Venerdì 15 settembre, ore 5,13
Un rumore insolito mi sveglia e mi desta da un sogno che non ricordo nemmeno. Ci metto qualche secondo prima di realizzare che è Atos, che russa come un gruppo elettrogeno. Non me ne ero accorto nei giorni scorsi, forse perché io russo più lui
Esta lloviendo, penso, in spagnolo… Caspita, com’è successo in fretta questa volta. Normalmente quando sono all’estero ho bisogno di almeno un mese prima di iniziare a pensare in Inglese, la lingua che mi capita di parlare più di frequente. Il rumore della pioggia riempie il silenzio della notte e mi stupisco del fatto che ogni singola notte di questa settimana ha piovuto. Di giorno sole primaverile/estivo, di notte pioggia rinfrescante: il clima dei sogni.
Penso al fatto sono qui solo da 5 giorni e sto parlando una lingua che non conoscevo, o meglio pensavo di conoscere, perché in modo alquanto sorprendente la sto parlando senza nessuna difficoltà, oltre a capirla altrettanto facilmente. Le stesse persone con cui mi incontro ogni giorno si sorprendono quanto me per la fluidità di eloquio. Se la teoria della reincarnazione è vera, nelle vite precedenti vivevo in un paese di lingua spagnola. Cierto!
Poso di nuovo la testa sul cuscino e sento che il letto si sta muovendo, poco, ma si sta muovendo. Diamine, sono io che sono frastornato dal sonno o è una scossa di terremoto?
Dura tre o quattro secondi al massimo e ne passano altrettanti perché riprenda a dormire profondamente.
Quando esco dalla camera per fare colazione incontro Dona Hortensia che sta preparando il caffè e sistemando la spesa in cucina. È vestita molto bene, quasi elegante. Intendiamoci è sempre vestita bene, però questa volta noto che si è truccata leggermente e che gli abiti che indossa hanno tutta l’aria di essere quelli della domenica.
Mi saluta amorevolmente, come ogni mattina, e mi porge la tazza del caffè.
“Oíste el terremoto esta mañana? Hai sentito il terremoto stamattina?”
Allora non l’ho sognato – si l’ho sentito – le rispondo – In questo periodo capita molto spesso- mi dice lei.
Le chiedo che programmi abbia per la giornata e mi dice che sta per andare a fare il giro degli infermi per somministrare la comunione. Che fosse una donna molto credente e altrettanto praticante lo sapevo, ma non sapevo ricoprisse un ruolo di questo tipo.
“Soy Ministra de la Eucaristia por los enfermos”. In sostanza si reca nelle case del suo quartiere dove vivono persone disabili che non possono andare in chiesa. Ah, listo Dona Hortensia.
Sorseggio il caffè, nero e bollente, che mi ha preparato e che mi serve ogni giorno in una larga tazza bianca di latta. La osservo mentre corre da una parte dell’altra della casa e la saluto quando esce trafelata perché è un po’ in ritardo.
Nel frattempo anche Jose esce dalla sua stanza e iniziamo a parlare di cosa fare nel corso della giornata. Devo incontrare alcuni amici conosciuti in questi giorni per andare a bere qualcosa nella zona di Provenca, vicino al Poblado (i due quartieri più in di Medellin).
Si siede al tavolo della sala e accende il suo pc per seguire un corso di excel che è ormai alla fine e che prevede un esame di verifica e appena lo termina riprendiamo la nostra conversazione, che stamattina è più profonda e “intima” del solito. MI racconta dei suoi figli, della difficoltà economica in cui versa dopo aver perso il suo lavoro nel periodo del Covid. Si è alzato un po’ meno sorridente del solito ma so che passerà in fretta perché lui mi assomiglia molto e non è tipo da piangersi addosso.
Tra le cose che mi racconta ce n’è una che mi colpisce più delle altre ed è la Magìa Nera.
