Il mondo non aspetta chi corre

Day 7 – da Los Arcos a Logroño

Inizio questo racconto partendo dalla serata di ieri, da dopo che ho pubblicato il mio resoconto della giornata. L’ostello dei Templari si è rivelato essere un ottimo luogo per riposare, per socializzare con i camminanti e per cenare tutti assieme seduti attorno a una lunga tavolata in un salone che, pur essendo artificiale, riesce a evocare un’atmosfera mistica che non ricordo di aver mai provato prima. La croce dei cavalieri Templari affissa un po’ ovunque, statuette e armature, lettere scritte a mano di chissà quale epoca e tra le mura in pietra e il legno di sedie e tavoli si respira quell’odore di antico tipico dei castelli medievali. La nostra è stata una scelta forzata ma non avrebbe potuto rivelarsi più azzeccata.

Abbiamo cenato con una zuppa castigliana a base di aglio che era semplicemente squisita e una paella di carne altrettanto buona. Un bicchiere di rosso era irrinunciabile e infatti non è mancato, ma subito dopo aver consumato avidamente la comida siamo andati a letto a riposare gambe e schiena e a trovare il ristoro necessario per affrontare la giornata odierna.

Abbiamo visitato la chiesetta, che sarebbe forse più opportuno definire una Cappella per via delle dimensioni davvero ridotte. Si tratta di una chiesa eretta attorno all’anno 1100 ed è stata dichiarata patrimonio culturale del Cammino nel 1930. Oggi è considerata una delle chiese funerarie lungo il Cammino di Santiago e nella sua semplicità è risultata comunque affascinante. Io e Floriano abbiamo fatto colazione al bar del paese assieme a un gruppo di 3 coppie spagnole di mezza età. Sentivo di avere forza e di stare bene, e la voglia di riscatto per la giornata di ieri si è subito fatta sentire facendomi provare un senso di impazienza per la camminata fino a Logroño. Per questo motivo ho salutato Floriano e mi sono messo in marcia da solo, sapendo di avere davanti a me Matteo che, a passo spedito, ha iniziato la giornata alle 7.15.

Il paesaggio della Meseta, per quanto molto simile a quello dei giorni scorsi, mi ha regalato qualche scatto da ricordare. Le prime luci del mattino sui campi coltivati hanno mitigato, seppur momentaneamente, la temperatura invernale. Ho notato che senza rifletterci troppo su, riesco a trovare immediatamente il mio passo grazie al quale il corpo regola la temperatura interna e mi sentire a mio agio anche col freddo e con un filo di vento.

Dopo aver perso la vista di Torre del Rios alle mie spalle, ho cominciato ad apprezzare il percorso che si articola tra brevi salite e discese che tagliano di netto un’area dedicata alla caccia e, infatti, non è passato molto prima che mi imbattessi in alcuni cacciatori accompagnati dai loro cani. Detesto la caccia, la trovo immonda per principio e non ho nessuna simpatia per i cacciatori, anche e non solo per il modo in cui tengono i loro cani. Mi dispiace per gli amici cacciatori, ma ognuno ha i propri valori e questi sono i miei. Fortunatamente i loro spari sono rimasti velocemente dietro i miei passi e non c’è voluto molto perché trovassi qualcosa su cui indirizzare la mia attenzione e i miei pensieri: un altro albero colmo di nastrini, un’altra croce commemorativa. Stavolta però inserite in un boschetto di pini nel quale ho camminato con calma e rilassatezza e in cui ho provato un profondo senso di pace dal quale mi sono separato mal volentieri.

Ho continuato quindi a camminare, dapprima ascoltando un po’ di musica e poi ascoltando solo il suono degli uccelli sugli alberi e dei sassi sotto la suola delle mie scarpe. Ho compreso, forse tardivamente, che se voglio far andare via le gambe ho bisogno di musica cantata, se invece voglio dare libero ai pensieri serve musica strumentale e quando invece voglio sintetizzare un concetto perché mi rendo conto di essere vicino a una risposta, devo annullare qualsiasi fonte di rumore ad eccezione dei suoni che regala la natura. È così che ho alternato momenti e stati d’animo mentre mi dirigevano verso Viana, il paese che sta tra la località di partenza e quella di arrivo.

A testa bassa, mentre osservavo i miei piedi mangiare strada un passo dopo l’altro, mi sono imbattuto in una pietra, non è la prima, in cui un pellegrino ha deciso di scrivere un pensiero. È una cosa che ho notato essere piuttosto frequente, tanto che ogni giorno ne scorgo almeno un paio. Quella di oggi riportava la frase: “non si tratta di destino, si tratta di sfruttare il cammino.” L’ho letta e ho pensato che si trattasse di una curiosa coincidenza perché, ragionando proprio sugli effetti che il cammino ha, o meglio sta avendo su di me, è proprio il fatto di chiedermi continuamente se le riflessioni che stanno nascendo sono frutto del caso, quindi del destino, o del fatto che sto percorrendo il Cammino. Non è una risposta facile, non è nemmeno essenziale dare una risposta, ma è bello avere la possibilità di interrogarsi anche sulla genesi di queste dinamiche tutte cerebrali.

