Ore 7.41, mi sveglio a causa di un’onda che si è abbattuta proprio sul lato di destra, quello sul quale è disposta la mia cabina. Un bel botto, non c’è che dire.
Non mi sento per niente riposato e la tentazione di fare finta di niente e continuare a dormire ad oltranza, come le domeniche in casa, ce l’ho davvero. Indugio un po’, sonnecchio ancora e verso le 8.30 decido di fare appello a tutta la mia forza di volontà per avere la meglio sull’indolenza. Non passo nemmeno dal bagno, devo bere un caffè e mettermi in moto al più presto, altrimenti mi trascinerò per tutto il giorno e non va bene.
Esco sul ponte con la tazza di caffè, saluto Raymond, vedo Lorenzo che ha quasi finito di sciacquare la barca, fumo la sigaretta e nel rientrare chiedo ad entrambi se vogliono un po’ di frutta fresca.
Rientro in cucina per affettare un melone Honeydew, tra i miei preferiti e l’unico decente che si può comprare a Sxm, prima di andare a fare la doccia. È l’ultimo dei tre che avevo acquistato e mentre lo sto mettendo nella pirofila, penso al fatto che fino a qualche anno fa non ne conoscevo né il nome né l’esistenza. Devo essere grato all’esperienza fatta in Sardegna, per tre estati di fila, in cui ho lavorato in una enorme proprietà privata di cui non posso e non voglio dire di più, in qualità di food provisioner, o come veniva chiamato lì, come shopper. Un mestiere pazzesco, di quelli che non leggi nemmeno nei libri o non vedi neanche nei film. Il mio unico compito era spendere soldi in continuazione, 13 ore al giorno per circa 80 giorni. Acquistavo prevalentemente cibo per la cucina e avendo a che fare con chef di diverse nazionalità ho avuto modo di imparare un sacco di cose utili e interessanti in fatto di alimenti e preparazioni. Partivo quasi da zero, come conoscenza di base e ho quindi dovuto studiare un po’ e trovare fornitori in grado di trasferirmi la loro esperienza nel loro ambito di lavoro.
Carne e pesce sicuramente hanno tante particolarità e tanti piccoli trucchi e segreti che aiutano a scegliere il meglio. Oggi, quando devo comprare del pesce fresco, riesco a capire solo guardandolo se è stato pescato da meno di 6 ore o se è vecchio di un giorno.
Ma le materie prime con le quali ho scoperto un feeling maggiore sono le verdure e la frutta. Un corso di laurea quinquennale non basterebbe a raggiungere un livello di conoscenza completo. Ci sono ortaggi di cui è impossibile fare un censimento di tutte le varietà esistenti. Penso ad esempio ai pomodori, così diversi nelle forme, nei colori, nei sapori e soprattutto negli usi che se ne possono fare.
Sarà che ho instaurato anche un ottimo rapporto con Marco, il fornitore di fiducia, e con tutta la squadra di Rs Ortofrutta di Olbia. Ragazzi genuini, lavoratori instancabili e sempre estremamente affidabili. Ed è stato proprio lì che ho scoperto il melone Honeydew, tra gli altri.
Quando poi ho cominciato a fare le stagioni a Sxm, e in particolare il primo anno quando lavoravo per un’agenzia locale che si occupava di fare lo shopping per gli yacht, mi sono reso conto che gli chef di bordo non conoscevano le materie prime che ordinavano come invece succede a me. Niente di strano, eh, tutto nella norma, però quell’esperienza in Costa mi aiuta un sacco per scegliere sempre il meglio.
Non c’è niente di peggio di tagliare un’anguria e scoprire al primo assaggio che non ha gusto, né dolcezza. Ecco, questo a me non succede e quando la servo agli ospiti o all’equipaggio sono orgoglioso di sentire che la apprezzano.
Dopo aver portato ai ragazzi il melone, ritorno in cucina perché stamattina voglio fare la Tenerina Ferrarese. Ne faccio due perché sono certo che le polverizzeremo in breve. A bordo dubito che qualcuno la conosca e quando la mangi la prima volta, resti inebriato da quel gusto intenso di cioccolato che si può provare solo con la Tenerina e pochi altri dolci.
