Il mondo non aspetta chi corre

Non appena lasciata Sxm ci riunimmo sul flybridge per definire i turni di guardia.

Durante la traversata sarebbe buona norma mantenere almeno due persone per turno di guardia. Uso il condizionale perché conosco comandanti che sotto questo aspetto sono decisamente approssimativi e pianificano turni fatti da singole persone. Per me è una pazzia pura e semplice che può mettere a rischio la vita del singolo, dell’equipaggio e la sicurezza dell’imbarcazione stessa. Il motivo è semplice. Durante tutte le 24h le persone di guardia hanno due compiti essenziali: mantenere la rotta e vigilare sugli imprevisti. Il secondo aspetto sembra marginale ma credetemi, non lo è per niente. Ci sono tantissime insidie che vanno evitate e qualora non lo si possa fare vanno gestite tempestivamente. Il rischio non è arrivare in ritardo, è morire in mezzo al mare. Due dei rischi sui quali Sylvain ha insistito moltissimo durante il safety briefing erano: guardate sempre attorno a voi, non soltanto davanti a voi, e cercate sulla superficie qualsiasi cosa che sembri essere sporgente o luccicante; controllate maniacalmente tutti gli oblò della barca, non solo quello della vostra cabina. Cosa dovevamo cercare in acqua? Dovevamo individuare potenziali rifiuti solidi che potessero danneggiare la barca. In una parola: container. Lì per lì questa cosa mi lasciò perplesso, ma dopo pochi secondi mi resi conto che non era per nulla improbabile, anzi. I container caricati sulle grandi navi da carico sono ovviamente legati e ancorati in modo adeguato alla nave stessa ma quando questi Tir del mare si ritrovano in mezzo a tempeste o burrasche, capita che i container finiscano in acqua. Sono a tenuta stagna quindi l’aria al loro interno li fa galleggiare in superficie. Mostrano solo un piccola porzione della loro struttura, può essere uno spigolo (nel peggiore dei casi) o può essere una porzione molto più grande. Urtare un container significa avere pochi minuti di tempo per raccogliere acqua e viveri, gettare la scialuppa, lanciare l’allarme e abbandonare la nave senza lasciarci le penne nel farlo. Quindi, tassativamente, massima attenzione a tutto ciò che si intravede in acqua.

Gli oblò. Anche quella sembrava una raccomandazione bizzarra. Mi è bastato cucinare il primo pasto per capirne il motivo. La cucina era sotto il ponte di comando e l’oblò di fronte al lavello era allo stesso livello del mare. Se fosse stato aperto anche solo per qualche minuto, per via delle onde e delle oscillazioni dello scafo, sarebbe stata una porta aperta sul mare. Avremmo imbarcato acqua in men che non si dica e saremmo semplicemente andati a fondo, quindi oblò chiusi ermeticamente.

Sylvain è un ex sottoufficiale della Marina Francese. Ha prestato servizio per parecchi anni prima di essere costretto al congedo a causa di una malattia congenita allo stomaco per la quale è stato salvato in extremis e che gli è costata 6 mesi di ospedale. La sua formazione militare si manifestava sottilmente in piccoli e grandi gesti, nel suo modo di ascoltare, decidere, comunicare. Il suo essere leader si avvertiva almeno quanto la sua passione per la vita di mare, da cui si separa solo 20 giorni all’anno.

Quando abbiamo stabilito i turni di guardia mi ha detto che io potevo esserne esentato, in quanto cuoco. Il perché è presto detto: ogni turno di guardia dura 3 ore alle quali seguono 6 ore di riposo. I turni di ognuno sono sfalsati, quindi a rotazione ogni ora e mezza c’è uno che smonta e uno che monta. I cicli sono ininterrotti ed è quindi determinante riuscire a dormire il più possibile quando si è di riposo. Il cuoco, dovendo preparare da mangiare agli orari canonici di pranzo e cena, ha meno ore libere a disposizione e questo rende impossibile riuscire a sfruttare tutte le potenziali ore di sonno, che vi garantisco sono indispensabili quanto l’ossigeno. Ho chiesto di partecipare ai turni di guardia e ho insistito con Sylvain perché me lo lasciasse fare. Volevo che la mia esperienza fosse autentica e quindi, promettendo che se mi fossi reso conto di non farcela fisicamente avrei alzato la mano e lo avrei avvisato, Sylvain accolse la mia richiesta. Il mio turno di guardia iniziava proprio con Sylvain e proseguiva con Baptiste, che ricopriva il ruolo di Primo Ufficiale.

Durante le prime notti di navigazione io e Sylvain parlavamo di un po’ di tutto, del nostro passato, del nostro futuro, dei sogni, delle passioni, delle donne e della vita in generale. È una persona molto particolare, un leader naturale come dicevo prima, con una personalità introversa dominante, il classico profilo delle persone diffidenti. Infatti ripensandoci, ricordo di aver notato più volte il suo modo di studiare le persone che aveva di fronte, tenendole a distanza per un periodo di tempo variabile e avvicinandole successivamente con molta cautela. Mi parlava del suo periodo in ospedale, del medico che gli disse: “tu non potrai navigare mai più nella tua vita” e di come lui l’avesse guardato malamente chiedendogli quanto avesse studiato per arrivare a dire una cosa del genere uccidendo i sogni di una persona. Mi insegnava come riconoscere le stelle, come capire in pochi secondi da dove arriva il vento e di come comportarsi in mare per navigare seguendo e assecondando la natura. Sono state delle notti di una bellezza inaudita che porterò con me finché campo e che spesso mi tengono compagnia anche adesso, la sera, prima di addormentarmi.