La butta lì come se fosse una cosa normale e forse, per la sua cultura lo è, ma non lo è certo per me e quindi manifesto interesse a saperne di più. Mi dice che negli ultimi due anni gli sono successe un sacco di cose negative tra cui un incidente in moto, la perdita del lavoro e una serie di colloqui che erano andati apparentemente bene, ma che poi non si sono concretizzati. Conclude dicendo che è quasi certo che la sua ex gli abbia fatto fare un rituale di Magìa Nera. Io strabuzzo gli occhi, faccio fatica a credergli e anche a porre delle domande perché è un mondo totalmente sconosciuto di cui ho solo letto qualcosa mille anni fa.
In tutti i casi, mi dice che la prossima domenica, oggi, si recherà con Dona Hortensia in un luogo di culto, non consacrato, dove un sacerdote cattolico che è stato anche un esorcista per il Vaticano, lo benedirà nella speranza che le sue pene incontrino la fine.
Anche questo è Sud America…
Dopo poco rientra anche Dona Hortensia che si siede in poltrona e riprende fiato, oltreché che sollievo, perché là fuori il sole picchia di brutto. Io, che praticamente mi sento come se fossi al cinema, la osservo e inizio a chiacchierare con lei mentre Jose si fa la doccia.
È un giorno speciale oggi, mi dice lei. Oggi è il 15 di settembre ed è l’anniversario di matrimonio di Ingrid (la figlia più grande che vive in Australia). Credo abbia un paio d’anni più di me e da 9 anni vive lì con il marito con il quale ha avuto due figli.
Si sono conosciuti a Medellin durante un viaggio di lavoro di lui, che era divorziato con due figli piccoli. Sono usciti una volta e lui le ha detto, testuali parole: decidi la data e sposiamoci. Quella sera Ingrid è tornata a casa tremante ed impaurita ed è corsa immediatamente dalla madre per confidarle la proposta che aveva ricevuto.
Beh, la faccio breve, si sono visti ancora due o tre volte che sono state sufficienti a dissolvere ogni dubbio. Sarà che siamo in Sud America, sarà amore a prima vista, fatto sta che sono felici e contenti e non hanno mai avuto nessun ripensamento, pertanto que Dios los bendigas.
Questo fine settimana in Colombia si celebra una festa nazionale molto sentita e che da queste parti sostituisce San Valentino. Si tratta del fine semana de Amor y Amistad. Amore e amicizia, così tutti hanno qualcosa da festeggiare. Le strade sono invase di gente, i ristoranti hanno code kilometriche davanti all’entrata e tutti sembrano essere felici come se avessero vinto la lotteria.
Il mio appuntamento è nel tardo pomeriggio, in un barrio vicino al Poblado, chiamato Belen.
Niente di particolare, una sorta di aperitivo e qualche chiacchiera con due ragazzi e una ragazza che ho conosciuto in un ristorante vicino a casa e che mi hanno chiesto di unirmi a loro.
Mentre percorriamo la San Juan, una strada alberata a due corsie dove tutti guidano come degli scellerati, incontriamo un corteo funebre, in mezzo alla strada. Un carro funebre con più fiori del palco di Sanremo e una quantità interminabile di scooter che lo seguono suonando il clacson all’impazzata. Mi sporgo dal finestrino e registro un video senza che questo venga notato da nessuno. Jose mi racconta che si usa fare così e che è una cosa molto frequente un po’ in tutta Medellin.
Il braccio fuori dal finestrino mi fa percepire nitidamente il calore del sole colombiano, tanto che in alcuni momenti lo devo rimettere dentro perché quasi brucia, ma appena viene coperto dalle nuvole si ha la sensazione che la temperatura si abbassi di 10 gradi facendo percepire perfino un filo di freddo, perché teniamo sempre i finestrini aperti (l’aria condizionata dell’auto di Jose è rotta).
Raggiungiamo il luogo del mio appuntamento e ci salutiamo. Rientrerò a casa autonomamente con un Uber.
Trascorro un paio d’ore molto piacevoli e poi cammino un po’ lungo la strada principale di Belen, dove migliaia di persone animano questo barrio molto tipico e autentico.