Dopo aver infornato la prima, vado a poppa a fare un’altra pausa. L’essermi messo in moto, seppur contro voglia, mi sta facendo sentire meglio. Sento di recuperare le energie che non avevo prima e quando mi siedo sugli scalini che sono di fronte all’ingresso della sala macchine mi accorgo che è avvenuto uno di quegli “scatti” tipici delle traversate. Mi riferisco al senso di familiarità che ho verso la barca, l’ambiente marino e i rumori che mi circondano. Non so come spiegarlo bene, ma è un po’ che come quando sei in vacanza in un appartamento che i primi giorni è nuovo in ogni aspetto e il giorno che te ne vai, magari dopo un paio di settimane, ti sembra così familiare da poter quasi essere chiamato “casa”.
È passata più di una settimana da quando sono salito a bordo, anzi sono 10 giorni esatti e se ripenso al primo giorno mi viene da sorridere. Quando sali in una barca nuova ci vogliono almeno un paio di giorni per orientarsi, almeno per me è così. Da che parte si esce sul ponte? Qual è la strada più breve per arrivare al ponte di comando? Una volta memorizzati luoghi e direzioni diventa più facile, ma è ancora un ambiente estraneo. Ecco, dopo un tempo X l’ambiente cambia, e come dicevo prima, diventa casa.
Mentre sono assorto in questi pensieri arriva Tom, la cui cabina è proprio davanti alla sala macchina sotto il ponte di poppa, con 5 o 6 asciugamani vecchi in mano. Mi guarda e capisce che il mio sguardo è un po’ sorpreso, quindi sorride e mi dice che sta preparando per affrontare il maltempo dei prossimi giorni. In cabina ha diverse infiltrazioni e quando la poppa resta sott’acqua per qualche secondo, ha delle gocciolature fastidiose che con gli asciugamani riesce a stoppare. Dopo 7 anni a bordo conosce ogni centimetro della barca quindi è diventato un maestro nel prevenire questi piccoli disagi.
I macchinisti sono tutti molto particolari e lui non fa eccezione. Sono parte della squadra ovviamente, ma fanno un lavoro completamente diverso dagli altri. Sono come i portieri delle squadre di calcio. Giocano la stessa partita e praticano lo stesso sport, ma lo fanno con un ruolo unico e che in qualche modo li porta a vivere anche l’evento in modo diverso. I macchinisti sono esattamente così, vivono separati dall’equipaggio perché le loro cabine sono normalmente ubicate vicino a dove lavorano e a dove devono intervenire, quando è necessario. Hanno orari di lavoro diversi dagli altri e sono anche un po’ stravaganti. Sarà perché passano la vita a studiare di continuo, per poi mettere in pratica ciò che hanno appreso, in un ambiente che definire angusto è un eufemismo, sarà che vedono poco il sole, sarà qualsiasi cosa ma è così. In tutta onestà non li invidio, lavorare in sala macchine sarebbe per me una tortura. Se stando al mare si soffre il caldo, immaginate cosa può essere la sala macchina di uno yacht in agosto nel Mediterraneo o in gennaio ai Caraibi. Temperature che arrivano a 50 gradi e più e che nonostante la presenza dell’aria condizionata, negli yacht più grandi, non accennano minimamente a diminuire. L’odore del gasolio, il rumore assordante che non sarebbe affrontabile se non attraverso le cuffie antinfortunistiche, quelle da Formula 1 per intenderci. Vita dura, molto ben remunerata, ma logorante come poche altre.
Vabbè, ritorno in cucina a sfornare la prima Tenerina. Sarà venuta bene? Mentre aspetto che si raffreddi per toglierla dallo stampo che riutilizzerò per infornare anche la seconda, scrivo questa parte del racconto.
Non mi resta che preparare il pranzo. Oggi ho deciso di fare salsiccia e patate al forno con un po’ di verdure. Ah già, le verdure. Abbiamo ancora una decina di giorni di navigazione e purtroppo ciò che emerso dopo aver messo mano ai freezer è che l’agenzia che ci ha consegnato il provisioning fatto da me, ha letteralmente dimenticato tutta la sezione dei surgelati che era composta prevalentemente da verdure. Li strangolerei se potessi, ma siamo già a 1400 miglia di distanza.
