La parola del giorno è: Comfort
C’è poco da raccontare dal punto di vista paesaggistico relativamente alla tappa di oggi. Abbiamo camminato dall’inizio alla fine su un sentiero a bordo strada, con cielo nuvoloso e il passaggio di auto e Tir per tutto il tempo. Dura farsi ispirare, però, visto che ieri ho semplificato e troncato il racconto, cercherò di recuperare oggi, unendolo alle poche cose interessanti della giornata odierna.
Al risveglio a Hontanas, guardando fuori dalle piccole finestre quadrate incastonate fra le mura di pietra dell’ostello, abbiamo avuto la sorpresa della neve. Dopo aver fatto colazione ed essere scesi in strada, ho avuto immediatamente la percezione della difficoltà rappresentata dalla tappa e dal meteo. Già i 35 Km abbondanti erano una bella sfida, ma farli anche con il freddo pungente della Meseta in questo periodo dell’anno aumenta ancora di più il coefficiente di difficoltà.
La strada principale di Hontanas era ricoperta da un’unica lastra di ghiaccio, sulla quale per qualche centinaio di metri, abbiamo camminato con cautela per evitare di finire gambe all’aria. Al primo bivio ho fotografato il cartello con le indicazioni del cammino, sul quale, come in tutti gli altri nelle precedenti tre tappe, G&B hanno voluto lasciare una traccia del loro passaggio condividendo molte massime filosofiche, devo dire alcune molto profonde ed interessanti, altre un po’ meno.
Data la mia condizione fisica di ieri, la prima di queste perle mi è suonata estremamente calzante: “Why I’m still here, just to suffer?” In effetti, avendo lasciato andare avanti Matteo e Flo e ritrovandomi da solo, mi sono chiesto per venti minuti cosa mi spingesse ad andare avanti ignorando per quanto possibile il dolore e la fatica. Sono sincero, non ho trovato e non c’è una risposta. Certo, la più banale e scontata è di arrivare alla fine del Cammino, ma da sola non basta.
Mi spiego meglio, dopo due settimane ci si rende conto che in realtà Santiago è il solo punto finale di un libro bellissimo di cui ci si sente unici protagonisti. Si capisce, o almeno io credo di aver capito che la cosa che conta è la consapevolezza che matura giorno dopo giorno, paese dopo paese, ostello dopo ostello, che si sta realizzando qualcosa di grande per sé stessi. La fatica tiene a bada i pensieri superflui e dà invece spazio a ciò che conta davvero. Sapere di aver camminato più di quanto non si sia camminato nei 6 mesi precedenti (è un numero a caso, non c’è nessun calcolo) fortifica enormemente e infonde un senso di grande fiducia sull’esito dell’esperienza. Quindi, come dicevo, Santiago non è la risposta.
A questo pensavo mentre percorrevo lo stradone deserto che portava a Castrojeriz nel quale Matteo e Flo mi aspettavano per fare lo spuntino di metà mattina. Si tratta di un paese antico, popolato da poco meno di mille abitanti che probabilmente vivono solo con i pellegrini o di poco altro.
La taberna in cui ci siamo infilati era affollata di gente del posto che, come sempre, si dimostra accogliente con tutti i pellegrini. La signora dietro il banco, nonostante fosse decisamente impegnata a servire tutti, non ha battuto ciglio, ha preso i nostri ordini, li ha portati in cucina e nel giro di pochi minuti ci aveva gestito alla perfezione.
Flo ha tirato fuori la Credenziale per farsi apporre il timbro, cosa che io faccio di regola solo negli ostelli in cui dormiamo, ma questa volta si trattava di un timbro carino, stilizzato, raffigurante la montagna alle spalle del paese e il convento di San Antòn del XIV secolo. Ne sono rimaste solo alcune rovine attraverso le quali passa la strada del cammino.
Nella stessa taberna si sono fermati anche Helena e Rafa con i quali abbiamo creato un quintetto divertente che è rimasto intatto fino alla fine.
