TIRANDO LE SOMME
Pensieri conclusivi liberi, in ordine semi-sparso
“Il mondo si rivela solo a coloro che viaggiano a piedi”. Questa è la citazione in cui mi sono imbattuto “casualmente” (nulla avviene realmente per caso) il giorno dopo aver preso la decisione di percorrere il Camino. È una frase che mi ha colpito molto, sicuramente per lo stato d’animo in cui mi trovavo nei giorni che precedevano la partenza, ma ho avuto sin da subito la percezione che il suo valore andasse oltre il suo significato iniziale. Certo, non potevo saperlo in quel momento, essendo totalmente inconsapevole di cosa mi aspettava, ma sono bastati pochissimi giorni di marcia per entrare nello spirito necessario a comprenderla più profondamente e far sì che diventasse parte del mio modo di pensare e, a questo punto, di vivere.
Ci sono volute alcune tappe, direi almeno tre, prima di accedere allo stato mentale propizio alle riflessioni che nel mio caso hanno portato ad una interpretazione personale della citazione di cui sopra. L’ho scritto in un post e lo ripeto qui: il mondo non aspetta chi corre. Non avevo spiegato cosa significa, lo faccio ora dicendo che mentre siamo assorti, ipnotizzati dalla nostra routine quotidiana, immersi nei pensieri, vincolati da tempistiche dettate quasi sempre da altri, siamo forzati a “correre”. Al lavoro, a scuola, al centro sportivo, al ristorante dove siamo attesi, ovunque sia, le nostre vite viaggiano ad una velocità che ci impedisce di osservare con attenzione cosciente il mondo che abbiamo attorno. Il mondo nel frattempo va avanti e lo fa alla sua velocità, non alla nostra. Alba e tramonto hanno i loro tempi, così come la vegetazione e gli animali e tutto ciò che avviene in modo naturale sul pianeta non si cura minimamente se siamo in ritardo, anzi ad essere brutali e sinceri non si cura nemmeno del fatto che esistiamo perché esiste a prescindere, e in molti casi nonostante, la presenza dell’uomo. Possiamo decidere liberamente se prestarle attenzione o meno. Nel primo caso ci regaliamo la possibilità di godere di uno stato d’animo che ci fa sentire parte integrante dell’ambiente che circonda e beneficiamo delle sensazioni che questo comporta, nel secondo siamo solo appendici inutili e ininfluenti di un contesto che può persino apparire avulso alla nostra soggettiva percezione sensoriale.
La prima delle tre tappe che hanno portato all’accensione di questa “lampadina sul mondo” è l’attraversamento dei Pirenei, che viene spesso evitato da molti camminanti per la sua durezza. L’impatto col Cammino, in quei luoghi così ostili e impervi, non consente di fare riflessioni di sorta. Credo sia impossibile per chiunque, anche per i più esperti e per chi ha già percorso il Camino stesso. È troppo traumatica per l’impatto che ha a livello psicologico, fisico e morale. Mentalmente si rimane sorpresi, quasi sopraffatti nel comparare aspettative e realtà. Ci si immagina, illudendosi, una fatica sostenibile che consente di godere della natura e dei rapporti umani, niente di più sbagliato. Dal sesto km in poi, quando inizia la salita che durerà per 21 Km, la mente va in blocco totale, in tilt e si diventa incapaci di pensare razionalmente come si è abituati a fare a casa. Non si hanno riferimenti utili a cui poter attingere nella propria memoria per trovare soluzioni al “problema”. Non è una corsa, non è una passeggiata e non è nemmeno un allenamento intenso: è lo sgretolamento assoluto di tutte le proprie certezze e questa è l’unica consapevolezza certa fin da subito. È nitida, senza sbavature e senza vie d’uscita, se non la rinuncia che fa quasi più paura dell’annichilimento.
Fisicamente è spaventosa perché le gambe reclamano quasi subito una tregua che non arriverà prima di sei o sette ore nel migliore dei casi. Certo, essere allenati aiuta molto, ma come ci si allena per sostenere una mezza maratona quotidiana, con una zavorra di 10 Kg sulle spalle, in salita, ogni giorno per un mese e senza avere mai un giorno di recupero? C’è una frase che ho sentito spesso la sera, confrontandomi con le persone incontrate sul percorso e che avevano già camminato verso Santiago: l’allenamento per il Cammino è il Cammino stesso. Lo posso affermare senza timore di smentita, è proprio così perché l’ho constatato sul mio fisico e l’ho riscontrato anche osservando gli altri.
