Tappe da 14 a 24
Km 180
Km Totali 1284
Km percorsi 493
Km restanti 791
Marceddì è un paese talmente piccolo che stando fermi al centro della piazzetta si possono vedere gli estremi in ogni direzione. È un antico villaggio di pescatori ed è semplicemente meraviglioso. Era qualche giorno che non aggiornavo la tabella di marcia e ho omesso di descrivere i luoghi che ho visitato fino ad ora. L’ho fatto un po’ perché sto godendo l’esperienza e stare un’ora davanti al telefono toglie spazio al resto, ma anche e soprattutto perché sto interiorizzando i “regali” inaspettati che le persone che incontro mi stanno facendo.Riparto da Putzu Idu, dopo aver salutato Silvia e Lucia, e mi dirigo verso Is Aruttas per passare la notte in un campeggio del quale non parlo nemmeno per non rischiare la querela per diffamazione. Aspettavo da tanto il giorno in cui avrei camminato lungo questa spiaggia e la successiva, Mari Ermi, perché sono considerate a ragion veduta tra le spiagge più belle della Sardegna. Purtroppo il maltempo ha reso lo spettacolo meno colorato, ma non meno suggestivo, tanto che ho deciso di fermarmi poco più avanti, sulla spiaggia di Maimoni dove Chiara, una signora di Milano che si è trasferita qui ormai 40 anni fa, gestisce il chiosco Maimoni Cafè. Era chiuso, qui la stagione non è ancora iniziata, ma lei e il marito erano affaccendati nei preparativi.Mi ha visto transitare di fronte alla porta, ha capito dallo zaino che non ero in vacanza e dal momento che la pioggia aveva già inzuppato per bene i pantaloni, mi ha aperto la porta e mi ha accolto senza indugio. Mentre mi preparava il panino che ho divorato mi ha raccontato la storia di questo luogo, a partire dalla sabbia unica di cui è composta, tutta in quarzo naturale, l’unica nel Mediterraneo. Di come l’inciviltà delle persone non abbia confini e di come in passato sia stata “rubata” da molti. Tra questi molti c’è anche qualcuno di famoso visto che al Billionaire in Costa Smeralda sembra esserci stato un tavolo artigianale con qualche Kg di sabbia sotto la superficie in vetro. Vabbè, non mi interessa puntare il dito su nessuno, non è la prima e purtroppo nemmeno l’ultima volta che capita di scoprire quanto l’uomo possa essere un animale privo di scrupoli, ma per evitare che questo tipo di danni venisse perpetuato oltre il governo ha deciso di dichiare la zona Area Marina Protetta e intensificando i controlli si è finalmente riusciti a preservarne la bellezza e l’unicità.La tappa successiva era Torre Grande ma siccome ho deciso di adattare il Cammino alle mie curiosità e interessi, ho fatto quindi una piccola deviazione per raggiungere Cabras, paese d’origine di una delle più rinomate tipologie di Bottarga. Stavo camminando da oltre 15 Km e mi trovavo su di una strada secondaria costeggia il lago quando una macchina mi affianca, la ragazza alla guida abbassa il finestrino e con un accento marcatamente spagnolo mi offre un passaggio. Posso mai rifiutare un passaggio da una madrelingua spagnola? Domanda retorica, ovviamente no.Si chiama Nelly, che credo sia un diminutivo, ed è una ragazza peruviana che vive e lavora a Cabras da 6 anni. Si è sposata con un ragazzo del posto di nome Gabriele. Gabriele ha un allevamento che conta 1600 pecore, il cui latte è destinato alla produzione di Pecorino Romano. Spendo due parole sulla produzione di questo formaggio perché da cuoco e da residente in Sardegna ho sentito di tutto e di più sulla questione. Innanzitutto un numero significativo: il 60% di tutta la produzione di latte di pecora sardo serve a produrre Pecorino Romano, quindi per i pastori sardi è fondamentale contare su questi introiti.Mi è capitato di leggere articoli indignati su alcuni giornali, evidentemente poco onesti e poco preparati, paragonando il Pecorino Romano e quello sardo e rivendicando non meglio precisati diritti morali sul formaggio laziale. Basterebbe essere onesti per dissolvere l’indignazione in un battito di ciglia. Il Pecorino Romano è nato nel Lazio, è una ricetta laziale ed è stato prodotto solo in quella zona fino a quando la richiesta non è andata oltre le capacità produttive dei pastori laziali. In poche parole fino a quando le pecore a disposizione riuscivano a produrre latte a sufficienza. Quando questo non è più stato possibile si è dovuto cercare altrove del latte di pecora in grandi quantità… e indovinate un po’ dove erano le pecore? In Sardegna. Quindi si è cominciato prima ad importare latte dall’isola e poi molto più intelligentemente ad autorizzare i pastori e le imprese sarde ad utilizzare il marchio Pecorino Romano. Confrontare i due formaggi, Romano e Sardo, è stupido e fuorviante come confrontare il Fontina e il Gorgonzola, ma è oltretutto miope perché ciò che è successo col formaggio succede abitualmente con molti altri prodotti come ad esempio la Bresaola della Valtellina o il Prosciutto Crudo di Parma e così via.Di questo ho parlato con Gabriele mentre gustavamo la