Venerdì 27 Gennaio, ore 21
Sono all’interno dell’area Gate dell’aeroporto di Varanasi, in attesa del volo che mi porterà a Delhi, da cui partirò in macchina, a mezzanotte, per raggiungere Dharamsala alle prime luci dell’alba.
Sono tanti i pensieri e gli stati d’animo ad essi associati, che porto via con me dopo questa visita breve, ma estremamente intensa.
La storia millenaria di Varanasi, con le sue tradizioni e con i suoi rituali antichi, non ha deluso le aspettative che nutrivo verso questa storica città.
I tanti templi visitati hanno reso il programma leggermente serrato, penalizzando forse qualche momento di relax che sarebbe stato utile a rifiatare, ma soprattutto a respirare l’atmosfera mistica che da queste parti non manca di sicuro.
Qui come altrove in India, sono state le persone a stupirmi e ad arricchire il viaggio.
Lo hanno fatto in molti modi, alcuni direttamente perché ho avuto a che fare con loro, altri invece in modo del tutto accidentale e indiretto e parlerò di entrambi a breve.
Varanasi è senza dubbio un luogo caotico e frenetico, come pochi altri io abbia visitato prima. I gas di scarico dei mezzi di trasporto rendono l’aria poco respirabile e se a questo si aggiungono l’inquinamento acustico, la consueta sporcizia tipica dell’India e alcune abitudini della popolazione, che stenta a cambiare ed evolvere verso modelli di vita più civili e rispettosi dell’ambiente e delle altre persone, ci si ritrova davanti ad una città che somiglia più ad un incubo che ad un luogo in cui vivere.
Un occidentale in vacanza qui ha l’impressione di essere spettatore di un collasso imminente e invece, ne sono certo, le cose non stanno così.
Non sto facendo pronostici, ne profetizzando chissà quale risveglio della coscienza collettiva, le cose possono sempre peggiorare, ma la cosa certa è che il popolo di Benares, come si chiama in Indi, poggia la propria esistenza su fondamenta talmente solide da riuscire a sopportare e assorbire qualsiasi tensione.
In questi giorni mi è capitato di pensare al detto che dice che a Roma se alzi una pietra salta fuori un resto romano o un pezzo di un qualche sito di interesse storico che stava lì da millenni e che blocca lavori o ristrutturazioni o qualsiasi altro intervento.
Ecco, qui non serve alzare la pietra, perché è la pietra stessa ad essere un pezzo di storia da preservare. Spero perdonerete l’esagerazione, ma è funzionale a trasferire il messaggio che la storia di questa città è palpabile ovunque, in ogni angolo.
La convergenza di due religioni come l’Induismo e il Buddismo era la naturale conseguenza del suo carattere estremamente spirituale. Il Buddismo peraltro, nasce da una costola dell’Induismo, essendo stato Siddhartha un Induista prima del suo risveglio.
In qualsiasi altro posto del mondo sarebbe stato condannato, relegato ai margini della società e tacciato di eresia, come ha fatto spesso la Chiesa Cattolica nel corso dei millenni.
A Varanasi non solo non è successo, ma è stato addirittura celebrato e successivamente integrato nel tessuto sociale dei suoi abitanti così come nel resto dell’India.
Spendo due parole sul Buddismo, brevi, anche se ritornerò sull’argomento quando visiterò Dharamsala. È una religione non-religione, come viene considerata da alcuni, sorta nel VI-V secolo A.C. la cui prerogativa è di non venerare nessuna divinità, o almeno non come avviene ogni altra religione. La divinità a cui prestare attenzione, a cui “votarsi”, è quella insita nell’animo di ogni uomo e se ci si sofferma su questo concetto, non si può non rilevare l’immensa distanza dall’Induismo che, al contrario, conta talmente tante divinità da rendere impossibile il conteggio a qualsiasi Induista.
Sarnath, luogo di cui ho parlato ieri in cui Buddha ha fatto la prima predicazione, è un luogo frequentato e amato da tutti, dagli appartenenti a qualsiasi religione e che è diventato per i Varanesi (si chiameranno così?) la meta preferita in cui passare qualche ora di pace e relax. Io lo trovo strabiliante e incredibilmente inclusivo.
Che lo si voglia o meno si è spontaneamente portati a conoscerne la storia e i luoghi in cui questa è stata fatta e scritta. Come non citare il Gange, per fare un altro esempio, il fiume sacro per eccellenza, talmente importante per la popolazione da venerarlo come se fosse una divinità a sé stante. Sulle sue rive si compiono cerimonie legate alla nascita, alla morte e a tutto ciò che avviene nel mezzo. Il fascino generato dai sacerdoti che celebrano la Luce durante la cerimonia Aarti, la mattina e la sera, coinvolgendo i fedeli che entrano in contatto con i loro Dei in modo così profondo da cadere in uno stato di trance.