L’età conta fino ad un certo punto, anche se è banale sottolineare che a 20 anni il recupero è più veloce che a 40 o a 60, ma quando si esce dalla doccia, la sera, le condizioni fisiche e il dolore che si provano sono quasi uguali per tutti. Ho visto ragazzi di 25 anni camminare come se stessero appoggiando i piedi su un pavimento fatto di spilli e scendere gli scalini come se avessero una sola gamba. C’è poco da girarci attorno, lo sforzo a cui si è sottoposti stressa il corpo in un modo che genera due risultati concreti: amplifica al massimo qualsiasi dolore esistente e fa venire a galla tutto ciò che era silenzioso e sconosciuto. Se dovessi dare un consiglio a chi me lo dovesse chiedere prima di cimentarsi in questa impresa sarebbe di lasciare stare gli allenamenti specifici e di prestare invece molta attenzione a due cose: le condizioni fisiche di partenza, che devono essere le migliori possibili e osservare il proprio modo di camminare per accertarsi che la postura e il carico del peso sulle gambe sia quanto più possibile allineato e corretto. Queste due cose, se curate con attenzione, consentono di limitare per quanto possibile il dolore.
Dal punto di vista morale, beh i Pirenei sono il primo momento dell’esperienza in cui si affronta la domanda delle domande: posso farcela davvero? È una domanda a cui non si è in grado di rispondere, se non dopo aver raggiunto un livello di allenamento adeguato, dopo un tempo variabile che dipende dalle proprie caratteristiche fisiche e che nel mio caso arrivato al 25esimo giorno. Fino ad allora la domanda viene elusa e bypassata con un atto di coraggio cieco e assolutamente incosciente, fondato solo sulla determinazione a vincere la propria battaglia personale contro il nemico più ostico di tutti: noi stessi.
Scelgo queste parole per riassumere e concludere questo preambolo iniziale: l’inizio del Cammino passa imprescindibilmente per la dissoluzione del proprio essere per come è stato in passato e per la ricostruzione di un nuovo io che si forma giorno dopo giorno, un mattoncino alla volta.
Voglio darvi qualche numero sul Camino di Santiago, basato sulle uniche statistiche ufficiali disponibili a questo link
Il numero di persone che ogni anno lo percorre in tutto o in parte, seguendo i tanti tracciati disponibili corrisponde a circa 200.000 persone (arrotondato per eccesso). È un numero significativo in valore assoluto, ma decisamente microscopico se comparato agli abitanti del pianeta. Si tratta dello 0,002% della popolazione mondiale e la maggior parte di queste persone, il 95%, lo percorre solo parzialmente scegliendo uno dei tanti punti di partenza possibili, ma prediligendo l’ultimo da Sarria a Santiago. Il cammino completo da Saint Jean de Pied du Port viene percorso dal 5% del totale, 10.000 persone e di questi il 90% sceglie la primavera o l’estate per farlo. I rimanenti 1.000 lo compiono in questo periodo dell’anno, segno evidente che la follia è ad appannaggio di pochissimi squilibrati. Non mi interessa fare alcun tipo di autocelebrazione, sono più che consapevole che i numeri sono solo una fotografia che non dice nulla del perché sia così, ma i numeri sono incontrovertibili e offrono una rappresentazione fredda di questa esperienza.
Voglio adesso parlare dell’esperienza in sé, facendo quanto posso di meglio per offrirvi il mio personale punto di vista.
Camminare per 800 Km è una pazzia in piena regola, non è “umano”, non siamo fatti per fare fatiche di questo tipo e non ho nessun dubbio che il Cammino lasci dei segni permanenti sul corpo. Ma ne lascia anche nell’anima ed è per quei segni che si accetta di andare avanti, di farsi del male intenzionalmente accettando che la follia prenda il sopravvento sul buon senso.
In cammino ti porti dietro cose materiali, di cui hai bisogno tutti i giorni, ma ti porti dietro anche le persone e i sentimenti di cui hai bisogno per vivere tutti i giorni della vita.