Poco prima dell’ingresso a Viana sono stato accolto da una pubblicità vintage sul muro di un edificio in abbandono. Autoradio Philips…non sapevo nemmeno che le avessero prodotte. Il paese, molto piccolo e raccolto, si presenta ricco di viette e piccole piazze. Imbocco quella che lo taglia da un capo all’altro, seguendo le indicazioni del cammino, e incontro una coppia di nonni che portano a spasso il nipotino di 6 o 7 anni. Per qualche metro camminiamo incidentalmente appaiati e noto che il bimbo ha i pantaloni sporchi di erba, sulla quale ha probabilmente fatto una scivolata giocando con qualche amichetto. Capisco che la nonna dice al nonno “la mamma si arrabbierà di sicuro, sono i pantaloni nuovi.” Il nonno scrolla le spalle e seguendo con lo sguardo il nipote, lo vede entrare in una gelateria. Si rivolge alla nonna e le chiede i soldi per esaudire la richiesta che arriverà a breve. Li stacco non appena si fermano e incrocio una coppia che esce mano nella mano da una chiesetta in cui è appena stata celebrata la messa. Oltrepasso la piazza principale ed entro in un rione nel quale l’odore della legna dei caminetti si mescola a quello del pane sfornato da poco e a quello delle cucine delle case. Improvvisamente realizzo che è domenica e che la mia percezione del tempo, da quando ho iniziato il cammino lo scorso lunedì, si è totalmente dissolta nel ritmo delle giornate scandite dai km.

Proseguo su questa onda uscendo dal paese, ritornando nel cuore delle campagne, tra le vigne la cui uva non è ancora stata vendemmiata e ogni tanto devo, voglio fermarmi perché ho come la sensazione che tutto ciò che mi circonda vada via troppo velocemente. Lo voglio imprimere nelle cornee quanto più possibile per conservarne il ricordo ed impedire che quelle immagini e quelle sensazioni svaniscano dietro di me. Il tragitto fino a Logroño passa più volte sotto alla statale e nei tunnel pedonali appaiono graffiti di ogni tipo, arricchiti dalle scritte dei pellegrini che non mancano mai. Penso che scrivere sui muri, in qualsiasi modo e con rispetto, sia una forma di espressione dell’umanità che si perde nella notte dei tempi. Abbiamo iniziato a farlo nelle caverne e da allora l’uomo non ha mai smesso di esprimere la propria creatività in questo modo. È per questo che, oggi come in passato, quando scorgo una scritta o un disegno mi fermo e lo osservo. A volte non mi piace, altre volte sì, altre ancora incontro perle uniche che non dovrebbero nemmeno essere su di un muro, ma dentro un museo o una pinacoteca.

Durante questo viaggio mi concentro sulle scritte, tutte quelle che trovo, perché penso che il cammino sia una fonte ineguagliabile d’ispirazione per tirare fuori concetti profondi. Non so se da qui a Santiago sentirò la spinta e scriverò qualcosa, non è fondamentale, ma sicuramente se ne avvertirò l’impulso non esiterò a fissarlo su un muro o su un sasso.

Dopo aver superato un altro campo e un altro tunnel mi ritrovo nel nulla più assoluto. Da solo, circondato da terra e aria, con me stesso e i 4 stracci che mi porto in spalla e che, dopo una settimana, cominciano a fare male alle spalle e alla schiena. Decido di fermarmi li, di posare lo zaino a terra e di riprendere le forze. Mi si avvicina un gattino, minuscolo, non poteva avere più di due o tre mesi. Non era per nulla diffidente, anzi, si fionda sulla mano che gli ho posto davanti chiamandolo e la abbraccia con tutte e 4 le zampe per giocarci. Si alza di scatto, si struscia contro la mia gamba e poi scappa via spaventato dal rumore di un’auto che è entrata sulla strada. Ci sono momenti in cui vorresti che la civiltà si fosse fermata prima dell’avvento della rivoluzione industriale. Continuando a camminare, scorgo in lontananza, a circa 6 km, la città in cui dormiremo. Logroño è in una regione “nuova”, La Rioja, la terza regione che incontriamo. Diversissima dai Paesi Baschi e dalla Navarra per cultura e tradizione, ma la gentilezza e l’accoglienza verso i pellegrini rimangono immutate. Ogni singola persona che ho incontrato mi ha sempre salutato per prima e ha accompagnato ogni “Buenos Dias” con un “Buen Camino”, a riprova di quanto questo percorso sia sentito da tutti e di quanto tutti ne abbiano un profondo rispetto. Subito prima di imboccare lo stradone della città, passo a fianco a una zona di orti pubblici in cui una coppia di fidanzati si sta prendendo cura dei propri ortaggi. È un’area piuttosto grande, più di quanto ricordi di aver visto in Italia in città analoghe a questa per dimensioni. L’ingresso in città è caratterizzato dal verde pubblico e dal fiume Ebro, il più grande fiume spagnolo. Camminando sul ponte che mi porta all’ostello in cui Matteo ha già preso possesso della stanza, mi fermo per scattare l’ultima foto di oggi. Sento che le gambe diventano dure, d’altronde non mi sono mai fermato e anche i piedi mi ricordano che sto camminando da 5 ore abbondanti. Mancano poche centinaia di metri a Plaza de Abastos dove Matteo mi aspetta. Anche oggi è andata, forza Spagna! A domani.

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