Questa è stata un’altra giornata da Circoletto Rosso, una tappa simbolicamente molto importante per tanti motivi. Colazione in ostello, caffè al bar e poi in marcia tutti assieme. Ho camminato prima con Helena e poi con Maria e Jenna, che oggi stava un po’ meglio e riusciva a tenere un buon passo. Nonostante avessi riposato a sufficienza non mi sentivo particolarmente forte, anzi, mi sembrava di essere perfino scarico. Ho quindi deciso di partire con calma, scaldare i muscoli, carburare lentamente e risparmiare energie fino alla prima sosta. La strategia mi ha consentito di legare ancora di più con le persone del gruppo con cui avevo parlato meno, di godere ancora di più delle piccole cose che ci circondano quotidianamente, come gli animali che incontriamo ogni giorno lungo il cammino e che spesso ignoriamo per non perdere terreno e tempo, e di apprezzare al massimo la natura che in questi giorni sembra essere esplosa in tutto il suo splendore. Nel primo tratto di strada penso di aver scattato almeno cinquanta fotografie, ad ogni angolo scorgevo un particolare che meritava di essere catturato, tanto che da un certo punto in poi ho tenuto il telefono in mano anziché rimetterlo in tasca tutte le volte. Ruscelli da attraversare, foglie morte su cui appoggiare morbidi passi e ancora distese infinite di verde brillante. Salite e discese che ormai non spaventano più, che anzi rappresentano una mini sfida nella sfida. Abbiamo camminato per qualche centinaio di metri a fianco ad un binario morto del treno, su pietre e rottami di ferro e per pochi minuti mi è sembrato di ritornare bambino, un’emozione rara a questa età e che il cammino ha saputo romanticamente rievocare. Poi è uscito il sole, sempre tra le nuvole, ma abbastanza caldo da squagliarle e farci stare ancora meglio e ancora più grati per l’esperienza che stiamo vivendo. Al passaggio al primo pueblo, un disegno su un muro con una scritta in spagnolo ci ha fatto fermare e riflettere: El Camino es hacia dentro, il cammino si fa dentro (di sé). Parole che all’inizio sembravano luoghi comuni, già letti più volte anche nei racconti di chi lo aveva già percorso e che oggi invece rappresentano fedelmente i nostri stati d’animo. Poi è arrivato un campo recintato, circondato da stalle, all’interno del quale c’era un mulo solitario. Un fischio, un cenno con la mano e si è avvicinato immediatamente. Un burro, come si dice in spagnolo, affettuoso e mansueto che si è preso ogni carezza così come farebbe un cane col suo padrone, priceless. Poi ancora prati, stradine strette pavimentate con la pietra, cieli infiniti dipinti di azzurro intenso e striati da nuvole bianchissime. La carica generata da tanta bellezza mi ha dato una rinnovata forza anche nelle gambe, che hanno cominciato a lavorare bene e mi hanno fatto ritrovare il mio passo. Con questo spirito e queste sensazioni siamo arrivati alla prima sosta in un bar di paese che pullulava di gente. Una cerveza, un boccadillo formato Flintstones e un caffè solo, l’equivalente del nostro ristretto. Via di nuovo in strada perché l’ultima pietra miliare ci aveva avvisato che mancavano 400 metri al Km 100. Dire che lo stavamo aspettando è riduttivo. È una sosta obbligatoria, un luogo iconico dai mille significati. Quando l’abbiamo raggiunta ci siamo paralizzati per qualche secondo, dapprima perché è una pietra come le altre e aveva forse deluso l’aspettativa che fosse diversa, ma poi ci siamo resi conto da soli, ognuno nelle proprie teste, che il suo valore prescindeva dalla pietra in sé. Il significato di quel luogo è tutto interiore, nella consapevolezza di chi cammina, di chi ha “sofferto” tanto o poco per arrivarci e che proprio lì comincia a sentire il profumo dell’impresa, il gusto della soddisfazione e vede sempre più vicina la tanto agognata Santiago. Da quel momento