Macinando km e pensieri in modo costante arrivi ad un momento in cui senti che ti devi alleggerire, lo avverti come un bisogno primario e imprescindibile e la prima cosa a cui metti mano è lo zaino che hai sulle spalle. Lo apri e lo chiudi tutti i giorni ma quando lo fai con l’intento di selezionarne il contenuto ti poni una domanda semplice: mi serve davvero? Lo fai con gli oggetti palesemente superflui e lo fai altresì con quelli che consideravi indispensabili. Ti rendi conto in fretta che il concetto di “indispensabilità” è relativo, anzi perfino superfluo.
Personalmente, quando ho operato la scelta e ho risposto alla domanda mi sono detto che di indispensabile c’è solo l’aria che respiro, il cibo di cui mi devo nutrire e le gambe sulle quali devo sorreggermi, tutto il resto è innegabilmente secondario. Con questa nuova prospettiva è facile liberarsi di ciò che appesantisce il viaggio e non si avverte alcun rammarico per ciò che si sta lasciando, perdendolo per sempre. Che sia un caricabatterie, un vestito o un paio di scarpe, lo regali a qualcuno che ne ha bisogno o lo getti nello scatolone delle cose da condividere con gli altri Pellegrini, avvertendo peraltro un senso di appagamento che deriva dalla consapevolezza che quel bene materiale ha finito di essere utile a te, ma può esserlo invece per gli altri.
Questa selezione passa poi alle cose immateriali che hanno a che fare con i pensieri che affollano la mente di ognuno. Piccole o grandi preoccupazioni, dubbi e paure, frustrazioni e tutto ciò che come gli oggetti rallenta il passo, aumenta la fatica e impedisce di andare avanti con serenità. Kilometro dopo kilometro si tagliano via pezzi di razionalità superflui, come se si fosse partiti con un vestito che progressivamente diventa troppo grande perché si perde peso e diventa necessario accorciarlo, stringerlo e adattarlo alla propria nuova forma fisica. Quei pensieri a volte sono legati a persone, ad eventi specifici o a ricordi del proprio passato e sono quasi sempre cementati nella testa da anni senza che niente li abbia smossi di un millimetro. L’istinto di sopravvivenza viene fuori in fretta sul Camino, lo fa con prepotenza ma porta con sé il beneficio della leggerezza dell’essere sé stessi senza fronzoli e sovrastrutture logiche.
Sapete cos’è veramente e in soldoni il Cammino? È la cartina al tornasole della vita stessa, compressa in un mese, amplificata 50 volte ed esasperata dall’intensità al punto da fare provare l’intera gamma delle emozioni umane, primarie e secondarie, in modo incessante.
Ogni singolo giorno ti mette di fronte a persone nuove, alcune belle e altre meno, con cui si è più o meno forzati a convivere, ad affrontare gioie e sofferenze ed è proprio di fronte a queste ultime che riveliamo la nostra essenza più autentica. Quando si provano le emozioni peggiori, le più dolorose e incontrollabili, non possiamo fingere di essere qualcun’altro, siamo noi stessi e basta. È in quei momenti che quasi come se si stesse leggendo la pagina di un libro, riusciamo a leggere gli altri con facilità, riconoscendoli come simili o come diversi. In quelle diversità si possono rilevare dei punti di contatto o al contrario di distacco, ed è proprio così che avviene la selezione dei compagni di viaggio, in modo animalesco e primitivo ma dannatamente efficace.
