Il mondo non aspetta chi corre

Day 9 – What a day!

7.15, le voci di Matteo e Lorenzo mi fanno aprire gli occhi. Sono proprio sopra di me, a prua, e significa che stanno armeggiando con le cime. È un fatto abbastanza inusuale perché lì non ci dovrebbe proprio essere nessuno. A prua, durante una traversata ci si va solo in casi eccezionali, per ovvi motivi di sicurezza.

Durante la notte non abbiamo ballato moltissimo, anzi ho quasi avuto l’impressione che il mare ci avesse concesso un po’ di tregua.

Dopo qualche secondo le voci spariscono, segue un silenzio sospetto che viene interrotto dallo stridere del winch elettrico.

Dopo altri 15 secondi, in modo improvviso e violento, sbandiamo nuovamente a dritta. La vela è salita di nuovo ed ecco perché loro due erano lì.

Con un po’ di fatica entro in bagno, mi lavo i denti e mi rendo conto che fare la doccia, oggi, non sarà per niente semplice, per non dire impossibile.

Prima di uscire dalla cabina tiro fuori dal cassetto un maglioncino da barca e lo Spray Top, ne avrò bisogno di sicuro da questo momento in poi.

Quando arrivo nella crew mess la situazione mi diventa subito molto chiara. Dagli oblò capisco che abbiamo onde di circa 4 metri. Sul pavimento c’è un vasetto in cui una volta c’era una piantina grassa, la cui terra è sparsa ovunque sotto il tavolo. Ci penserò più tardi, ho bisogno di un the e di un caffè. Prendo una tazza, che riempio d’acqua e metto nel microonde. 1 minuti 20 secondi alla massima potenza rappresenta la mia temperatura obiettivo. Ne passano 22 e un’altra onda fa scivolare la tazza mentre il piatto interno del micro la sta facendo girare. Sbatte contro lo sportello del forno e l’acqua fuoriesce dal forno finendo prima sul mobile e poi sul pavimento. Seguono svariate imprecazioni.

Dopo aver litigato con la fisica riesco a tuffare una bustina di the nell’acqua, che è poco più che tiepida. Mi siedo, appoggiando bene lo stomaco al tavolo, visto che sbandiamo nella direzione opposta allo schienale del divanetto.

Provo a spalmare del cioccolato su due fette di pane e sento il desiderio di tramutarmi nella Dea Calì, perché con due mani non sono in grado di reggere tutto. Quando prendo il coltello in mano, la tazza scivola via, quando mantengo la tazza il piatto prende vita e inizia a ballare col coltello. C’è un’espressione ferrarese che non so perché in questo momento mi passa per la testa. Non la riporto per rispetto nei confronti di tutti.

Alla fine la necessità aguzza l’ingegno, quindi sfruttando il tappetino gommato a centro tavola, sul quale c’è un pesante vassoio di terracotta, riesco a creare dei fermi con cui posso finalmente fare un cazzo di colazione decente.

Vivo la situazione con un misto di stati d’animo contrapposti tra loro. Da un lato penso: yeah, baby, questo era il rock’n’roll che aspettavamo e là fuori dev’essere una gran figata. Dall’altro, realizzo che: porca miseria, per prima cosa oggi non fai la doccia e in secondo luogo come fai a cucinare?

In un modo o nell’altro qualcosa mi inventerò, nel frattempo riesco a fare un caffè, me lo bevo alla russa, come se fosse uno shottino di Vodka e vado sul Fly.

Quando metto fuori la testa dalle scale vedo Raymond, in piedi davanti al pannello, in una posizione obliqua ai limiti del naturale. No, diciamo pure che è oltre il naturale.

C’è un sole Tomido, il vento soffia fortissimo, credo almeno 35 nodi, butto un occhio sul pannello e il TW (true wind) dice 41.8. Le onde sono enormi. Non le più alte che abbia visto in Atlantico, ma sono davvero impressionanti. Le prendiamo sempre al traverso, come avviene ormai da due giorni. Sempre dal lato di sinistra, cosa che come ho avuto modo di sperimentare nella crew mess, ci fa oscillare paurosamente. Lo facevamo già ieri e l’altro ieri, ma oggi con l’innalzamento delle onde e l’incremento di vento è davvero un’oscillazione incredibile. Se non fossi su una barca a vela me la starei facendo sotto. Immagino come sarebbe essere uno yacht a motore…naaa, meglio la vela in questo caso.

Faccio un po’ di foto e un po’ di video. Io e Lorenzo ridiamo e scherziamo della situazione e nel farlo strappiamo qualche sorriso anche a Raymond.

Riferisco del disastro sotto coperta e Lorenzo scende con me per sistemare. Mentre lui si occupa di raccogliere i resti della defunta pianta grassa, io apro la cella frigo per prendere un altro melone, stavolta davvero l’ultimo, che ho trovato ieri sera dietro ad una cassettina. Quando apro la porta mi ritrovo la scena che vedete in foto. Ci vuole pazienza, il mare è così.

Porto il melone a Raymond, scendo giù nuovamente e davvero non so cosa fare perché in queste condizioni non posso lavorare.