Di fronte alla taberna c’era una chiesa, le cui mura e soprattutto il giardino esterno erano a cinque metri di altezza sopra la strada. Affacciati sulla ringhiera protettiva un gruppo di bambini che al nostro passaggio hanno cominciato ad urlare “Buen Camino,” non una volta, almeno cinque o sei, cosa che ci ha fatto sorridere e anche un po’ emozionare.
Alla ripresa, complice la pancia ristorata e le gambe già calde, il passo si è fatto veloce ed è rimasto tale fino alla salita sull’Alto de Mostelares. Come dicevo ieri, 12% di pendenza per 1 Km o poco più. La cima era avvolta nella nebbia ed è stato chiaro fin da subito che non avremmo goduto della vista estiva sulla valle sottostante.
Mentre salivo, sentivo i muscoli bruciare, il respiro leggermente affannoso e il calore del corpo trattenuto dal Goretex della Soft Shell. Molti piccoli dettagli sono stati d’aiuto per fermarsi qualche secondo, giusto il tempo di uno scatto. Una ragnatela inglobata nella rugiada, un ramo cristallizzato e qualche piccola area limpida in mezzo al grigiore circostante.
La cima è arrivata in fretta e con essa lo stupore per il fatto che oltre la nebbia, giù nella valle sulla quale stavamo per entrare c’era cielo quasi limpido, privo di nuvole e il paesaggio diventava via via più bello e affascinante.
Ad un certo punto, qualche km dopo essere tornati in piano, ho avuto la sensazione di trovarmi in un altro posto, completamente un altro posto. Il sole scaldava a tal punto che ci siamo dovuti alleggerire di uno strato di vestiario per non
sudare eccessivamente.
Più andavamo avanti e più si paravano davanti a noi praterie infinite, collinette con piccoli monasteri e discese ricoperte di foglie gialle. La fatica cominciava a farsi sentire, le piante dei piedi in particolare perché dopo 4 ore di marcia non c’è scarpa che tenga, il dolore è inevitabile.
Il paesino successivo, Itero de la Vega, è stata l’ultima sosta prima di fare la tirata finale fino a Fromista. Un corso d’acqua ci ha regalato un momento di relax e qualche riflesso pulito degli alberi sull’acqua.
Le condizioni fisiche finali, all’arrivo all’ostello, mi hanno portato a togliere scarpe e calzini prima ancora di entrare all’interno per il check-in. L’ostello in sé era un po’ “strano,” così come alcuni ospiti con cui abbiamo condiviso la camerata. In particolare una coppia di ragazze francesi, una di 17 anni e l’altra di 31. Flo ha scambiato due chiacchiere, io ascoltavo distrattamente mentre svuotavo lo zaino. Siamo rimasti entrambi basiti quando abbiamo capito che la ragazza più giovane stava scontando una sorta di “pena accessoria” consistente nel percorrere il Cammino, una cosa simile ai servizi sociali e l’altra ragazza era la sua “educatrice.” Non siamo andati oltre con le domande, andava bene così.
Cena in un bar, l’unico aperto, squallido e piuttosto fatiscente e poi dritti a letto dove credo di aver preso sonno in meno di trenta secondi. Stamattina il risveglio è stato confortante perché l’ibuprofene ha fatto effetto a sufficienza per calmare i dolori e le infiammazioni più forti, consentendomi di mettermi in moto senza soffrire troppo.
Della giornata oggi invece ci sono tre cose da ricordare: l’alba, i 19 Km di lunghezza che le gambe ormai affrontano facilmente e la pensione che abbiamo scelto io, Matteo e Flo per passare la notte che ci ha riportato al comfort delle nostre vite di tutti i giorni. Riscaldamento a manetta, letti comodi su cui sprofondare e il corpo che ringrazia perché avere a disposizione tre o quattro ore in più di riposo ci consentirà di recuperare meglio le forze in vista dei prossimi due giorni, nei quali dovremo tritare la bellezza di 70 Km. Hang loose, a domani.