È stato così che ho incontrato e riconosciuto persone straordinarie, che mi hanno incuriosito e in alcuni casi anche impressionato. Ne potrei ricordare molti, alcuni li ho menzionati nei post, ma non voglio fare classifiche e mi limito a riportare le imprese che hanno compiuto e di cui ho avidamente ascoltato i racconti. C’è chi ha camminato per 5.000 Km, di cui 400 con un unghia del piede incarnata e avendo davanti altri 3.000 km per raggiungere il proprio scopo. C’è chi ha camminato e sta camminando da anni con malformazioni permanenti, chi affronta il Camino a piedi scalzi indossando solo dei sandali, chi si porta sulle spalle uno zaino che pesa quasi il 30% del suo peso corporeo, chi cammina per oltre 50 Km al giorno e c’è perfino una donna (che non ho conosciuto) che ha corso senza sosta per 10 giorni percorrendo tutti gli 800 Km del Cammino Francese. Dico, dieci giorni senza mai fermarsi se non per espletare un bisogno corporale. Si possono vedere come follie, pazzie pure e semplici che non hanno apparentemente alcuna logica e giustificazione, ma questo è un modo miope di giudicare la vita altrui. Il record non ha nessun valore per chi decide di fare una cosa del genere. Non interessa nemmeno cosa pensano gli altri o se qualcuno lo ha già fatto in precedenza. L’unica cosa che conta è scoprire il proprio limite, raggiungerlo, toccarlo con le proprie mani e lasciarlo alle spalle per definirne uno nuovo. Lo scopo di questa “locura” è che si arriva a conoscersi veramente nella parte più profonda di sé, quella dove spesso evitiamo di addentrarci, dove si nascondono le nostre anime, protette da tutto e da tutti. In quei meandri del nostro essere ci sono risorse impensabili, infinite, con le quali è possibile fare qualsiasi cosa, anche ciò che si considera impossibile e che rimane tale fino a quando non arriva qualcuno che lo fa e che ti dimostra che invece non ci sono limiti alla determinazione degli esseri umani. Infilando le mani in quel cassetto virtuale del nostro essere ed estraendo questi “superpoteri” si possono affrontare in modo completamente nuovo altre situazioni della vita in cui sentiamo di essere bloccati o di non avere strumenti utili alla loro risoluzione.
Il Camino è la vita allo stato liquido e come nella vita si devono fare i conti con eventi che si ripetono nel tempo sotto diverse forme. Perdite e ritrovamenti, ad esempio, come le persone che entrano nelle nostre vite quotidiane e altre che se ne vanno. Alcune volte sono persone che entrano nel cuore, altre volte sono solo di passaggio, ma così come nella vita bisogna imparare a prenderle quando arrivano e a lasciarle andare quando se ne vanno. È forse una delle cose più difficili da fare, ma è essenziale riuscirci per apprezzare di più e meglio le esperienze che abbiamo condiviso con loro e proseguire il nostro percorso individuale senza restare impantanati nel tentativo vano di controllare egoisticamente la vita altrui.
Tappa dopo tappa si affrontano percorsi più facili e percorsi più difficili, a volte più lunghi e a volte più corti, possono essere sterrati o lisci, belli o brutti ma la sostanza di ogni giornata, così come nella vita, è che bisogna comunque andare avanti, passando oltre. Questo è un dovere, un dovere verso noi stessi e verso le persone che amiamo perché è solo così che il cammino ha un senso. Quale vita può avere un senso se resta ferma su un singolo episodio del proprio passato? Nessuna, questa è l’unica risposta. Badate che non sto dicendo che sia facile, anzi è drammaticamente difficile anche perché spesso quegli episodi sono traumi e ferite con cui è oggettivamente difficile fare i conti. Fallire malamente il raggiungimento dei propri obiettivi più importanti, perdere una persona cara, affrontare una malattia che lascia dei segni permanenti e la lista potrebbe continuare ancora, ma restare fermi non aiuta nessuno, né noi né gli altri e questo è un punto incontrovertibile. La vita è fatta di cicli, le nostre vite sono un continuo susseguirsi di perdite e ritrovamenti, come dicevo prima, imparare ad accettare la loro alternanza senza opporvi resistenza è la chiave per vivere liberamente.
Mentre si cammina attraversando montagne e campagne, a causa del tanto tempo a disposizione e della relativa solitudine in cui ci si trova, succede che la testa macini tutto ciò che le viene dato in pasto. Per usare una metafora è come una caldaia a carbone il cui fuoco è in grado di bruciare qualsiasi materiale venga messo al suo interno riducendo tutto in cenere. Che sia un pezzo di legno, un badile di carbone o un anello di diamanti, il fuoco lo tratta allo stesso modo e così fa anche la mente durante il cammino. Trita tutto ciò che le viene offerto ma invece che incenerirlo lo processa, lo viviseziona, lo rielabora e te lo vomita addosso quando è ridotto ai minimi termini. Momento dopo momento ti rendi conto che i problemi che sembravano complessi sono in realtà molto più semplici, quasi elementari e che le difficoltà sono spesso autogenerate. Segue normalmente uno stupore misto a soddisfazione che ti rende più facile accettare anche le consapevolezze più sorprendenti.