Incontro lo sguardo dei passanti che sorridono di rimando e mi salutano, le ragazze sono di una bellezza inaudita, secondo i canoni estetici locali. La maggior parte ha fatto ricorso alla chirurgia estetica che è molto economica in questo paese e che, a parer mio, ogni tanto viene utilizzata un po’ più del necessario. I loro visi però sono incredibili, i lineamenti dolci, la carnagione scura e i capelli nero corvino che fanno pendant con occhi altrettanto scuri.
La macchina arriva a prendermi e ci mettiamo in cammino verso casa. Siamo fermi ad un semaforo, in una strada a tre corsie, quando un autobus alla nostra sinistra urta lo spigolo posteriore e non curante dell’impatto prosegue la sua corsa senza fermarsi. Non faccio nemmeno a tempo e realizzare cos’è successo, che Juan Carlos, l’autista di Cali con cui stavo facendo due chiacchiere molto rilassate, ingrana la prima e si lancia in un inseguimento in stile Hollywood che mi incolla al sedile e mi fa desiderare un pannolone. Sono talmente sorpreso e scioccato da ciò che sta succedendo che non riesco nemmeno a parlare. Lui invece impreca in un dialetto che non comprendo e da cui emerge un’unica espressione molto conosciuta in tutto il mondo: icho de puta.
Raggiungiamo l’autobus e Juan Carlos lo supera tagliandogli la strada e arrestando la macchina di traverso, in mezzo alla strada. Gli occhi mi stanno uscendo dalle orbite e il pensiero che faccio è: come minimo adesso tirano fuori due Ak-47 e si sparano davanti a tutti.
Fortunatamente nulla di tutto questo, anzi, parlano con una calma surreale e paradossale e l’autista dell’autobus dice che non si era accorto dell’impatto. Era palese che non ci credeva nemmeno lui, pero Juan Carlos ha mantenuto la calma e ha continuato a parlare senza agitarsi.
Io nel frattempo ero sceso dall’auto dal lato conduttore, perché la mia porta si era bloccata e mi sono messo a bordo strada a guardarli, cercando di capire cosa si stessero dicendo.
Si scambiano i numeri di telefono, Juan Carlos fotografa la targa, l’autista chiama la centrale avvisando dell’incidente e poi si salutano come se fossero due amici che si sono incontrati per caso lungo la strada. Risaliamo tutti in auto e come niente fosse proseguiamo per la nostra direzione.
Ieri è stata invece la giornata della Comuna 13, la visita che più attendevo e che ha enormemente superato qualsiasi ogni aspettativa.
La Comuna 13, in passato conosciuta come “La culla di Pablo Escobar” è un insieme di quartieri di Medellin edificati in modo precario e fatiscente sul pendio di una montagna. Fino a 20 anni fa era sotto il controllo diretto dei Narcos, dei guerriglieri, delle Farq, delle gang armate e di delinquenti di ogni ordine e grado. Era la comuna più pericolosa di tutto il Sud America e del mondo intero, un luogo dove non esisteva nessuna legge se non quella parlata con le armi, dove nessun poliziotto si sarebbe mai azzardato ad entrare e dove gli abitanti vivevano in costante stato di guerra e assedio.
In questo contesto il Cartello di Medellin, quindi Pablo, hanno costruito quello che si potrebbe definire il più grande di reclutamento e formazione criminale che il genere umano abbia mai visto. I primi bambini soldato sono stati iniziati al male proprio qui, tra i Callejones, dei cunicoli strettissimi che possono essere sia di entrata che di uscita dalla Comuna e che con le loro scale ripide e i cambi di direzione improvvisi costituiscono un vero e proprio labirinto in cui è impossibile orientarsi se non ci si è nati e cresciuti. Questi luoghi erano l’ambiente perfetto per fare ciò che si voleva senza essere visti e disturbati da nessuno.
Ci sono volute due operazioni militari, eseguite dalle squadre speciali dell’esercito colombiano, per ristabilire una parvenza di normalità. Migliaia di agenti in assetto da combattimento hanno asserragliato il male e lo hanno sconfitto, al costo della propria vita.