Quelle fresche non basteranno mai fino a destinazione e quindi l’unica cosa che potrò fare sarà usare quelle secche, come le lenticchie, i ceci e i fagioli che ho visto essere presenti nel magazzino sotto il pavimento, in quantità industriali.
Mentre sto pelando le patate, Raymond esce dalla sua cabina e dopo aver letto il menù sulla lavagna della crew mess (lo scrivo ogni giorno in modo che tutti sappiano cosa avranno per pranzo e cena), mi chiede, anzi mi ordina scherzosamente di fare una modifica. Mi dice che se devo fare le salsicce devono essere Bangers and mash, piatto tipico inglese. Non sono altro che salsicce, pure di patate e greavy sauce (il nostro fondo di carne).
Aggiudicato! Anche perché le poche patate rimaste sono a pasta bianca e sono perfette per il purè anziché per essere cotte al forno, dove si sfalderebbero di sicuro.
Sophie mangia solo pesce quindi per lei cucino un filetto di Corvina in padella con Tomo e salvia. Niente di speciale ma ne ha avanzato un po’ e l’ho assaggiato, niente male.
Quando ho finito di lavare le pentole e riordinare la cucina mi siedo a tavola e mi sparo volentieri due bei salsicciotti col purè. La soddisfazione che ti da il maiale non puoi compararla con altre carni, la concentrazione di gusto è esagerata.
Pochi minuti dopo arriva anche Raymond col quale ormai pranzare assieme è diventato un appuntamento fisso. Scambiamo sempre pochissime parole, ho capito che mentre mangia è completamente assorto nel momento. Potrei quasi affermare che cade in una sorta di stato di trance.
Da quando ho iniziato a lavorare in cucina ho cominciato a prestare attenzione a come mangia la gente. Sarà perché cerco un feedback sui loro volti quando assaggiano quello che ho preparato, sarà perché sono un visivo, sarà perché mi capita di riscontrare diverse analogie tra il modo di mangiare e i comportamenti tipici delle persone, ma è quello che mi viene naturale fare durante i pasti.
Lui non mangia soltanto, lui studia e mette in pratica. Ogni boccone è composto da una selezione delle pietanze che ha sul piatto. Effettua pochissime variazioni e quasi sempre l’ordine di assemblaggio del boccone e la quantità di ogni componente è precisamente calibrata. Io mangio nella maniera diametralmente opposta. Da italiano non amo mescolare gli alimenti e non mi sognerei mai, ad esempio, di mangiare un boccone di carne e un pezzo di tiramisù al boccone successivo, come invece ho visto fare più volte dagli stranieri. Poi mangio molto velocemente pur essendo consapevole che è un grave errore.
In ogni caso guardare la gente che mangia mi affascina molto. Ricordo che l’anno scorso, prima di lasciare Sxm, avevamo a bordo l’armatore, Mr. R. Ecco di lui ricordo la regalità dei movimenti. Per prima cosa non avvicinava mai la bocca alla forchetta o al piatto, mai neanche per un secondo. Il modo in cui teneva i gomiti sollevati dal tavolo, la schiena dritta, la lentezza dei movimenti che effettuava. Guardarlo mangiare mi faceva quasi provare invidia per non essere capace di farlo allo stesso modo. Educazione, estrazione sociale, cultura, forse un mix di tutte le cose. Lui è proprio un tipo cool e raffinato.
Finisco di bere il the al limone e mi alzo per mettere il piatto e le posate in lavastoviglie. Nel mentre, Ben scende le scale per fare altrettanto. È di guardia con Tom, quindi ha mangiato sul Fly bridge. Mi ringrazia come sempre e mi dice una frase che mi fa quasi ridere a crepapelle: you’re a legend dude! You really rock Cheffy! È un’espressione che avevo sentito solo nei film e sentirglielo dire seriamente, rivolgendosi a me, mi mette quasi in imbarazzo.