Nell’arco del tempo, dopo che ci si è messi in movimento, capitano cose belle, cose che ti fanno vivere tutto con una magnifica leggerezza, alleviando la fatica e facendo volare il tempo. Allo stesso modo però, capitano anche cose brutte e quelle invece sortiscono l’effetto opposto. Appesantiscono tutto e rendono difficile ciò che fino a poco prima sembrava semplicissimo.
Anche qui la differenza la fa il modo in cui decidi di affrontarle, perché puoi combattere ciò che ti capita con tutte le tue forze, oppure puoi accettare l’idea che le cose avvengono senza che tu possa scegliere ciò che più ti piace. Semplicemente perché sfuggono dal tuo controllo e se fai così trovi sempre il modo di farle tornare a tuo vantaggio, traendone un insegnamento o attribuendogli un valore significativo, facendole diventare parte del tuo carattere e della tua personalità.
Un’altra cosa che il cammino mi ha spiegato e insegnato è che tutti noi lasciamo una traccia di noi stessi lungo la strada. A volte, anzi spesso, è un segno che lasciamo nelle persone che incontriamo. Non possiamo evitare di farlo perché ogni nostro passo, ogni gesto e ogni parola lasciano inevitabilmente un segno, sia in noi stessi sia in chi ci ascolta. Molte volte non ce ne rendiamo nemmeno conto, altre invece si. L’ho visto sul Cammino, sulle croci commemorative o sui sassi lasciati a bordo strada e ho capito che anche quella è una rappresentazione della realtà perché le tracce che seminiamo sono tantissime e sono evidenti. Succede che alcune di queste siano attese da altre persone, magari con gioia, mentre altre sono del tutto indesiderate, ma che lo si voglia o meno fanno parte del pacchetto e vanno accettate perché sono il frutto dello scambio tra esseri umani, della vita nella sua accezione più vicina al concetto di condivisione del tempo, dello spazio e delle esperienze che facciamo.
C’è un episodio, un momento in cui ho constatato “in piccolo” questa cosa. È stato due giorni fa, quando siamo arrivati a Santiago. Io e Flo ci siamo fermati in un bar alla porte del centro storico per bere un bicchiere di vino e brindare in anticipo alla conclusione del Camino. Mancavano solo 200 metri alla Cattedrale, ne vedevamo il campanile tra i tetti delle case e ne sentivamo già il profumo. Io avevo iniziato a sentire il magone già negli ultimi 5 Km, così come Flo che stava camminando a 30 cm dal suolo, o come Maria che si è svegliata quella mattina e ha condiviso nel gruppo di WhatsApp che abbiamo creato, la sua emozione per il pensiero che mancava così poco alla meta.
Quando io e Flo siamo usciti da quel bar abbiamo sperimentato due diversi stati d’animo, il mio era asciutto, il magone era sceso, non c’erano lacrime e c’era solo l’immagine della cattedrale che appariva davanti ai miei occhi fissi sull’asfalto. Guardavo la strada senza vederla e non c’erano nemmeno pensieri veri e propri. Le persone che ho incontrato lungo la strada e che hanno incrociato per qualche secondo il mio sguardo fugace hanno avvertito qualcosa, probabilmente senza riuscire a decifrarlo, ma lo hanno rilevato. Alcuni di loro ci hanno salutato in un modo nuovo e il solito Buen Camino è diventato Falta poco, manca poco, coraggio.
Flo invece era in uno stato di euforia estatica che lo portava a salutare chiunque gli si parasse davanti o attorno. Hola, Buenos Dias, a tutti, proprio a tutti. Anziani, bambini, gente al telefono, coppie che stavano parlando tra di loro e che si vedevano interrotte da uno sconosciuto che le salutava con entusiasmo.
È una cosa da niente, un istante che nella maggior parte dei casi viene dimenticato più velocemente della sua durata, però quel gesto veniva accettato o rifiutato in modo evidente ed è esattamente la stessa cosa avviene che con i segni più profondi e importanti che tracciamo nelle nostre relazioni.