Non è quindi per nulla strano che nella vita di ogni Indiano ci sia il desiderio e l’impegno di fare un pellegrinaggio qui almeno una volta nella vita, per scendere gli scalini del Ghat e bagnarsi nelle acque del fiume sacro, o di portare qui il corpo senza vita dei propri cari affinché bruci e le ceneri tornino a far parte del flusso incessante della sua acqua, che simboleggia la vita, la reincarnazione, il karma e l’universo stesso nella sua accezione più ampia.
Ripensando a tutto questo e ripercorrendo mentalmente le persone incontrate e i luoghi visitati mi rendo conto di non aver mai riscontrato in alcun popolo l’attaccamento alla religione e più precisamente alla ricerca della propria spiritualità, che ho notato qui. Può sembrare superstizione, ma non lo è, religione e tradizioni si sono fuse insieme al punto tale da diventare una cosa unica e sono entrate nella quotidianità di questo popolo che la vive come una verità assoluta e indiscutibile. Come se tutte le risposte che gli esseri umani cercano sin dalla loro comparsa sulla terra, fossero improvvisamente inutili, perché la verità è qui, davanti ai loro occhi e risiede nel concetto talvolta inflazionato di Karma.
Per questo ci sono statue e templi ovunque, per questo ogni Indiano congiunge le mani e recita una mini preghiera ogni volta che passa di fronte ad una di esse e per lo stesso motivo ognuno di loro sceglie una divinità in cui si riconosce di più, alla quale dedica le proprie preghiere, oltre a Shiva che è considerato il Dio Supremo.
Per darvi la misura di tutto questo, in questo momento, mentre sto scrivendo, a fianco a me ci sono delle persone che attendono il mio stesso aereo e sono sedute per terra in preghiera.
Infine, una considerazione generale, senza la presenza di un’istituzione superiore come la Chiesa, qui migliaia di persone in tutta l’india lavorano grazie al culto di queste divinità, creando di fatto un’economia interna che si autoalimenta costantemente.
La prima visita di stamattina è stata lo Shri Durga Temple o Tempio delle Scimmie, una costruzione di colore rosso accesso che si stacca dal resto dell’edilizia urbana e che rappresenta una delle mete più ricorrenti nei tour guidati.
In una giornata comune, come questa, il tempio era invaso di fedeli che si recavano davanti all’altare della Dea Durga a cui è dedicato, per offrire fiori e altri oggetti, oltre a chiedere aiuto e protezione come si fa abitualmente con le divinità. Lungo il perimetro del tempio diversi sacerdoti, giovani e anziani, pregavano insieme recitando sacre scritture ad una velocità che mi ha impressionato e lo stavano facendo da ore, senza sosta.
Rimanere indifferenti è impossibile.
Già, rimanere indifferenti, anche questo è un concetto che merita di essere esposto in questo racconto, anche e soprattutto in virtù dell’altra visita compiuta nel pomeriggio e che non ha nulla a che vedere con la religione Induista. Si tratta di una scuola, costruita da un Italiano, un signore di Zero Branco, in provincia di Treviso, ormai vent’anni fa.
Ci sono arrivato in modo casuale, dato che non sapevo nemmeno della sua esistenza.
Il tramite è stato Amit che con questa scuola lavora molto e di cui conosce ogni singolo membro. Quel signore che ho menzionato poco fa si chiama Valentino ed è un ex insegnante di circa settant’anni che, dopo essere andato in pensione, ha usato tutta la liquidazione e anche quella della moglie per acquistare un pezzo di terra e costruire un primo edificio di piccole dimensioni nel quale c’era una grande camerata colma di letti a castello, una cucina e un bagno. Siamo poco fuori dalla cintura urbana, in mezzo alla campagna e alla povertà assoluta, oggi come allora.
Valentino aveva visitato l’India, non so se in veste di turista, ma non fa alcuna differenza perchè ciò che lo ha animato da quel momento in poi è stato il desiderio di aiutare le persone più bisognose. Ha iniziato con gli orfani dei villaggi adiacenti, per poi accogliere bambini dagli stati confinanti e dalle zone di guerra.
Ha iniziato con otto bambini, poi altri due e poi altri quattro. Ha ottenuto delle sovvenzioni dallo stato italiano con la devoluzione del 5×1000 con cui ha costruito un alto edificio e grazie al quale è riuscito a dare rifugio ad ancora più bambini.
