Il buio della notte in mare porta con sé un senso di pace e rilassatezza incomparabili con qualsiasi altro momento e luogo. A me fa questo effetto e non lo scopro solo ora, anzi è una delle prime sensazioni che ho percepito quando sono salito in barca per compiere una navigazione un po’ più lunga di un semplice giretto e con un incarico professionale anziché in spirito vacanziero.
Sono passati quasi 5 anni da quando, in modo del tutto fortuito, ho avuto l’occasione di stravolgere la mia esistenza in un modo così netto e repentino.
Quando penso alla mia vita precedente, ai problemi che affrontavo e alle aspirazioni che avevo non riesco a trattenere lo stupore per aver investito così tanto tempo ed energie per fare qualcosa che in fondo in fondo forse non mi ha mai dato delle vere soddisfazioni. Ci sono stati sicuramente periodi di appagamento professionale ma nessuno di questi ha mai scosso lo spirito ribelle e assetato di libertà che ho poi scoperto di avere.
La barca invece riesce a coniugare tante passioni e tante emozioni facendomi sentire vivo davvero. Presente a me stesso e al mondo che mi circonda e se il destino non mi avesse fatto questo regalo non avrei avuto modo alcuno di conoscermi e di scoprirmi.
In questo momento siamo al largo di Simson Bay, all’àncora, in attesa che l’ingegnere di macchina finisca di sostituire un pezzo che si è danneggiato ieri mentre navigavano per raggiungere Sxm e per farmi salire a bordo.
Questa sarà la mia terza traversata atlantica, che già solo a dirlo così mi sembra ancora un sogno incredibile. Dovrei forse essere meno eccitato delle prime due volte, in fondo ne conosco tempi e modi, ma a quanto pare non è così e non lo è nemmeno per il resto dell’equipaggio che ha decisamente molta più esperienza di me. Abbiamo finito da poco di cenare, il tiramisù che ho preparato stamattina ha avuto il successo che speravo. Qualche chiacchiera del più e del meno, un caffè e una sigaretta sul ponte di poppa contemplando la luna che si specchia sull’acqua e scrivendo queste righe.
Mentre scrivo sento il rumore del verricello che sta issando a bordo il tender, segno che i preparativi veri sono iniziati. Che la partenza sia stasera o domani poco importa, ormai è imminente. Rivolgo lo sguardo verso prua e vedo il primo ufficiale, John, e uno dei marinai, Matteo, che tra l’altro è l’unico italiano a bordo, che si stanno adoperando per mettere in ordine il ponte in modo che niente possa finire fuori bordo quando avremo salpato l’ancora.
Il profilo della barca, anzi dello yacht, toglie il fiato. Questa è la più grande con cui ho attraversato ed è anche la più grande su cui abbia mai messo piede. Un Perini, storico brand di barche a vela che ormai non è nemmeno più italiano, ma che ancora oggi suscita sempre un grande fascino in chi conosce il mondo della nautica. Il profilo elegante, le linee perfette, l’albero…di quasi 70 metri, la rendono così affascinante che chiunque la veda ne rimane inevitabilmente impressionato.
Sarà una traversata più confortevole delle altre, la cabina che condivido con John è più che dignitosa, avremo internet per tutto il tempo grazie alla connessione satellitare ed uno spazio immenso nel quale trovare momenti di beata solitudine o piacevole compagnia.
Essendomi unito al gruppo ieri sera, ho già avuto modo di familiarizzare con la cucina, con gli strumenti, con le persone e soprattutto con il movimento della barca stessa. Se ripenso alla prima volta che abbiamo preso il largo, 3 anni fa, mi sale un po’ il magone perché l’Atlantico è l’Oceano per definizione e se è vero che il mare va sempre rispettato, per l’Oceano questo rispetto deve diventare quasi timore reverenziale.
Assorto in questi pensieri, vengo distratto per un attimo delle sartie che vengono mosse da una raffica di vento e sbattendo contro l’albero generano quel tipico rumore che è facilmente udibile in porto, quando le barche sono ormeggiate l’una a fianco all’altra e creano una sorta di musica marittima.
Emozione, tranquillità e spirito d’avventura, di più non potrei chiedere. Beh forse qualcosina in più forse potrei, ma per il momento mi godo quello che ho, perché in fin dei conti è perfetto così com’è.
