Oggi sveglia alle 6, doccia e preparazione zaino.
L’autista arriva alle 7 e Rafiq si è raccomandato la puntualità perché per arrivare a Jaipur ci vorranno almeno 4 ore.
La puntualità raccomandata da un indiano mi fa un po’ sorridere, ma non discuto e scendo nella hall in perfetto orario.
A cinque minuti dall’appuntamento sono in attesa di un caffè americano che i ragazzi della cucina stanno preparando insieme a pane burro e marmellata, la cosa più leggera che puoi mangiare a colazione in India.
Mentre sorseggio lentamente questa bevanda bollente, molto buona, ma che sa di tutto meno che di caffè americano, entra un signore trafelato e con le mani sporche di qualcosa di più nero del mio caffè. Sembra un meccanico senza tuta da lavoro. I ragazzi della reception lo conoscono e lo salutano, lui chiede se può usare un bagno per lavarsi le mani e loro gli indicano o servizi del primo piano.
Continuo a godermi la tranquillità del mattino e decido di infilarmi l’auricolare destro per ascoltare anche un po’ di musica. Passa qualche minuto e il signore esce dall’ascensore, più calmo e con le mani più pulite: è Yadav (che si pronuncia Yado) ed è il mio autista. Ha appena sostituito una gomma della sua auto, esattamente ciò che speri accada quando devi fare più di mille km, ma a noi piacciono le avventure un po’ imprevedibili, altrimenti che avventure sarebbero e se c’è una cosa che in India non manca mai, questo l’ho già capito, è l’imprevedibilità.
Fuori fa freddo, l’aria è umida e nei pochi minuti che impieghiamo per raggiungere l’auto, sento che il berretto e il cappuccio della felpa sono più che essenziali.
Su Main Bazar Road, che imbocchiamo per immetterci su Qutab Road, uno dei viali principali di Delhi, è già iniziato il quotidiano delirio collettivo.
I Tuk Tuk sfrecciano in ogni direzione carichi di gente che sta verosimilmente andando al lavoro, mucche indisturbate attraversano la strada in cerca di cibo, piccoli gruppi di persone si riscaldano accendendo fuochi con le cartacce lasciate sulla strada il giorno prima mentre le serrande dei primi negozi iniziano a sollevarsi timidamente. A Delhi, ma credo sia comune un po’ in tutta l’India, i negozi non aprono prima delle 10.30/11.
Yado si dimostra da subito molto cordiale e disponibile e, cosa molto più importante, mi da l’impressione di guidare prudentemente. Già, perché anche questa e una cosa fondamentale se devi farti portare in giro per l’india in macchina. Guidare qui non ha niente a che vedere con il modo in cui lo si fa nel resto del mondo. La patente è solo una pura formalità perchè l’unica cosa che conta davvero è sapersi fare largo tra gli animali che pascolano liberi, mucche, scimmie e cani, gli altri mezzi di trasporto che possono essere a motore o a trazione animale o umana e dulcis in fundo i pedoni che rappresentano l’anello debole della catena e che rischiano la vita per il solo fatto di trovarsi lì.
Dopo essere usciti dalla città il viaggi prosegue attraversando villaggi e campagne e mi rendo conto che solo osservando ciò che ci circonda, sto entrando in un mood molto in sintonia con questo paese, più di quanto non abbia fatto ieri nella città manicomio, come l’ho soprannominata e dove invece mi sono sentito completamente fuori posto.
Il paesaggio non ha nulla di particolare, o almeno niente che desti la mia attenzione più di quanto non facciano molti altri luoghi che ho visto. La differenza rispetto a Delhi è data dal verde e il giallo dei campi coltivati, dalle colline che si vedono all’orizzonte e da un minor numero di edifici pericolanti. C’è però una costante che credo non mi abbandonerà mai ed è la povertà assoluta in cui vivono gli Indiani. Intendo la miseria vera, quella che non lascia spazio a nessun dubbio, non “semplice” povertà, se così si può dire.
Mentre si cammina o si viaggia in macchina si notano cose che fanno quasi sorridere, inizialmente, ma che poi lasciano un sapore triste e amaro in bocca.