Oggi in tutta l’India ci sono 3 scuole, fondate da Valentino, che accolgono, proteggono e istruiscono oltre 1500 alunni di tutte le età. Ed è proprio questa la cosa stupefacente di quanto fatto da questo signore dal cuore immenso. Valentino era un insegnante della scuola pubblica italiana che assisteva ai primi fenomeni di bullismo e che aveva sviluppato un modello scolastico che aveva e ha tuttora come finalità l’insegnamento dell’importanza di riconoscere i propri pensieri, anche quelli brutti, tristi o malvagi per poterli controllare prima che degenerino in atti concreti contro gli altri. Perché il bullismo è prima di tutto una manifestazione di disagio, questo il punto di partenza. Il modello ha avuto un grandissimo successo nel Veneto degli anni 80 e la speranza era che lo Stato se ne accorgesse e ne allargasse il raggio di applicazione, cose che purtroppo non è avvenuta.
Valentino lo ha esportato qui e lo ha fatto diventare un sistema completo dalla scuola materna all’università e all’interno delle mura di questa scuola 60 docenti (tutti volontari) e 900 alunni hanno la possibilità di superare le barriere di una società che altrimenti negherebbe loro ogni possibilità di uscire dalla povertà in cui sono nati e cresciuti.
Agatha, una delle prime collaboratrici di Valentino, mi ha portato in giro per la scuola per visitare le aule e per spiegarmi il metodo di insegnamento.
Innanzitutto l’inclusione del prossimo, l’accettazione della diversità che qui è basata soprattutto sulla religione, ancora una volta. Quindi in tutte le aree comuni e in ogni aula sono presenti immagini raffiguranti tutte le divinità e ogni mattina la prima azione comune compiuta da alunni e docenti è entrare in contatto con la propria divinità, quella che è dentro ognuno di noi.
Il sistema di insegnamento è quanto mai all’avanguardia e contempla materie innovative tra cui lo yoga che non poteva mancare in India e perfino un’ora alla settimana in cui si insegna agli alunni come gestire la frustrazione dell’essere disoccupati pur avendo un grande bagaglio culturale come quello che creano negli passati qui.
Il sistema di insegnamento è basato sulla spiegazione di ogni materia attraverso immagini che vengono affisse sui muri delle aule, affinché gli studenti le possano vedere continuamente. Qualsiasi materia, in qualsiasi classe, dalla matematica di base in prima elementare, alla fisica e alla chimica della scuola superiore, così come la meccanica del corso di laurea vengono spiegate in questo modo.
Mentre Agatha passava in rassegna quei grandi cartelli che spiegavano concetti di cui io ignoro persino i principi piu basilari mi sono sentito piccolissimo.
Poi siamo finiti nell’aula della scuola materna, quella in cui vengono inseriti i bimbi più piccoli e solitamente più fragili, perché stiamo parlando di bambini che provengono da famiglie che vivono in miseria, in baracche che non sono dotate né di acqua corrente né di elettricità.
Su un tavolino c’erano tre scatoline di plexiglass con bilie di vetro di tre colori diversi: bianco, giallo e nero. Le ho chiesto cosa fossero e lei mi ha risposto che è stata un’intuizione di Valentino. Al mattino, all’ingresso in classe, i bimbi scelgono una pallina e la mettono dentro un’urna che le contiene tutte.
Le palline rappresentano lo stato d’animo del bambino, laddove il bianco è uno stato d’animo felice, il giallo così così e il nero corrisponde ovviamente alla tristezza o alla preoccupazione.
La maestra prende l’urna e se trova palline gialle o nere cerca di capire chi le ha inserite, cosa che non risulta difficile perché basta osservare con attenzione i bambini per capire chi sta vivendo un momento di difficoltà.
Quando individua il bimbo che ha scelto la pallina nera, gli si avvicina con discrezione e ne indaga le cause del malessere, come potete immaginare queste possono essere le più disparate e in alcuni casi di una gravità inaudita, quindi è bene capire in anticipo con cosa si ha a che fare per stabilire come procedere.
Se il malessere non è gravissimo la maestra coinvolge tutta la classe, che si riunisce attorno al bambino o ai bambini tristi per offrire il loro aiuto nel superare il momento di difficoltà.
Nell’udire le parole di Agatha, mentre guardavo gli sgabelli minuscoli in cui quei bimbi si siedono ogni giorno, non sono riuscito a trattenere la commozione.
Sono venuto a conoscenza di Alice Project, così si chiama la scuola, in modo fortuito e ci sono andato perché il mio aereo partiva la sera quindi avevo molto tempo libero a disposizione e sono grato al destino di avermi fatto conoscere questa realtà e incontrare queste persone.
È con questa preziosa esperienza che mi sono avviato verso l’aeroporto e con la quale sto scrivendo questo racconto mentre aspetto l’annuncio dell’imbarco per Delhi, da cui a mezzanotte partirò in auto alla volta di Dharamsala, sull’Himalaya, dove arriverò dopo 12 ore di viaggio e da dove mi rifarò vivo domani.
Anche per oggi è tutto.
Namaste