Lorenzo nel frattempo scende nel magazzino del secco, sotto il pavimento della crew mess, per trovare uno strumento indispensabile in cucina: i fermi del piano cottura. È una struttura d’acciaio fatta su misura del piano e serve a tenere immobili le pentole durante la navigazione. L’avevo cercata invano nei giorni scorsi, avevo chiesto a Matteo se sapeva dov’era e poi, preso dal lavoro, avevo lasciato perdere. Mi ero organizzato alla meno peggio, usando canovacci arrotolati che ho messo in mezzo tra le pentole a mo’ di stopper. Ieri avevo usato un cucchiaio di legno, appoggiato di lato, per tenere ferma la casseruola della salsa al pepe verde (lo vedete nella foto del post di ieri). Oggi però, questi stratagemmi non basterebbero, ci vuole una soluzione idonea. Ed ecco che Lorenzo esce trionfalmente con l’arnese in mano. Che spettacolo quando puoi usare un “fatto apposta”.

Poco fa Raymond mi ha detto che le condizioni miglioreranno nel corso della giornata, ma mooolto lentamente. Attualmente le raffiche di arrivano a sfiorare i 45 nodi. Sono condizioni severe ed impegnative.

Mi trattengo con loro, non voglio tornare giù nella mia noiosa cucina a litigare con le pentole.

Voglio restare qui a godermela. Passano circa 10 minuti, quando all’improvviso sentiamo un botto potentissimo generato da un’onda, al quale segue un altro botto, solo che questa volta è un rumore metallico e non riesco a decifrarlo subito. Mi giro verso Raymond che ha la testa rivolta verso l’alto per guardare attraverso un quadrante di plastica trasparente sul tettuccio del tendalino. Serve a poter guardare le vele senza dover uscire dal Fly. Lì per lì non capisco ancora di cosa si tratta, ma mi è chiaro che non è una cosa “normale”. Nell senso che va gestita e non può essere ignorata. A dirmelo è la campana dell’allarme generale che ha iniziato a suonare immediatamente e che ha catapultato fuori dal letto tutto il resto dell’equipaggio.

Il primo ad arrivare è John, a ruota Matteo e Sophie, poi Tom e Ben.

È saltata via una sartia bassa, una di quelle in diagonale. È un cavo d’acciaio, del diametro di una decina di centimetri, che ha un capo collegato all’albero e l’altro alle sartie laterali. È un componente fondamentale per garantire stabilità all’albero stesso. Non un gingillo estetico.

Raymond mantiene una calma surreale. Analizza la situazione, impartisce ordini, riflette velocemente su ciò che è più opportuno fare. Dice a Sophie che può tornare in cabina, la situazione è sotto controllo. Mi chiede di scattare qualche foto del pezzo danneggiato e di inviargliele via WhatsApp. Si mette al telefono, chiama un tecnico della compagnia. Gli fa vedere in videochiamata il cavo che oscilla nel vuoto. Riaggancia, chiama un altro numero, stavolta solo audio, niente video. Non so chi ci sia dall’altra parte, non capisco tutto quello che si dicono ma intuisco che sta solo informando e relazionando la persona all’altro capo del telefono e del mondo.

Rimaniamo soli mentre John, dopo aver indossato l’imbracatura, si àncora all’albero ed effettua un paio di tentativi prima di riuscire ad intercettare il cavo che ha sull’estremità libera, un pezzo d’acciaio simile ad una bitta, il cui peso secondo me è attorno ai 10 kg. È un pericolo enorme e va immobilizzato al più presto. L’operazione riesce in pochi minuti mentre attorno a noi il mare sembra sfidarci.

Grazie al fisico possente e ad una discreta esperienza di navigazione in condizioni come queste, riesce ad afferrarlo e assicurarlo al ponte con una cima.

Ritorno con gli occhi su Raymond, dopo aver passato gli ultimi minuti mantenendo il focus solo su John. È sempre tranquillo, silenzioso e concentrato, ma dopo che il cavo è stato messo in sicurezza, leggo il suo inconfondibile labiale silenzioso: fuck!

Suonano altri allarmi, uno di questi riguarda delle infiltrazioni d’acqua nella sala macchine. Cose normali, non è un’altra emergenza. È solo che stiamo tenendo un angolo più accentuato per un tempo più lungo del solito. I sensori scattano per questo motivo ma per protocollo vanno verificati e solo successivamente silenziati.

Sono attimi di concitazione e adrenalina.

Raymond mi guarda e mi dice: Enrico, per favore, scendi giù in coperta, preferisco che tu stia lì a controllare che sia tutto al sicuro.

Di certo qualcuno giù deve rimanere, ma credo che il motivo principale della richiesta sia rimanere solo sul Fly.

Eseguo senza battere ciglio.

Mezz’ora dopo Ben, Matteo e Lorenzo scendono nella crew mess. Siamo tutti piuttosto tranquilli, nonostante la serietà del danno siamo consapevoli che non compromette la navigazione e nemmeno la nostra sicurezza ma è una di quelle cose che ti auguri che non succeda. Se stessimo navigando a vela sarebbe un problema molto più grave perché le vele aumentano il carico sull’albero e quindi lo mettono sotto sforzo.