Lungo l’autostrada che abbiamo percorso per circa 200 Km abbiamo incontrato delle piccole camionette, tipo delle Campagnole come quelle che usavano le nostre Forze Armate in passato, che erano imbottite di gente. Ho contato personalmente almeno una decina di passeggeri per vettura e sono certo di non averli visti tutti. I meno fortunati stanno seduti sul retro, con le gambe a penzoloni e senza alcuna protezione dal freddo e da cadute accidentali o incidenti con altri mezzi.
Questo concetto di car sharing poco evoluto con tutta probabilità è per molti operai l’unico modo di recarsi al lavoro, dal momento che un’auto possono permettersela in pochi.
Yado li guarda e ride e anche questa è una cosa che mi lascia perplesso e un po’ infastidito. Non glie l’ho detto né fatto capire ovviamente, non sta a me educare gli altri, ma faccio sempre fatica ad accettare che una persona non solidarizzi con chi ha avuto meno fortuna, perchè di questo si tratta, solo fortuna, la fortuna di essere nati in un altro paese o più semplicemente in un’altra famiglia.
Faccio un po’ di conversazione con lui, gli chiedo se lavora per una compagnia o è un free lance, da quanto tempo lo fa e via così. Parla un inglese stentato che risulta comprensibile al 70% e tanto basta per capirci.
Dopo quasi un’ora abbiamo percorso poco più di 80 Km e sento l’esigenza di fare una sosta per bere un caffè. Ci fermiamo in un parcheggio deserto, nel mezzo del nulla, con un edificio bianco sul quale compaiono solo le scritte che indicano i servizi igienici. Gli chiedo se non si sia sbagliato perchè volevo bere un caffè oltre che utilizzare il bagno e lui conferma che c’è anche un bar.
Scendiamo dall’auto, io sgranchisco gambe e schiena perchè era da un pezzo che non passavo così tanto tempo in auto, li invece mi indica una pianta selvatica che si trovava proprio a fianco al mio sportello e ai piedi di un albero solitario in un’aiuola creata nell’asfalto. Essendo vicinissima alla strada e circondata da campi, era completamente ricoperta di polvere e sporcizia. Mi guarda e mi chiede se voglio assaggiarla? Scusa, non credo di averti capito Yado. Si, è una pianta benefica che mangiamo spesso perchè contiene molto zucchero. Smetto di proferire parola, il cervello mi si è spento per un paio di secondi perchè si rifiutava di accettare quello che aveva udito.
Yado però è determinato ad autosomministrarsi questo elisir di lunga vita e dopo aver strappato tre o quattro foglie, le sciacqua con l’acqua della bottiglietta e se le mette in bocca. La mia di bocca, invece, rimane aperta e con lei resto paralizzato anch’io per qualche secondo.
Sono in India da poco più di quarantotto ore e una cosa l’ho capita bene: quando pensi di esserti abituato alle cose anormali che succedono attorno a te, quello è il momento in cui succederà qualcos’altro che ti stupirà ancora di più. Yado, please, let’s go to have a coffee!
Sosta breve, ripartiamo nel giro di venti minuti. Connetto il telefono all’autoradio dell’auto e riproduco una delle mie playlist, mi guardo attorno e non c’è molto che meriti la mia attenzione e dal momento che non posso fare molto altro mi addormento beatamente mentre Yado parla al telefono con i suoi colleghi/amici. La cosa dovrebbe preoccuparmi visto che l’attenzione al volante da queste parti è indispensabile, ma lui mi ispira fiducia e ho avuto modo di constatare che rispetta i limiti di velocità ed è attento.
Mi risveglio dopo quasi un’ora e mezza e mi rendo conto che siamo quasi arrivati a Jaipur e, purtroppo, abbiamo perso la tranquillità della campagna.
Poco prima di entrare in città veniamo fermati da una pattuglia della polizia ad un posto di blocco in piena regola, con transenne che chiudono mezza carreggiata e obbligano le macchine a rallentare.
Il poliziotto che si avvicina la finestrino di Yado dice che abbiamo superato il limite di velocità e che per questo deve pagare una multa. Ha un terminale Pos in mano, che io pensavo erroneamente fosse adibito al pagamento mentre invece serviva per leggere il chip della patente dell’autista e registrare tutti i dati personali.