Dice che è contento di tutto quello che ho cucinato fino a questo momento e che la torta di mele che ho fatto ieri e che è stata divorata in meno di 12 ore, è la più buona che abbia mai mangiato in vita sua. Sorrido e ringrazio, chissà che torta di mele deve aver mangiato in precedenza, mi chiedo mentalmente… In ogni caso, prendo il tabacco e mi dirigo verso il ponte gongolando un po’, son sempre soddisfazioni.
Tim sta fumando la sua sigaretta in quel momento e mi dice che appena il tempo inizierà a peggiorare dovremo fumare sul Fly bridge perché a poppa non sarebbe sicuro per via delle onde e perché è buona norma sapere sempre chi c’è sul ponte e dove si trova.
Rientro in cabina, partitina a scacchi, cercando di mantenere i 1000 punti Elo che ho appena raggiunto e poi mi rilasso un’oretta.
Quando esco a poppa ci sono Matteo e John che stanno preparando la barca per il maltempo che inizierà stasera. È stato messo un pannello di plexiglass alto più o meno 40 cm sulla feritoia della porta del salone per impedire all’acqua di entrare. I due “Man over board” (I dispositivi da lanciare in mare in caso, appunto di uomo in mare) vengono rimossi e tenuti sul Fly bridge perché le onde e il vento li staccherebbero dai loro supporti. I preparativi sono iniziati, torno in cucina a preparare la cena e a seguire la zuppa del New England che servirò domani a pranzo.
Mentre inforno gli involtini di melanzane sento Matteo che scende le scale con passo spedito. Viene nella crew mess a mettere in lavastoviglie il piatto sul quale ha mangiato il tortino al cioccolato e prima di ritornare di sopra mi dice con un tono eccitato: sta arrivando, si balla. Io sorrido e faccio capolino nella crew mess per buttare uno sguardo al monitor nel quale ci sono le telecamere che riprendono la barca…e in parte anche il mare. Come si vede nella foto, la tempesta è in arrivo dal lato di dritta. È quella macchia scura che, spinta dal vento, sta camminando quasi in parallelo a noi.
Un’ora dopo mente sto cucinando il petto di pollo mi accorgo guardando fuori dall’oblò della cucina che le onde si stanno alzando. Saranno attorno al metro e mezzo, metro e ottanta. Sono niente, per essere in mezzo all’Atlantico e nelle prossime ore, forse mentre starò dormendo, spero beatamente, cresceranno ancora.
Finito di preparare la cena decido che alla ormai famosa zuppa Americana ci penserò domani mattina. Preferisco godermi appieno il momento e le emozioni che verranno.
Così esco sul ponte, chiacchiero coi ragazzi, mi stendo a letto, esco di nuovo. Giro qualche breve video, scatto qualche foto ma il telefono non riesce a catturare quello che passa attraverso i miei occhi. E va bene così, perché certe emozioni devono restare immacolate ed essere impresse solo nella mia memoria.
Penso che passerò del tempo di sopra stanotte, insieme al comandante. Ho voglia di respirare la loro stessa aria.
Ieri sera ho fatto un video dopo il tramonto, è quello qui nel post, ho capito subito dopo averlo fatto che sarebbe stato un video che avrei guardato e riguardato. Da oggi pomeriggio ho iniziato a metterlo in riproduzione e ad ascoltarlo ad occhi chiusi. Se dovessi dargli un titolo sarebbe The sound of serenity. What a wonderful moment!
In uno dei passaggi che faccio nella crew mess incrocio Ben con in mano il piatto in cui ha mangiato il pollo e gli involtini di melanzane.
Mi guarda e mi dice scandendo ogni singola sillaba: what an unbelievable delight. Ahahah, gli rispondo “my pleasure, mate” e lui mi ribatte subito dicendo: no, it’s my pleasure, I have enjoyed it. Lui è ufficialmente il mio supporter della traversata, se continua a gasarmi in questo modo può essere che al mio rientro in Italia debba comprare un biglietto aereo anche per il mio ego. Però alle volte basta così poco per emozionarsi genuinamente. Per stasera il diario di bordo si ferma qui, a domani.