Tra un turno e l’altro bisognava però anche dormire e non appena disteso sul letto dovetti fare i conti col mare e con la struttura di un catamarano. La mia cabina, che condividevo con Kevin, era situata a prua e la testiera del letto era proprio a ridosso della paratia interna dell’imbarcazione. Le onde si infrangevano su di essa con una violenza che sembrava rischiare di comprometterne l’integrità. Il botto che generavano era paragonabile a quello di una piccola bomba e il sussulto conseguente mi faceva saltare sul letto.

Diciamo che non era esattamente come la pennichella pomeridiana in divano, ma non c’erano storie, bisognava riuscire a dormire.

Cucinare poi è stato uno spasso i primi giorni. Arrivando dai Caraibi la temperatura è rimasta alta per almeno una settimana e in cucina con gli oblò chiusi e i fornelli accesi si raggiungevano punte assimilabili a quelle di un bagno turco a Bombei. Il moto ondoso unito al non poter guardare l’acqua (cosa che aiuta a prevedere i movimenti dello scafo e quindi compensarne il movimento) facevano il resto. Non sono mai stato davvero male fisicamente, ma in più di una circostanza ci sono andato molto vicino. Navigare in Oceano mette a dura prova chiunque e nessuno è esente dal mal di mare, nemmeno chi è abituato a farlo da tanto tempo come alcuni dei miei compagni di viaggio.

Nel tanto tempo libero a disposizione si contemplava la natura, che faceva capolino in continuazione. Per i primi 10 giorni la scena più ricorrente a tutte le ore è stata una singola parola urlata a ripetizione da un po’ tutti: dolphins, dolphins! I delfini sono i primi attori a comparire. Arrivano a gruppi più o meno numerosi, giocano con lo scafo e con gli schizzi che produce, si intrecciano sotto la prua sovrapponendosi l’uno con l’altro, saltano fuori dall’acqua e si divertono ad essere ammirati. Sono delle creature bellissime e vederli cosi, liberi nel loro habitat, è un’esperienza di cui non si è mai abbastanza sazi. Sono comparse anche le tartarughe e i pesci volanti, che se non li vedi con i tuoi occhi non puoi capire perché si chiamino così. Ma l’animale che più mi è rimasto impresso è stato Ettore (l’ho soprannominato così). Un uccellino che si è appoggiato sulla barca dal secondo giorno di navigazione e ci è rimasto per altri due giorni. Sylvain mi spiegava che uccelli così piccoli si trovano così distanti dalla costa perché perdono in qualche modo l’orientamento durante forti temporali o in presenza di forti raffiche di vento. Quando poi riescono a riprendere a volare normalmente si ritrovano così distanti dalla costa da non sapere più in quale direzione sbattere le ali. Il loro destino è segnato, volano fino allo sfinimento e poi, esausti, precipitano in acqua dove molto spesso diventano il pasto di qualche predatore. Ettore invece aveva trovato noi, e non sembrava così smanioso di rimettersi in volo fin quando, due giorni dopo averci incontrato, abbiamo incrociato una petroliera a qualche miglio da noi e lui si è alzato in volo. Non so dirvi se l’abbia raggiunta e se sia ritornato a Sxm sano e salvo, ma mi piace pensare che abbia sfruttato un altro passaggio sicuro.

La cosa bella del vivere in mezzo al mare è ascoltare il rumore delle onde e del vento che creano una musica unica grazie alla quale non c’è mai un vero e proprio silenzio, come lo intendiamo a casa. Tranne di notte. La notte, se il mare è calmo e il vento scende un pochino, si crea un’atmosfera che si avvicina molto al silenzio e che suscita istintivamente, un po’ in tutti, un abbassamento del volume della voce. Il buio tutto attorno fa si che le stelle sembrino delle piccole abat jour. Se ne vedono così tante che è difficile mantenere fisso lo sguardo su un singolo punto e molte volte viene naturale girare la testa con un gesto continuo come se si stesse seguendo con lo sguardo un oggetto in movimento.

Sono passati 5 giorni da quando siamo partiti e purtroppo le previsioni dicono che presto entreremo in una zona che sembra essere priva di vento. I due serbatoi che abbiamo rifornito prima di partire ci consetirebbero di raggiungere le Azzorre a motore in caso di necessità estrema. Ma bisogna considerare anche un minimo di consumo dovuto al generatore di corrente e il fatto che l’autonomia teorica è calcolata in condizioni di mare calmo. Quindi non è una certezza matematica e laddove possibile dobbiamo preferire la navigazione a vela.

Nel frattempo comincio a incontrare le prime difficoltà a dormire e tra il sesto e l’ottavo giorno ricordo di aver dormito poco di due ore. Stavo dando i primi segni di cedimento e quindi parlando con Sylvain decidemmo di interrompere i miei turni di guardia. La mattina del nono giorno, in pieno Atlantico, il vento calò completamente e fummo costretti ad accendere il motore, ma non prima di aver fatto un tuffo nel blu più profondo. Sotto di noi, così come attorno a noi, c’erano diversi km di acqua. Io non sono uno che ha paura del mare, ma quando sono riemerso dopo il tuffo mi sono messo a nuotare fino alla scaletta come se stessi facendo i 100 metri stile alle olimpiadi.

Ovviamente non ho detto a nessuno perché nuotassi così freneticamente, anche perché ufficialmente dovevo mescolare il ragù…

Condividi articolo

Articoli correlati