cena preparata da Nelly. Sì, perché Nelly e Gabriele mi hanno offerto ospitalità a casa loro e mi hanno accolto con un calore e una cordialità d’altri tempi. La mattina seguente, dopo aver attraversato Oristano, sono ripartito alla volta di Arborea, paese popolato dai discendenti degli immigrati veneti trasferitisi qui durante il ventennio. Mentre percorrevo la spiaggia di Abarossa, mi sono fermato nei pressi di un chiosco che sembrava chiuso per mangiare un panino. Mi sono seduto sui gradini davanti alla porta d’entrata e mentre stavo appoggiando lo zaino a terra, ho sentito una finestra aprirsi alle mie spalle. Era Gabriella, titolare del chiosco insieme al marito Andrea. Le ho chiesto se potevo sedermi lì fuori per qualche minuto prima di ripartire, ma lei ha fatto qualche passo di lato, ha aperto la porta e non solo mi ha detto che non c’era nessun problema, ma che se mi faceva piacere poteva offrirmi un caffè, l’unica cosa che aveva a disposizione.Siamo stati a parlare per un’ora buona e non c’è voluto molto perché il fascino del Cammino di Santiago ci facesse sentire subito in sintonia e portasse la conversazione a toccare temi anche molto profondi. Uscito dalla porta sul retro e ripreso il sentiero che costeggia la spiaggia, ho camminato per altri 10 Km per raggiungere la spiaggia di Arborea, ricoperta di Poseidonia, dove speravo di trovare un campeggio o un B&B. Purtroppo era tutto chiuso, così ho piantato la tenda in pineta ed è lì che ho passato la scorsa notte.Stamattina mi ha svegliato la pioggia che ticchettava sulla superficie della tenda e soprattutto penetrava tra le maglie della zip frontale con il risultato indesiderato di infradiciare una parte del sacco a pelo. La pioggia lungo il Cammino di Santiago ha un fascino tutto particolare e nonostante sia ovviamente molto sgradita per ovvi motivi, lo è molto meno per altri. So che può sembrare strano, ma aggiungere difficoltà a difficoltà a volte rende ancora più emozionante l’arrivo a destinazione, ma soprattutto fortifica il morale durante la tappa.Ricordo benissimo i momenti in cui io e Floriano urlavamo al cielo “è tutto qui quello che sai fare?” imitando il Tenente Dan di Forrest Gump. Vabbè, oggi ho avuto l’occasione di testare il poncho della Ferrino che ho comprato prima di partire. Tanta roba! Tra Arborea e Marceddì ci sono solo 14 Km di distanza, ne ho percorsi 4 attraversando tutta la pineta e poi 10 camminando su di una strada secondaria in cui transitavano solo i trattori degli agricoltori locali. Lungo il tragitto ho fatto amicizia con qualche mucca e un paio di asini. Le prime in particolare mi hanno strappato un sorriso perché erano dietro una recinzione e quando mi sono avvicinato sono corse tutte insieme per venire a vedere da vicino chi era l’inaspettato visitatore. Ho teso loro la mano e dopo una prima fase di diffidenza in cui mi hanno annusato per bene, si sono lasciate accarezzare.Sono arrivato a Marceddì poco dopo le 13 ed era deserto come i paesi fantasma dei film western. C’era solo un signore appoggiato alla saracinesca di un bar chiuso. Gli ho chiesto se c’era un qualsiasi locale aperto dove poter mangiare e lui mi ha portato nell’unico ristorante del paese, poco distante da dove eravamo. Entro in questo locale la cui porta d’ingresso è a non più di 10 metri dal mare e vengo accolto da una signora elegante e dai modi raffinati che risponde al nome di Manuela.Dopo non più di 4 minuti stavamo parlando dei cammini, sia di questo che di quello di Santiago e che anche per lei rappresenta un sogno ancora irrealizzato. Avrebbe dovuto farlo qualche anno fa ma un infortunio al menisco e poi la pandemia l’hanno obbligata a posticiparlo. So che prima o poi lo farà perché come me e molti altri sente che il Cammino la sta chiamando. Prima di sedermi le ho chiesto se conosceva un posto in cui passare la notte, anche se ero disposto a montare la tenda in spiaggia. Lei mi ha detto che avrebbe fatto qualche telefonata e mi avrebbe fatto sapere entro pochi minuti.Ho mangiato talmente bene che ho fatto tre volte i complimenti allo chef e mentre stavo facendo scarpetta con mezzo kg di pane, Manuela si è avvicinata al tavolo e mi ha detto che se volevo potevo stare nella casa del padre, proprio dietro al ristorante. Il padre era un pescatore di Marceddì e ha vissuto proprio davanti a dove ha ormeggiato la barca per tutta la vita. È una tipica casa di pescatori e ce ne sono altre dieci lungo la banchina.Manuela mi ha portato dentro casa, mi ha anche portato del cibo che era avanzato dal pranzo dello staff e si è trattenuta a parlare per un po’. Dal momento in cui ci siamo presentati abbiamo provato un feeling immediato ed è per questo che è venuto spontaneo ad entrambi raccontare le nostre vite, gli alti e i bassi che ci hanno cambiato e resi le persone che siamo oggi. Ogni giorno una persona speciale, ogni giorno un’amicizia inaspettata, ogni giorno un’esperienza da ricordare.A domani.