Yado inizia una lunga discussione con l’agente, diventa drammatico nei modi e nei toni, si rifiuta di fornire la patente di guida e al suo posto mostra un pezzo di carta del governo. Non capisco nulla di ciò che si stanno dicendo visto che parlano Indi, ma riconosco benissimo la gestualità e il modo di parlare. Ribatte ad ogni obiezione dell’agente di polizia, lo interrompe di continuo e ho la sensazione che eluda anche le sue domande. L’agente si arrende e se ne va via con le mani tra i capelli lasciando intervinire un secondo poliziotto, con una divisa diversa, pieni di medagliette e stemmi che ha tutta l’aria di essere di grado superiore al precedente.
È un po’ più anziano e con una calma serafica accenna la stessa discussione ma desiste dopo pochi secondi, mi guarda mentre me ne sto seduto sul sedile posteriore e mi fa cenno col pollice che va tutto bene.
Saluta Yado, che invece continua il suo sproloquio come se dovesse ancora negoziare, l’ufficiale lo guarda e gli dice qualcosa che a me è sembrato come un: “ti ho detto che puoi andare, vuoi smettere di parlare e andartene?
Finalmente riaccendiamo l’auto e ripartiamo. Incredibile, dopo nemmeno 500 metri veniamo fermati da una seconda pattuglia, questa volta non perchè avessimo superato il limite di velocità, bensì perchè passando a fianco alla loro auto si sono accorti che io non indossavo la cintura di sicurezza. L’avevo slacciata quando ci eravamo fermati qualche minuto prima e non l’avevo ancora riagganciata.
Stessa scena, stesso dramma, stesso esito. Yado deve un po’ di sangue italiano nelle vene perchè riesce a diventare attore in meno di un secondo passando dalla calma assoluta dei nostri dialoghi alla concitazione delle discussioni con i poliziotti.
Quando risale, lo guardo e gli chiedo quante volte accadrà ancora. Lui ride e mi dice che nel Rajasthan è così, bisogna stare attenti a tutto, rispettare le leggi e non farsi intimidire dai tentativi della polizia di aumentare i profitti dell’amministrazione pubblica. Rispettare le leggi fa sorridere me perchè non vedo rispettata nessuna legge e addirittura nessuna norma di buon senso. Ci sono continuamente auto che superano a destra e a sinistra, motociclette che viaggiano contromano, furgoni che fanno inversioni a U ovunque e come se non bastasse ci sono mezzi che si infilano tra le barriere divisorie dei due sensi di marcia e sbucano all’improvviso obbligando chi sopraggiunge a sterzare bruscamente.
Fortunatamente non veniamo fermati ulteriormente e possiamo entrare in città per raggiungere l’hotel che Rafiq ha prenotato per due notti.
Lo cerco su internet per capire cosa aspettarmi e sembra molto gradevole, recente e curato, ma quando ci arriviamo di fronte capisco che non bisogna mai fidarsi delle foto che si trovano online perchè sono evidentemente frutto di Photoshop. Non è disastroso come quello di Delhi, sia chiaro, ma è comunque al di sotto di qualsiasi standard Europeo che ormai ho perso speranza di trovare in questo viaggio.
Poso le valigie, mi rinfresco il viso e scendo giù di nuovo per andare all’Elephant Village dove Yado dice che vale la pena andare.
Si tratta di un parco nazionale, un villaggio per elefanti vero e proprio, dove ogni animale ha un suo appartamento dedicato e un’area di 3 Km da condividere con altri 124 esemplari. Il ragazzo che mi accoglie mi spiega che in passato questi animali vivevano liberi in città, un po’ come avviene tutt’ora per le mucche, ma che con l’aumentare del traffico e dell’urbanizzazione si sono ritrovati presto in un ambiente a loro ostile, quindi il governo ha deciso di creare questa struttura per proteggerli e di renderla visitabile dai turisti.
L’idea di salire sopra un elefante non mi ispira particolarmente e infatti non prendo nemmeno in considerazione l’ipotesi di acquistare un ticket per una passeggiata di mezz’ora. Sono certo che nessun animale si sentirà deluso da questa decisione. Le attività possibili sono molteplici, tutte a pagamento e tutte molto brevi. Si va dal semplice nutrire l’animale con bamboo e frutta, al pitturare la pelle con vernici organiche e vegetali assolutamente innocue, come si affretta a sottolineare il ragazzo che risponde al nome di Yazim.
