Questa, mutuando un’espressione coniata da Rino Tommasi, è stata una tappa da “Circoletto Rosso”. È la seconda perché attraversare i Pirenei, per la difficoltà intrinseca e per le condizioni meteo avverse, è stata la prima da evidenziare e soprattutto da ricordare.
La notte nel dormitorio è stata per me poco riposante, avendo potuto beneficiare di sole tre ore di sonno continuato. Ad onor del vero, da quando siamo partiti non ho mai dormito più di 5/6 ore, che sono sicuramente meno di quelle che avrei voluto sfruttare, ma che nel contempo non hanno mai compromesso lo stato fisico o mentale. Stanotte si sono sommate diverse cause, tra cui il vino rosso della cena, i soliti Roncadores che riescono a oltrepassare il silicone dei tappi per le orecchie e una certa irrequietezza che ho iniziato a percepire dalle 2 in poi.
Per questi motivi alle 4.57 ho archiviato ogni speranza di riprendere sonno ed mi sono messo a leggere fino a quando Matteo, alle 6.15, ha acceso la luce del suo letto e ho deciso di alzarmi per fare colazione. Alle 7.30 siamo usciti dal portone di legno, un’opera d’arte a tutti gli effetti con intarsi e decorazioni i cui bordi sono lisci da secoli di sfregamenti e urti da parte di chissà quanti pellegrini.
Il bar di fronte mi ha servito il primo vero caffè ristretto, buono anzi buonissimo, con un gusto intenso e pungente segno che la miscela utilizzata era quasi sicuramente sbilanciata sulla Robusta. Mentre ci stavamo mettendo gli zaini in spalla è sbucato un ragazzo da una via laterale. Era palesemente ed inequivocabilmente borracho, ubriaco, e reggeva in mano un cartone di pizza che aveva consumato in piedi, camminando. Ci si è avvicinato, ci ha guardato qualche secondo senza proferire alcuna parola e senza muoversi di un millimetro se non per sbattere pigramente le palpebre. Poi ha spalancato gli occhi e ci ha detto: “peregrinos?” Certo, abbiamo risposto in coro, e lui rispondendo in modo automatico ci ha augurato il consueto Buen Camino.
Ci siamo messi in marcia col buio della notte, fronteggiando un freddo aggressivo e tagliente al punto che i primi passi sono stati “difficili”. Ci sono momenti durante il Cammino, non importa se al mattino o al pomeriggio, in cui la mente serve a dominare il fisico mettendogli un silenziatore che in occasioni come questa fa tutta la differenza del caso.
Dopo poche centinaia di metri, subito dopo essermi incantato a guardare la cattedrale avvolta da colori incredibili, ho realizzato di aver lasciato il bastone in ostello. Ora, siccome si tratta del terzo bastone che perdo e per via del fatto che questo mi piace a tal punto che lo voglio portare a casa, ho lasciato che Matteo e Floriano proseguissero da soli e sono tornato a prenderlo. Rimettendomi nuovamente sul tracciato del Camino pensavo ai 31 KM nominali della tappa, alle cose lette o sentite in merito ai paesini che incontreremo e al paesaggio apparentemente noioso nel quale metteremo un passo dopo l’altro.
Imbocco una strada laterale, poi un’altra e un’altra ancora, passando di fronte a panifici, macellerie e piccoli negozietti all’interno dei quali persone di ogni tipo stavano iniziando le loro giornate. Ad un certo punto, ecco che scorgo in lontananza, alla fine della strada, un viale a quattro corsie che avevo individuato col navigatore e che è la carretera principal de Burgos. Pochissime macchine, poche persone e una brezza gelida che si attorciglia alle mascelle e quasi mi fa provare una sensazione di paralisi facciale. Alzo quindi la fascia collo fino al naso e l’altra sulla fronte fino alle sopracciglia, sovrapponendole a metà strada in modo da tenere esposti solo gli occhi.
Il trucco funziona sempre alla grande, mi scaldo in fretta e così fanno anche il busto e le gambe grazie al nuovo abbigliamento tecnico comprato ieri. Le articolazioni beneficiano invece di ben 4 Kg in meno di peso (ieri ho spedito le cose superflue a casa) e hanno un passo spedito che non mi curo di misurare, ma che anzi, sono ben lieto di assecondare. Ho un ritmo pazzesco per le mie medie usuali, 5.7 km/h, il più veloce che abbia tenuto in tutte le tappe dall’inizio ad oggi. Non sono in gara con nessuno, sia chiaro, anche perché non ce n’è bisogno e non ci sono né vincitori né vinti, ma in meno di venti minuti raggiungo i ragazzi che hanno trovato un hotel nel quale usufruire di un buffet per la colazione molto conveniente e molto ben strutturato.
