Quello che segue è un breve estratto di una conversazione privata avuta con il Prof. di Filosofia Yogica che ho conosciuto durante il corso di Yoga a Rishikesh e con il quale ho poi condiviso gli ultimi 4 giorni del mio viaggio in India, presso il suo Ashram.
È una conversazione avvenuta in forma privata durante la quale abbiamo affrontato molti argomenti, alcuni di carattere generale, altri strettamente personali.
Averlo incontrato è stato bellissimo e lo scambio che si è generato dal confronto si è rivelato prezioso e spero utile per il resto della mia vita.
Ne pubblico qui di seguito una parte molto breve, sono solo 3 domande a cui li ha risposto in modo esaustivo secondo i principi della filosofia Yoga che segue con disciplina e convinzione e che insegna a coloro che decidono di intraprendere un percorso con lui.
Faccio giusto un po’ di chiarezza sull’uso di alcuni vocaboli che ho utilizzato nei precedenti post quando mi sono riferito a lui.
Esistono 3 diversi appellativi che corrispondono ad altrettante tipologie di guide.
La prima è Acharya, tradotto letteralmente Maestro, si riferisce ad una persona che insegna un insieme di principi, o una materia, ad uno o più studenti. Questo è il modo in cui mi sono rivolto al mio Maestro usando la versione estesa Acharya Ji (Fratello Maestro) in segno di rispetto.
Il secondo è Guru Ji, che in sanscrito significa Guida o Maestro Spirituale. Si tratta di una figura che quindi non si occupa solo di insegnare dei principi, ma che guida un discepolo nel suo percorso di elevazione spirituale.
Il terzo è Baba, letteralmente anziano, saggio e che viene usato quando ci si riferisce sia ad una persona di una certa età, sia ai Sadhu. I Sadhu sono quelli che noi chiamiamo volgarmente e spesso con accezione derisoria, Santoni. In concreto i Baba sono persone che hanno compiuto e terminato il processo evolutivo e hanno raggiunto il Samadhi, l’illuminazione. Conducono una vita solitaria ed eremitica fino alla conclusione della loro esperienza terrena che termina normalmente con una pratica meditativa che porta all’arresto cardiaco, consentendo così all’anima di abbandonare il corpo fisico e la dimensione terrena.
Terminato questo piccolo cappello introduttivo, passo alle 3 domande e alle risposte che ho ricevuto, i cui argomenti generali erano: l’Universo, la Meditazione e Samadhi, l’Amore.
Io: Acharya Ji, durante il corso di Yoga hai parlato della spiegazione dell’Universo fornita dai Veda. In particolare ci hai detto che non esiste alcun riferimento religioso che spieghi la sua creazione e che non esiste un Dio di nessuna tipologia. La spiegazione fornita dai Veda, se ben ricordo, dice che l’Universo è fatto di Luce e Materia, che possono combinarsi insieme e che possono essere manifeste o non manifeste. Ogni essere umano, così come una pietra, un fiume o un pianeta sono tutte manifestazioni di luce e materia. Ci hai anche detto che luce e materia esistono da sempre e per sempre. A costo di sembrare banale, ma non posso non ricadere nell’abitudine di porre una domanda scontata e banale: chi ha creato luce e materia?
Acharya Ji: Enrico Ji, la tua domanda è legittima. È una domanda che ci siamo posti tutti, che tutto il genere umano si pone da quando è comparso sul pianeta e alla quale i Veda rispondono a modo loro, in forma sintetica e se vogliamo criptica. Il motivo di questa risposta, che ha tutta l’aria di essere vaga, è che in quanto esseri limitati dalla mente non siamo in grado di comprendere una risposta più estesa e complessa con gli strumenti che abbiamo a disposizione. Abbiamo bisogno di una spiegazione molto basica ed elementare, ma per arrivare alla comprensione dobbiamo compiere uno sforzo ulteriore, che implica una riflessione intima, profonda e personale. Per poter comprendere dobbiamo evolverci ad un livello di esistenza superiore abbandonando il nostro sistema logico-razionale per abbracciare ed immergerci nella comprensione che si può ottenere solo con l’esperienza diretta. Ti starai chiedendo come si può raggiungere questo risultato e la risposta, per quanto semplice, indica un sentiero che non lo è per niente: la liberazione della nostra anima dal vincolo di appartenenza al corpo terreno. Questo avviene grazie al raggiungimento del Samadhi (il Samadhi è lo sblocco di tutti i Chakra fino ad aprire il canale che collega la nostra anima all’Universo e che è collocato sull’estremità della nostra testa, ndr). Una volta che si è ottenuto e raggiunto questo traguardo ambito da molti non si sente più la necessità di porre altre domande, perché si è parte del tutto, si è tutto e si conosce tutto. Non parlo di comprensione, ma di conoscenza. La nostra difficoltà risiede proprio nella nostra natura di esseri limitati e “finiti”, natura che ci impedisce di comprendere e accettare il concetto di Infinito.
Io: Parlando di Samadhi e di meditazione, mi sono sempre chiesto cosa significhi davvero creare il vuoto mentale, l’assenza di pensieri di cui ho spesso letto in tanti libri che trattano l’argomento e lo Yoga. Basta solo questo per raggiungere il Samadhi?