Di cucinare comunque non se ne parla, non riuscirei a fare niente di serio in queste condizioni. Sto valutando se fare una pasta veloce ma due onde in sequenza mi fanno passare la fantasia.

Tagliere di salumi e formaggi, baguette pronte da infornare, sott’oli, sott’aceti, caprese e di questo dobbiamo accontentarci. Non va nemmeno poi così male.

Rientro in cabina a stendermi qualche minuto ma dopo circa mezz’ora sento bussare alla porta. È Ben che sta facendo il giro per chiamare tutto l’equipaggio a raccolta sul ponte di comando perché Raymond ha convocato un update briefing.

Il motivo è facile da intuire e raggiungo subito i compagni.

Sono già quasi tutti lì, manca solo Matteo che stava dormendo pesantemente e tarda un po’ a svegliarsi e vestirsi.

C’è un silenzio surreale, non ci guardiamo negli occhi, aspettiamo di esserci tutti e di lasciar parlare Raymond perché le sue sono le uniche parole che vogliamo sentire.

Matteo finalmente arriva e si comincia.

Con la stessa calma e pacatezza che ha di solito, Raymond inizia a spiegarci la situazione attuale, le conseguenze, il piano A e il piano B.

La sartia che si è rotta non è un pezzo banale, lo sapevamo, serve a mantenere l’albero e a consentirgli di resistere alle tensioni e alle sollecitazioni a cui è soggetto. Questa barca ha l’albero più alto del mondo (ce ne sono forse altre che di simili), ben 74 metri di altezza che generano pressioni enormi e che vanno supportate appunto da cavi come quello che danneggiato.

Al momento della rottura avevamo la vela issata, quindi la portanza era accentuata dalla forza del vento sulla vela stessa. È stata ammainata immediatamente e quindi ridotta la sollecitazione sull’albero, ma…per precauzione, perché la sicurezza delle persone e della barca è sempre al primo posto, dobbiamo adeguarci e cambiare itinerario.

Il piano A prevede di attendere la mattinata di domani, quando il vento dovrebbe essere ormai calato a sufficienza, metterci controvento, salire sull’albero ed effettuare una riparazione temporanea che ci consenta di raggiungere le Canarie, probabilmente Tenerife, il primo porto sicuro dove si può procedere ad una riparazione definitiva.

Le barche attorno a noi sono state già allertate come da procedura di sicurezza. È una prassi abituale in questi casi, lo si fa per essere certi di avere sempre un possibile aiuto in caso di necessità.

Briefing terminato, non facciamo i salti di gioia, ma ridiamo e scherziamo e ritengo sia fondamentale per fare ognuno il proprio lavoro al meglio delle nostre possibilità.

Lascio tutti i vassoi sul banco della cucina, sono più sicuri che sul banco della crew mess. Tra l’altro è anche più spazioso e risulta molto più comodo. Le baguette sono davvero buone, sono certo che provengano dal fornaio francese di Simson Bay perché ne riconosco l’aspetto ma soprattutto la croccantezza. Ci starebbe una boccia di prosecco, giusto per sentirsi un po’ come a casa e invece, Sprite.

Rientro in cabina e inizio a pensare alla cena di stasera. La diminuzione di vento dovrebbe cominciare già da dopo pranzo quindi dovrei riuscire a mettermi ai fornelli. Salmone gratinato, riso, zucchine in padella, gli avanzi del pranzo, insalata di spinacino… Inevitabilmente inizio a ripetere qualche ricetta, anche perché la scelta degli ingredienti è dettata dalle provviste.

Chiudo gli occhi per quasi 2 ore. Mi sveglio, mi alzo e vado in cucina. Nel giro di 1 ora e mezza cucino tutto e preparo anche la cheesecake al cioccolato per il compleanno di Tom.

Salgo sul Fly a fumare una sigaretta e mi accorgo che per la prima volta vedo la Luna. È uno spicchio sottilissimo, in mezzo alle nuvole. Le altre notti, per via del fatto che magari uscivo a orari in cui ancora non era sorta, non l’avevo vista. È bello ritrovarla li, in mezzo a tutti i puntini luminosi che le fanno da cornice. Il vento è ormai attorno ai 10 nodi, poca roba rispetto a stamattina e la cosa più bella è che abbiamo le onde a poppa. Quindi saliamo e scendiamo dolcemente senza patire le oscillazioni laterali che ci hanno dato così tanto fastidio.

Scendo giù nella crew mess dove Raymond, John e Sophie stanno cenando. Sophie ha l’aria di essere triste, forse malinconica

Non le chiedo nulla, ma noto che è più silenziosa del solito. John e Matteo invece ridono sguaiatamente, fanno battute e se la godono.

Rientro in cabina e dal momento che non stiamo più ballando, faccio finalmente la doccia. Che sensazione meravigliosa. Mi stendo, leggo un po’, finisco di scrivere e anche per oggi, sipario.

Buonanotte a tutti, a domani.

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