Non ho fame al momento e decido di proseguire da solo, decisione che si dimostra vincente. Macino senza fatica 6 Km in poco più di un’ora e dopo aver infilato gli auricolari, sento di poter tenere lo stesso ritmo ancora per un po’. Mi chiama Floriano: “Ma dove sei che non riusciamo nemmeno a vederti all’orizzonte? Quanto stai correndo?” Ridiamo tutti e tre, siamo in vivavoce, capisco che vogliono riunire il trio e stanno “tirando” per riprendermi, solo che io stamattina sono in trance agonistica.
Sono però anche consapevole che camminare in compagnia è un’altra cosa e oggi ho proprio voglia delle good vibes che riesco ad innescare con Flo. Lui è una Bilancia come me e non ci sono storie, ci capiamo e ci parli
amo in un modo che ci fa stare bene. Accanto a me, all’improvviso, un campo coltivato con piante che mi sembrano familiari. Mi avvicino, le osservo meglio, e si tratta proprio di piselli verdi. Il campo è completamente ricoperto di rugiada ghiacciata che crea un effetto degno di una foto.
Il primo paesino è a 4 Km ed è lì che mi fermo per farmi raggiungere, all’interno di un bar un po’ fatiscente che rappresenta l’unica scelta possibile nel raggio di 15 Km. Un thè caldo e un cornetto e in meno di 10 minuti ecco che i miei compagni si affacciano all’ingresso. Ci riposiamo per una ventina di minuti, al termine dei quali Matteo si rimette in moto e io e Flo ci prendiamo qualche minuto in più. Non lo vedremo più sino all’arrivo. Quando ricominciamo a camminare intravedo nell’aria alcune minuscole particelle fluttuanti, ghiacciate, segno che la neve sta arrivando. Senza pensarci due volte dico a Flo che al primo riparo sarebbe meglio mettere su il poncho così da proteggere i vestiti ed evitare di bagnarci. Anche perché con una giornata come questa significherebbe ammalarsi di sicuro. Continuiamo a passo deciso attraverso i campi, intravedendo le colline, e non passa molto che le particelle si ingrossino e si infittiscano fino a diventare veri e propri fiocchi di neve nella bufera. Il vento spira proprio davanti a noi e ce li spinge sugli occhi rendendo difficile tenerli aperti. Iniziamo a salire, la temperatura sotto le giacche aumenta, il battito è in progressivo aumento ma senza dare sensazione di affanno, segno che il cammino è entrato dentro di noi allenandoci e rendendoci più padroni dei nostri corpi e delle nostre performance. Mi perdoneranno i maratoneti che leggono, abituati a ben altri sforzi, ma camminare così a lungo con lo zaino in spalla e soprattutto ripetendo l’esercizio ogni singolo giorno, è tutt’altro che facile, almeno per me. Mentre John Coltrane, in riproduzione sul mio telefono, diffondeva le note del suo Sax pensavo a come queste due settimane siano state caratterizzate proprio da quella sequenza di sensazioni ed emozioni di cui avevo letto prima di partire. La prima settimana ho avuto nella testa solo due cose: i dolori e l’arrivo alla tappa successiva. I dolori sono costanti, ogni giorno se ne manifesta uno nuovo che si somma ai precedenti e pensi che non è possibile che continui così a lungo perché il numero dei muscoli e un numero finito, santo cielo. Capita però di scoprire che possono dolere parti del corpo che in tutta una vita non avevano mai dato alcun segno della loro esistenza ed è sconcertante ma inevitabile. La seconda settimana invece, quella che sta finendo, è stata caratterizzata dalle emozioni, dalla spiritualità intesa come misticismo misto a stupore, perché si ha la consapevolezza di fare qualcosa di completamente nuovo rispetto al passato e che questo qualcosa sta cambiando a poco a poco non solo l’involucro ma anche il contenuto del proprio corpo. Si ha l’esatta percezione che la propia anima viene continuamente sollecitata dai sensi attraverso i quali si elabora ciò che ci circonda. I dolori restano, vanno e vengono senza sosta ma è come se il senso dell’impresa fosse sempre più chiaro ed evidente e questo fa sì che ottengano meno attenzioni di prima. La terza settimana dovrebbe essere segnata dall’esaltazione dello spirito ed è proprio questo che ho sentito per qualche minuto stamattina. Ho avvertito la sensazione di essere in pace, in un habitat che seppur ostile, duro e implacabile, mi sta riempiendo di