Acharya Ji: – Sorride e si accarezza la barba bianca, poi fa un respiro profondo e diventando serio risponde – Ji, ho sentito e udito tantissime imprecisioni in merito a questo argomento nell’arco della mia vita e la maggior parte di esse provenivano da persone che si professavano insegnanti e maestri. Il raggiungimento del Samadhi non passa attraverso un singolo step, non è frutto di una singola pratica grazie alla quale si accede direttamente alla terra promessa. Il Samadhi è un percorso che va inteso integralmente, che è scandito da tappe intermedie grazie alle quali si acquisisce consapevolezza in modo graduale e che solo dopo un considerevole periodo di tempo, di devozione totale e di impegno incondizionato può portare al risveglio e quindi all’Illuminazione. La meditazione in quanto tale è una pratica utilissima nella vita di tutti noi, lo è per tanti motivi, ma non è il lasciapassare per raggiungere il Samadhi. La meditazione da sola non sblocca nulla, non accende nulla e non conclude nulla. Serve come esercizio di rilassamento fisico e mentale e soprattutto NON serve ad eliminare ogni pensiero, serve piuttosto ad imparare a focalizzare la propria attenzione su un singolo pensiero. Potremmo dire, usando parole diverse, che si tratta di uno strumento con il quale raggiungere un profondo stato di concentrazione. Il Samadhi invece prevede di non avere proprio una mente, di separarsi dalla dimensione terrena e quindi anche dal proprio corpo, sperimentando così la condizione di essere parte del tutto, dell’Infinito. Significa sperimentare uno stato di essenza pura ed eterea, significa essere fatti, per così dire, di sola anima.
Io: Ho un’ultima domanda per oggi, una domanda che si riconduce ad una delle lezioni che hai impartito a scuola e che era riferita all’amore. Ricordo che la tua affermazione, tra le altre, è che dovremmo tutti imparare ad amare di più, ad amare chiunque a prescindere dai giudizi personali. La mia domanda è come si può amare chi si comporta in modo orrendo, come un criminale, un assassino etc?
Acharya Ji: Per rispondere a questa domanda voglio partire dalla frase più semplice e più comunemente usata nel linguaggio umano per comunicare il nostro amore: I Love You. Queste tre potentissime parole sono viziate dalla presenza di una parola di troppo: You. So che ti stai chiedendo quale sia il significato di questa affermazione e come sia possibile rivolgersi a qualcuno senza indirizzare verso di lui o di lei l’esternazione del sentimento. Lascia che ti dica una cosa, anzi due. Quando diciamo I Love You stiamo creando una separazione netta tra noi, intesi come coppia, e il resto del mondo. Stiamo dicendo implicitamente io amo te e soltanto te, quasi come se volessimo dire che tutti gli altri non sono destinatari del nostro amore e commettiamo l’errore grossolano di considerarci capaci di amare una sola persona. La nostra intenzione è di creare esclusività nel nostro rapporto di coppia, ma dimentichiamo un concetto di fondamentale importanza che riguarda l’amore nella sua concezione più ampia e universale. Amare significa esprimere il nostro sentimento verso il mondo, verso ogni essere vivente in quanto manifestazione di luce e materia, in quanto espressione dell’Universo manifesto. Certo non significa che non dobbiamo avere rapporti esclusivi, sposarci o avere dei figli, ma significa sentirsi in armonia con ogni creatura e donare amore a chiunque, senza giudizio o pregiudizio. Questo concetto è spesso difficile da comprendere perché siamo portati a credere che l’amore, il nostro amore, sia da destinare a chi lo merita davvero, a chi si comporta come noi crediamo sia giusto che faccia. Quindi come si può amare un assassino, hai chiesto. La risposta è che non amiamo le azioni di una persona, nè il suo modo di vivere o di pensare, noi amiamo la vita che risiede in quel corpo, l’anima che in esso si è incarnata e che è degna di amore così come lo sono tutte le altre. Le azioni che ognuno di noi compie sono separate dalle nostre anime perché, come dicevamo prima, sono frutto delle nostre reazioni al lavoro incessante della nostra mente. Permettimi però di andare oltre la tua domanda e di fare un’ulteriore considerazione. Nel dire I Love You commettiamo un altro errore implicito, che è frutto di sofferenza per molti. L’amore rivolto ad un solo individuo in questa forma esclusiva e assoluta si concretizza quando ad una manifestazione di sentimento segue una risposta coincidente dall’altra parte. Quindi, semplificando, Io amo te perché mi aspetto che tu faccia altrettanto con me e questo cambia profondamente il senso del sentimento e la sua natura disinteressata e pura, perché implica una reciprocità che ne perverte il significato più genuino e profondo. Inconsciamente ci si ritrova ad amare solo se si è amati, ovvero Io amo te e ricerco la tua felicità perché so che tu lo farai con me. Noti che si tratta di un rapporto di scambio/commercio? (In Inglese Trading and Exchange, ndr). Amare dovrebbe essere un’espressione di libertà, sia da un lato che dall’altro, dovrebbe essere un dono che non prevede ricompensa e che dovrebbe alimentarsi esclusivamente della propria emotività. Possiamo dire che l’amore di un genitore verso il proprio figlio si avvicina di più a questo concetto, perché un genitore ama il figlio senza aspettarsi o pretendere di essere ricambiato, per quanto questo sia plausibilmente auspicabile. Pertanto, invece di dire I Love You dovremmo limitarci a dire I Love, aiutando così la nostra mente a liberarsi dal meccanismo di ricompensa a cui siamo stati inconsapevolmente abituati e che è così tanto spesso fonte di frustrazione.
Io: Grazie, Acharya Ji.ed