Questo tipo di impressioni avviene in modo diverso quando sono i luoghi a toccarci e a segnarci dentro. Non mi dilungo più di tanto perché sono certo che ognuno di voi ne abbia l’esatta percezione, mi limito a ricordare un singolo momento del Camino che mi ha segnato indelebilmente ed è stato il passaggio davanti alla Cruz de Ferro. Ne ho già parlato e l’ho già descritto e voglio evitare di ripetermi, ma vivere quel minuto di silenzio davanti ai “pesi” abbandonati dalle persone ha comportato l’aver assorbito le tracce di ognuno di essi.
Voglio concludere questo post lunghissimo con alcune considerazioni molto pratiche sull’esperienza. Sono note di contorno ma hanno anche loro un ruolo specifico e alcune conseguenze.
Dal primo all’ultimo giorno ci si trova a cambiare “casa” ogni giorno, a dormire su un letto diverso che è sempre molto scomodo, a mangiare come e quando si può adattandosi e accettando quello che si riesce a trovare. Il cibo in sé diventa carburante indispensabile per affrontare la fatica del giorno e i pasti sono principalmente degli ulteriori momenti di condivisione con i compagni di viaggio. Momenti preziosi a cui ci si affeziona da subito e che rendono speciale anche solo lo stare seduti uno a fianco all’altro mentre il dolore si attenua e i muscoli si rilassano.
Sono tanti i compromessi che si è costretti ad accettare, come i vestiti che a volte capita di non poter lavare e che quasi sempre, anche appena usciti dalla lavatrice, non profumano come vorremmo. Ci si abitua a sentire costantemente l’odore del proprio sudore che si è infiltrato tra le fibre dei tessuti e all’inizio è una cosa che si detesta e si rifiuta, ma che col passare del tempo diventa l’odore del Camino, l’odore dei sacrifici fatti per arrivare fino in fondo, un odore unico, soggettivo ed è l’odore del proprio personale percorso sul Cammino per Santiago. Anche questo può sembrare banale, ma non lo è per nulla.
Poi c’è la questione delle energie, che ho tenuto intenzionalmente alla fine di queste considerazioni perché è la regola delle regole sul Camino. Il corpo dapprima si ribella rifiutando lo sforzo a cui è sottoposto, urla e si contrae attraverso spasmi e dolori, poi inizia ad accettare quello che sta succedendo opponendo meno resistenza ma continuando a fare male. Poi ancora sembra rassegnarsi e il dolore diventa una costante che è perfino possibile ignorare per un lasso di tempo più o meno lungo, infine si abitua e sostiene qualsiasi prova gli si richieda. Quando si arriva a questo punto il Camino cambia radicalmente e diventa un’estensione del proprio comportamento, camminare così tanto non solo è fattibile ma diventa perfino necessario. Diventa un’esigenza che si avverte sia a livello fisico che mentale ed è inequivocabilmente parte della routine quotidiana.
Il Cammino apre gli occhi e la mente, durante il percorso e anche a destinazione raggiunta. Stamattina parlavo con Maria mentre camminavamo per il centro e ha detto una frase che gli inglesi usano spesso: fake it until you make it. Significa fingi di farlo finché non lo fai davvero. Ci rivedo tante analogie con il Camino perché non essendo preparati a niente di ciò che comporta, si è costretti a far finta di esserlo e prima o poi lo si fa davvero. È un concetto universalmente applicabile e anche questa è una cosa che è stata ampiamente interiorizzata.
Il cammino è dolore e sofferenza, ma è anche gioia e benessere e va accettato così come accettiamo la pioggia dopo la quale appare l’arcobaleno.
In ultima analisi, sia che si cammini in gruppo, sia che lo si faccia da soli, gli unici confini che abbiamo tutti bisogno di liberare e oltrepassare per poter essere felici e orgogliosi di noi stessi sono quelli del corpo, della mente e dell’anima.
Negli ultimi 31 giorni ho ringraziato tutti coloro che mi hanno augurato Buen Camino, ma non ho mai avuto l’occasione di augurarlo io a qualcuno e colgo questa opportunità adesso, augurandolo a chi ha avuto la pazienza di leggere così tanto e arrivare in fondo al post, quindi a tutti voi
Buen Camino para el resto de vuestras vidas Peregrinos!