soddisfazioni e perciò di profondo benessere. Davanti a noi un’altra salita, stavolta breve ma sufficiente a farci salire in cima ad un mastodontico “panettone”, così l’ho definito parlando con Flo e credo che questa descrizione restituisca esattamente ciò che è la Meseta. Nel tratto di oggi ancor più che in precedenza perché da lì in poi abbiamo camminato quasi sempre in piano, circondati da prati così piatti e così estesi da perdersi con lo sguardo per cercare un confine sulla linea dell’orizzonte. Ho fatto diverse foto, da diverse angolazioni, in diverse modalità e sarà probabilmente perché uso il telefono o forse perché gli occhi sono l’unica macchina fotografica capace di catturare qualsiasi paesaggio, ma non si riesce a scorgere nulla di ciò che di cui ci siamo “nutriti” oggi. Alcune strade asfaltate si intersecano tra di loro e con il cammino stesso. Ci fermiamo in mezzo ad uno di questi incroci deserti, ci piace un sacco e scattiamo foto anche qui senza alcun limite. Andiamo avanti, parliamo, ascoltiamo musica, cantiamo a squarciagola, stonati come campane ma felici come bambini al parco giochi. Un altro paesino ci si para davanti, cerchiamo ancora un bar o un luogo caldo in cui mangiare qualcosa. Lo troviamo, entriamo e senza curarci molto del contesto ci sediamo. Ordiniamo una cosa veloce, un pincho de tortilla e mentre ritorniamo al tavolo ci rendiamo conto che attorno a noi tutto è molto strano. Il proprietario è un signore anziano che con movimenti goffi gestisce noi e gli unici due clienti del bar. Una signora è seduta di fronte alla stufa con lo sguardo fisso verso il bancone, non parla, non si muove, sembra catatonica. Due cani di media taglia si muovono tra i tavoli, annusando gli avventori e sperando in un qualche pezzo di cibo. Sembra il set di Gatto nero, gatto bianco di Kusturica. Non ci sentiamo a nostro agio, avvertiamo un’energia molto diversa dalla nostra. Consumiamo in fretta e scappiamo. Ritornati in strada sento che la sosta ha raffreddato la maglia a contatto con la pelle e l’aria mossa dai miei movimenti mi fa percepire un po’ di freddo. Mi vengono in mente le parole che il ragazzo del negozio mi ha detto ieri mentre descriveva nel dettaglio le caratteristiche del Soft Shell che ho poi comprato. “Quando ti fermi sentirai un po’ freddo, meno che con la giacca che stavi usando, ma non appena ti rimetterai in movimento vedrai che ti riscalderai in fretta. È stato proprio così. Controllo l’orologio, siamo a 22 Km percorsi, 9 ancora per arrivare a destinazione. Io e Flo ci guardiamo, lui mi chiede come mi sento e la mia risposta lo concorde: sto da Dio! Ci imbattiamo in uno dei milioni di cartelli che indicano la strada da seguire, quelli che sono anche utilizzati dai pellegrini per scrivere frasi filosofiche, citazioni e pensieri liberi. Fino ad ora ne avevo trovate una ogni tanto, spesso non erano nemmeno degne di essere fotografate, altre volte invece si, ma oggi ne abbiamo dovute fissare tantissime. Quella che mi è piaciuta di più è: se vuoi trovare la risposta, dimentica la domanda e fidati del Camino”. Superiamo un collinetta, poi un’altra e ad un certo punto ci ritroviamo in mezzo ad un’autentica bufera di neve. Dei fiocchi grandi come stracci ma più si intensifica più siamo felici di esserci in mezzo. Non sentiamo il freddo, non avvertiamo fatica, solo la gioia di andare avanti verso una meta che è diventata un miraggio e a cui sembra non ci stiamo nemmeno avvicinando. Non riusciamo a scorgere nessun paese in lontananza e dopo aver pazientato a sufficienza decido di aprire Maps e controllare. Con sorpresa e un po’ di disappunto ci accorgiamo che la distanza da percorrere è ben più importante di quanto dovevano le guide e lo stesso Matteo a cui probabilmente ha difettato un po’ la memoria. Alla fine percorreremo 35 Km spaccati, croccanti e sempre più gustosi.
Durante il cammino si vede di tutto, a volte esiste una spiegazione, altre volte no e va bene così perché ognuno di noi sta perseguendo il suo personale obiettivo.
Sono quasi le 19, a breve ceneremo giù al piano terra, altri momenti riempiranno questa giornata unica, rendendo speciale ogni singolo istante da qui a quando spegneremo la luce.
Hang loose guys, a domani.