Lo ascolto, lo lascio finire la sua litania che ha tutta l’aria di essere recitata a memoria più e più volte ogni giorno e quando finalmente mi chiede cosa intendo fare, lo guardo e rispondo che ho intenzione di andare a scattare qualche foto ad Amber Fort. Sgrana gli occhi e non capisce, così sono costretto a spiegargli che non ho nessuna intenzione di infastidire gli elefanti e che quello che mi aspettavo era di poterli semplicemente ammirare nel loro habitat senza infastidirli. Lui blatera un pochino cercando di convincermi a spendere dei soldi per loro, per le loro famiglie e per il finanziamento della struttura, ma per sua sfortuna da me non otterrà un centesimo quindi mi dirigo verso l’auto dove Yado mi attende e ce ne andiamo.
Sono le 12.30 e sento di avere fame, decido quindi di mettermi nelle mani del mio Cicerone personale e lascio che sia lui a scegliere il ristorante in cui portami, l’unica condizione è che sia pulito, tipico e che si mangi bene.
Heritage Cuisine, questo il nome del locale che rispecchia in toto le mie richieste e aspettaive. Il personale è sempre molto cordiale e servizievole e si prodigano in spiegazioni dettagliate su ogni pietanza presente nel menu. Un po’ per la fame e un po’ per la curiosità sono tentato di ordinare tutto quello che leggo e mi dispiace dover operare una selezione, così il cameriere mi suggerisce di prendere un piatto che contiene quattro pietanze diverse, tutte ricette tipiche del Rajasthan e sono felice di seguire il suo consiglio. Quando mi servono il piatto capisco che non mi deluderà perché è presentato in maniera semplice ma molto curata e il profumo che emana è estremamente invitante. È composto da diverse ciotoline che contengono solo cibo vegetariano per mia volontà. Ebbene si, sto cercando di capire se posso vivere senza carne e dal momento che a Rishikesh, durante il corso di Yoga, verranno servite solo pietanze vegane, sto anche facendo in modo di abituarmi. La carne mi piace davvero tanto, chi mi conosce lo sa bene, ma da qualche tempo a questa parte sento che è arrivato il momento di essere coerente con il rispetto che provo per gli animali e ritengo che sia eticamente giusto lasciarli in pace. Non so se ce la farò, forse si o forse no, ma nel peggiore dei casi ne ridurrò di sicuro il consumo limitandolo ad occasioni eccezionali.
Finisco il mio pranzo con soddisfazione e sentendomi sazio a sufficienza e l’ambiente è così calmo e accogliente che decido di godere della pace che mi trasmette ancora per qualche minuto. Con soli 7 € ho pranzato magnificamente e bevuto una birra locale che non incontra il mio personale gusto ma che è stato comunque un ottimo accompagnamento per questo cibo.
La destinazione successiva è Amber Fort, un forte edificato nel 1500 che è la principale attrazione di Jaipur. È aperto solo al mattino quindi lo visiterò domani, ma essendo molto vicino al mio hotel, ci fermiamo in parcheggio vicino per scattare qualche foto.
Yado vuole portarmi a vedere la fabbrica di tappeti e tessuti che si trova sempre molto vicina e anche se non è un prodotto a cui sono interessato mi lascio convincere e accetto il suo suggerimento.
Al primo impatto non mi sembrava nulla di interessante, poi invece mi sono dovuto ricredere perché il proprietario mi ha condotto all’interno dove alcuni operai stavano decorando i tessuti a mano, con degli stampi di legno e dell’inchiostro vegetale.
Dei lavori di precisione che celano una maestria incredibile e che generano trame e fantasie molto colorate. Saliamo al piano superiore dove c’è il negozio con i tessuti finiti e resto meravigliato dalla varietà dei prodotti che realizzano rendendomi conto del perché venga considerata una meta turistica. Neanche a dirlo cercano di vendermi qualcosa proponendomi una camicia fatta a mano con un tessuto di mia scelta confezionata su misura entro 2 ore, o una giacca, o un costume da bagno, o qualsiasi altra cosa desideri. Rifiuto garbatamente le loro proposte, non sono interessato a comprare nulla e non avrei nemmeno lo spazio nello zaino per portarle a casa, ma quando vedo le Pashmine in puro cachemire non resisto alla tentazione e ne acquisto due per 40€. Il proprietario e il fratello, che è il boss dell’azienda di famiglia e che parla in italiano senza averlo mai studiato e avendolo imparato dai turisti, insistono per offrirmi un Thè in segno di ospitalità, come fanno tutti in India. Rifiutare sarebbe scortese e quindi accetto di berne una tazza. Non ho mai bevuto così tanto Thè come in questi due giorni!
