata che si possa adottare per vivere la vita.

Proprio per questa attitudine non ho esitato un secondo quando Priya mi ha detto che i ragazzi stavano andando a casa della sorella più grande, Usha, per un corso di cucina di Indiana della durata di tre ore. Non ha nemmeno dovuto chiedermelo, avevo già accettato di unirmi a loro.

Ho salutato Yado che mi ha guardato come se gli fosse passato davanti un matto appena uscito dal manicomio e sono saltato sul Tuk Tuk.

In meno di dieci minuti sfrecciavamo per le strade di Jodhpur, in preda ad uno stato di gioia ed euforia che trasudavamo da ogni poro della pelle.

Sono state tre ore intense, cariche di emozioni e durante le quali abbiamo imparato cinque ricette che abbiamo realizzato tutti insieme e che sono state la nostra cena.

Il Dal che ho mangiato diverse volte, il pane Chapati e la sua versione condita che si chiama Parata, il Paneer butter Masala (una cosa spettacolare!), il Lauki Raita, la salsa allo yogurt che avevo mangiato il primo giorno a Jaipur e che mi era piaciuta tantissimo e infine un riso basmati alle verdure che ho potuto imparare a cucinare nel modo tradizionale indiano. Ah dimenticavo, anche una bevanda che viene servita come dessert, a base di yogurt, zafferano e cumino, un’esplosione di sapori e tradizioni che replicherò appena possibile sia a casa che in barca.

Ancora una volta la vera ricchezza dell’India sta nelle persone, non nei fasti dei suoi palazzi decorati d’oro.

Anche per oggi è tutto.

A domani.

Condividi articolo

Articoli correlati