Da quel momento in poi la Comuna è diventata un luogo di pace e amore, un museo di arte e cultura, di inclusione e amicizia che non ha paragoni in nessun altro luogo di Medellin e della Colombia. Oggi è il barrio più sicuro della città, protetto dalle stesse persone che lo abitano, da coloro che per anni sono stati soggiogati, sfruttati e uccisi e che sono ben consapevoli di quanto preziosa sia la sicurezza di tutti, compresa quella dei turisti che rappresentano la possibilità di uscita dalla povertà.
Christian, un ragazzo di origini portoricane, nato nella comuna, è una guida ufficiale, ed è lui a portarci alla scoperta dei suoi angoli più genuini e rappresentativi.
Appena si inizia a salire per le stradine strette e affollate ci si rende conto di come la vita sembri fluire dolcemente, accompagnata dall’immancabile musica Salsa riprodotta a tutto volume da quasi tutti i negozi.
Persone di ogni età si salutano, si abbracciano e vivono normalmente la vita che ognuno dovrebbe aver il diritto di vivere: senza il timore di essere uccisi e o di veder uccisi i propri figli.
La prima sosta la facciamo in un campetto da basket recintato che si trova su un rialzo della collina. All’epoca del male era in terra battuta e si, i ragazzi ci giocavano anche a basket, ma era il luogo delle esecuzioni pubbliche. Era il palco dove i guerriglieri giustiziavano traditori, nemici e povera gente che aveva osato ribellarsi al loro volere. Mentre Christian parla sento che mi è salito un nodo in gola, mi guardo attorno e provo ad immaginare cosa potessero provare le persone che vivevano proprio davanti al campo, chiusi dentro le loro case, dietro finestre sottili che non avevano alcuna speranza di proteggere nessuno. Sentire i colpi d’arma da fuoco, vedere il sangue che veniva assorbito dalla terra, giorno, dopo giorno, dopo giorno.
Riprendiamo la visita, la pelle d’oca si dissolve e lascia spazio allo stupore quando entriamo in due ambienti pubblici, moto piccoli. Sono due installazioni artistiche realizzato da un artista nato e cresciuto nella comuna. Sono bellissime e molto particolari per via dei colori fluorescenti che sono stati utilizzati e molte altre opere uniche.
Mentre camminiamo Christian racconta la storia di ogni angolo, di come la vita delle persone sia cambiata radicalmente e di come oggi si respirino Pace e Amore ovunque.
Raggiungiamo una scala mobile che è stata costruita proprio nel centro della comuna, lungo la salita che porta al punto più alto e ci dice che non è stata costruita per servire i turisti, ma per essere d’aiuto a disabili, anziani e bambini che vivono nelle case poste più in alto.
Il punto che stiamo per raggiungere è un altro ambiente dove un pittore ha realizzato delle opere usando la tecnica del 3D e dove ci fermiamo per qualche minuto.
L’ultima tappa è un bar che domina tutta la comuna e tutta la città di Medellin, da un lato all’altro.
È sera e il sole sta calando velocemente e quando ci arriviamo è ormai buio pesto.
Il bar è una piccola terrazza sospesa nel vuoto con una tettoia al di sotto della quale un Dj sta suonando musica da disco a tutto volume. Locali e turisti che ballano insieme, in quello che mi sono reso subito conto essere uno dei 3 posti più stupefacenti che abbia mai visto nella mia vita.
La vista da quella terrazza, con il luccichio delle case della città, l’imponenza della metropoli, l’atmosfera magica del bene che trionfa sul male, mi hanno emozionato come pochissime altre volte prima.
È tempo di andare, di tornare a casa e lungo la discesa incontriamo due bambini piccolissimi, non credo avessero più di 6 anni. Hanno capito da 100 metri di distanza che sono un turista e si avvicinano dicendo: siamo ballerini professionisti, se facciamo un ballo per te ci dai una mancia?
Non serve che vi dica cosa ho risposto.
Hasta luego.