Sono le 4.45, quando nella penombra della cabina, suona la sveglia del mio telefono. La spengo in un decimo di secondo perché non voglio svegliare John. Stamattina mi tocca l’ultimo turno di guardia. Ultimo in ordine cronologico rispetto al resto dell’equipaggio e ultimo in assoluto perché, in quanto chef, non sono coinvolto nei turni di guardia. Durante tutta la traversata ogni membro dell’equipaggio osserva un turno di due o tre ore, a seconda dell’organizzazione scelta da Comandante e Primo Ufficiale, durante il quale si occupa di rimanere sveglio e vigile al fine di intervenire tempestivamente qualora qualcosa andasse diversamente da come è stato pianificato. Ovviamente si parla dei momenti in cui si verifica una criticità o una possibile criticità e anche e soprattutto quando è necessario un cambio di rotta o un aggiustamento delle vele. Su questa barca tutto questo viene un po’ meno perché le vele non verranno mai utilizzate per tutta la durata del viaggio. Per una serie di motivi gestionali ed economici, tutti propri della compagnia che gestisce la barca, dobbiamo arrivare a Palma il prima possibile, quindi motori a palla e niente cazza, lasca o poggia e orza. La seconda, che ho imparato ieri parlando con Matteo, è che su imbarcazioni così grandi, le vele vengono issate raramente. Con un albero così importante, il solo attrito generato dal peso della vela crea un’usura incredibile e di conseguenza non è possibile compiere l’operazione due, tre o quattro volte al giorno come accade per imbarcazioni molto più piccole. Inoltre la potenza che genera il vento, nel momento in cui viene intercettato dalla randa, fanno sì che si cerchi di farlo in casi sporadici e vorrei dire anche speciali. È un po’ deludente ma la delusione è compensata da tante altre cose.
Un po’ assonnato e molto rincoglionito, mi dirigo verso il ponte di comando. Percorro il corridoio che separa le due file di cabine equipaggio ed entro nella Crew Mess, la zona dove ci si riunisce per mangiare, che si trova alla mia destra, proprio di fronte al mio regno, la cucina.
Mi rendo conto che se dovessi fare i turni di guardia per tutta la traversata non riuscirei ad essere così fresco e riposato in cucina, ed è esattamente questo il motivo per cui lo chef può contare su un sonno unico e ininterrotto, anche perché riesco a tagliarmi frequentemente le mani anche da riposato, figuriamoci se dovessi dormire a fasi alterne.
Ho accettato di fare queste due ore perché John voleva dare un’ultima notte sana di riposo “pulito” ai due marinai che da stamattina invece entreranno nel ciclo di cui parlavo prima.
Entro nel ponte di comando e guardandomi attorno mi sento un po’ come il Comandante Kirk a bordo dell’Enterprise. Ci sono luci ovunque, monitor che sembrano animati di vita propria, computer e apparecchiature che ho già visto prima, in molte altre barche, ma che qui, non so perché, assumono un aspetto diverso.
In realtà nelle prossime due ore non avrò molto da fare, dopotutto siamo all’àncora e non ci muoveremo prima di qualche ora. Le uniche cose di occuparsi sono il controllo della posizione e della tenuta dell’àncora, che su un fondale sabbioso e morbido come questo, può “arare” e far quindi scivolare la barca e compilare una volta all’ora il registro di bordo, o logbook come viene chiamato in Inglese.
Mentre mi guardo attorno mi rendo conto che si è alzato un po’ il vento, il brandeggio si è fatto più importante rispetto a ieri, cosa che mi viene confermata anche dal monitor principale dove si può osservare il movimento compiuto dalla barca nelle ultime ore.
Siamo a ridosso della zona limite, che altro non è che un cerchio virtuale, perché generato da un PC, definito dalla posizione dell’àncora che ne rappresenta il centro esatto e dalla massima estensione della catena, che invece determina la circonferenza del cerchio stesso. A parole viene difficile spiegarlo, soprattutto da parte di un cuoco, anche se in realtà è un concetto molto semplice. Se la barca esce dal cerchio suona un allarme che sveglierebbe anche Morfeo, perché significa l’àncora ha arato e quindi potenzialmente si potrebbe finire a scogli, che qui non ci sono, o addosso ad altre imbarcazioni che invece qui sono come le api nell’alveare.
Mi siedo sul divanetto, appoggio la schiena sul cuscino e attendo che il tempo passi.