in poi ogni passo non è più stato un passo da aggiungere alla fatica del giorno, è diventato un passo in meno verso l’arrivo, quindi un pezzo di fatica da sottrarre al totale. Come può cambiare la percezione delle cose se si cambia la prospettiva eh!? Non ho condiviso con gli altri queste riflessioni, anche se è molto probabile che anche loro le abbiano fatte, ma mentre ripartivamo pensavo al fatto che questo è forse uno dei migliori insegnamenti di sempre, un po’ come se avessi dato un’interpretazione diversa al famoso detto “meglio vedere il bicchiere mezzo pieno, anziché mezzo vuoto”. Da lì in poi ho camminato con Flo, volevo camminare con lui e lui con me. Abbiamo fatto così tanto insieme, abbiamo parlato così tanto e soprattutto, diamine, abbiamo camminato per oltre 700 Km fianco a fianco. Andavamo via come se avessimo avuto i pattini sotto le scarpe e ci siamo lasciati alle spalle il resto della combriccola che invece ha preferito andare con calma. Sono certo che avremmo anche accelerato se non ci fossimo imbattuti su una croce commemorativa, forse una delle ultime, sulla quale come sempre ci fermiamo. Dapprima ci attirano i colori dei nastrini, poi le fotografie e infine i messaggi. Sono sempre momenti molto carichi di emozione, oggi in particolare perché sulla pietra dei 100 sia a me che a lui è scappata una mezza lacrima di gioia. Ma su quella croce, porca miseria, la lacrima è scesa davvero. C
‘era un sasso alla base, un messaggio scritto con un pennarello indelebile nero. Poche parole scritte col cuore e che pesavano più di un camion: papà, vorrei tanto che potessi vedere tutto ciò che ho fatto e imparato, Joseph Dunn. Chiunque tu sia Joseph, sono certo che tuo padre ha visto tutto e ti guarda dall’alto. È dura rimettersi in moto dopo momenti così, è dura tornare a fare qualsiasi altra cosa, ma la vita deve andare avanti, anche per chi non c’è più, come il papà di Joseph. Poco dopo aver ripreso il cammino, mentre stavamo scollinando l’ennesima cima, abbiamo iniziato a vedere i tetti delle case di Portomarin. Senza rendercene conto stavamo accelerando ulteriormente, complice anche la discesa, e non ci siamo curati nemmeno di scegliere il sentiero più sicuro tra i due a disposizione, imboccando quello che ci era stato consigliato di evitare perché pericoloso. È il letto di un torrente che non esiste più, ma che essendo fatto di pietra liscia e ricoperta di muschio è particolarmente scivoloso. Lo abbiamo affrontato impavidi e incoscienti ma alla fine senza correre alcun vero pericolo. Una volta arrivati in strada eravamo all’imbocco del ponte del paese, un ponte che passa sopra al Rio Marin, un fiume bellissimo che crea due anse naturali enormi. Prima di percorrerlo però non abbiamo resistito alla tentazione di suonare la campana della libertà posta sul lato sinistro, poi dritti come proiettili fino all’ingresso del paese che è costituito da una scalinata ripida con una porta in pietra sulla cima. Guardandola dalla strada sembrava proprio rappresentare l’immagine della Stairway to Heaven dei Led Zeppelin. Il nostro ostello è proprio oltre la porta in pietra, è accogliente e spazioso, caldo e confortevole e dopo aver fatto la doccia ci siamo messi subito a scrivere, tutti. Si perché forse non lo avevo mai specificato, ma tutti coloro che fanno il cammino scrivono, tutti. Chi su un blocco, chi su un diario, chi sul telefono, chi su qualche foglio di carta sciolto, ognuno a modo suo, ma il punto è che il cammino arricchisce, ispira e fa collassare il pensiero logico in un modo sorprendente, straripante e infinitamente emozionante che libera la parte più creativa delle persone. Cena, chiacchiere, risate, tutto come al solito, come è stato negli ultimi 26 giorni e come purtroppo mancherà dannatamente una volta tornati a casa. What a day! A domani.