Continuiamo a girare in macchina per le vie periferiche della città, senza una vera meta e più per curiosare qua e là. Lungo la strada ho notato una fila di uomini vestiti con abiti sgargianti che camminavano tenendo una mano un’asta lunga con bandiere triangolari anch’esse molto colorate. Chiedo a Yado chi siano e anche se lui non è molto informato circa il motivo esatto della loro presenza, mi spiega che sono Indiani Mussulmani che compiono un mini pellegrinaggio di 25 Km in occasione di una celebrazione religiosa che ricorre in questi giorni.
Sono ormai le cinque, sento un po’ di stanchezza e non c’è molto che si possa visitare a quest’ora, quindi chiedo a Yado di riportarmi in albergo, dove farò una doccia e mi rilasserò prima della cena.
La stanza è piuttosto fredda e non è dotata di riscaldamento, esattamente come quella di Delhi e come le prossime che incontrerò durante il viaggio, ormai è un fatto acclarato che non sia comune installare pompe di calore o termosifoni.
Mi infilo sotto le coperte e riesco anche a dormire un paio d’ore che mi rimettono in sesto. Scendo nella hall per capire che tipo di cena venga servita e quando vedo il buffet decido di scrivere a Yado di non tornare a prendermi e rilassarsi in vista della giornata di domani che sarà piuttosto impegnativa perché visiteremo tutto ciò che Jaipur ha da offrire.
Alle 20.30 entro nella sala da pranzo e inizio ad esplorare il banco del buffet. Un cameriere mi si avvicina e mi spiega ogni pietanza avvertendomi che ci sono cibi speziati più piccanti di altri. Mi dice che sono mediamente piccanti ma non eccessivamente, io rispondo che il piccante mi piace quindi non c’è problema.
Zuppa di pomodoro, broccoli e patate al curry, lenticchie in umido e l’immancabile riso basmati accompagnato dal pane Naan.
Mi siedo ad un tavolo dove un gruppo di persone ha già iniziato a mangiare e tra loro c’è un membro dello staff che mi riconosce e che inizia una conversazione molto discreta.
Inizialmente non lo avevo riconosciuto e mi ci è voluto qualche minuto per ricordare che lo avevo visto di sfuggita mentre facevo il check-in.
Quando termino la cena e mi trattengo a tavola mi chiede se può servirmi lui qualcos’altro, magari un dessert e che sarebbe onorato di poterlo fare. Si tratta di una cena a buffet e i camerieri si occupano solo di ritirare i piatti sporchi dai tavoli, lui è fuori servizio e non avrebbe alcun obbligo di servirmi. Non credo nemmeno sia caccia di una mancia e ritengo che il suo gesto fosse genuino e sincero, animato unicamente dall’accoglienza e dalla gentilezza.
Declino la sua offerta ringraziandolo e penso, senza dirlo, che ci sia un senso di calore e vicinanza umana in questa cultura che noi occidentali abbiamo perso tanto tempo fa, ammesso che lo abbiamo mai avuto. La maggior parte delle persone incontrate sino ad ora sono state così e questa è una cosa che mi piace talmente tanto da far passare in secondo piano i disagi derivanti dal doversi abituare ad uno stile di vita profondamente diverso da quello a cui sono abituato.
Quando ci alziamo dal tavolo mi stringe la mano e mi dice che in base alle città che ho intenzione di visitare e al mio itinerario completo è certo che rientrerò in Italia con un pezzo di India nel cuore perché ha capito, così dice, dalla scelta delle mie tappe che ho intuito quale sia l’anima più profonda del suo paese.
Se sarà così lo potrò dire solo alla fine, ma sono abbastanza sicuro che sarà un viaggio da ricordare.
A domani.

















