Il mondo non aspetta chi corre

Dharamsala: una casa per i Tibetani

28 e 28 Gennaio

Uscito dall’aeroporto di Delhi ho contattato Bahnu, il mio autista fino a Dharamsala. È un ragazzo di 31 anni che fa il tassista da 5 e che mi ha dato da subito l’impressione di avere bisogno di instaurare un rapporto che andasse oltre il semplice cliente-autista.

Abbiamo fatto un po’ di conversazione di circostanza, ma non c’è voluto molto perché passassimo ad argomenti più personali ed importanti.

La mia sensazione iniziale è stata confermata dal tono della sua voce mentre mi raccontava del suo passato fatto di povertà, problemi familiari e dipendenza da stupefacenti.

Problemi che ha risolto grazie alla forza di volontà e ad un gruppo che ha scoperto online dal nome Narcotics Anonymous.

È un’associazione senza scopo di lucro che organizza incontri, online e dal vivo, tra persone che hanno problemi legati alla dipendenza da sostanze. Sono persone di ogni età e ceto sociale, persone che sono uscite dal problema e che si aiutano a vicenda a mantenersi sulla retta via, con il sostegno pratico e morale che solo chi ha conosciuto la dipendenza vera può conoscere.

Lui parlava e io ascoltavo, mi chiedeva cosa ne pensassi, se avevo mai avuto problemi come i suoi e osservava con attenzione il modo in cui rispondevo per capire se nelle mie risposte ci fosse una qualche forma di giudizio.

Da sempre penso che l’uso di droghe sia una conseguenza di uno stato mentale debole, che porta all’illusione di una soluzione facile per porre fine ai propri malesseri. A volte sento dire da alcuni che la droga li diverte in un modo che da lucidi non riescono a raggiungere. Anche su questo ci sarebbe molto da dire, ma non faccio il terapeuta e ritengo che sia giusto che ognuno di noi risolva il proprio Karma come meglio crede, visto che in ultima analisi dobbiamo rendere delle nostre scelte e delle nostre azioni solo a noi stessi.

C’è però un aneddoto divertente che ho raccontato a Bahnu, che riguarda un episodio della famosa serie Dr. House, il diagnosta che risolve casi apparentemente impossibili.

La storia era quella di una ragazza che era arrivata al pronto soccorso per un problema apparentemente banale, mi pare un rash cutaneo o qualcosa di simile, ma che mentre attendeva di essere visitata ha perso i sensi ed è andata in coma, rendendo così impossibile parlarle per effettuare una diagnosi che includesse dettagli sconosciuti fino a quel momento.

I dottori del pronto soccorso avevano effettuato ogni tipo di anali possibile senza arrivare ad alcuna conclusione utile e l’avevano quindi spedita da House perchè mettesse in campo le sue abilità.

Dopo aver osservato la cartella clinica e le analisi già effettuate, iniziò con il consueto brainstorming insieme al suo team e da questo scaturì una lista di ulteriori esami, più specifici, da eseguire sulla paziente. Una volta ottenuti i risultati, uno dei suoi assistenti andò a riferire gli esiti e tra questi emerse la positività all’esame tossicologico. Nel momento in cui House udì le parole dell’assistente la fermò e gli disse: ah quindi soffre di depressione! L’assistente incredula rispose che era positiva ai cannabinoidi, non a droghe pesanti e che una canna non è un sintomo di depressione. House la guardò, fece un sospiro e ribadì: positiva al tossicologico? Paziente depressa. La diagnosi si rivelò quanto mai veritiera e utile a curare la paziente perché emersero dettagli sul modo in cui consumava la cannabis che l’avevano portata a contrarre altre patologie che avevano causato i suoi problemi. 

Ora, nell’episodio non viene spiegato il perché della risolutezza di House in merito all’associazione dipendenza/depressione ma è abbastanza intuitivo: se una persona è felice non si sogna nemmeno di alterare la propria percezione della realtà, lo fa solo quando non è felice e ha bisogno di deviare i propri pensieri altrove.

Vi starete chiedendo il perchè questo discorso così apparentemente lontano dal viaggio che sto facendo. Perché nel racconto di Bahnu c’erano anche i suoi amici d’infanzia, cresciuti come lui nella miseria più totale, in famiglie disastrate e finiti tutti a drogarsi, usando non solo la cannabis, ma droghe ben più pesanti e distruttive. Amici che ha abbandonato per non ricadere nell’oblio. Chi nasce in una città come Delhi senza far parte delle caste più agiate ha molto spesso un destino già scritto e pur avendo a disposizione molte strade per sopravvivere, si ritrova a fare i conti con un contesto che lo porta all’autodistruzione, anziché alla ricerca di se stesso, della propria anima e della propria evoluzione interiore. 

La ricerca di sé stessi e della propria anima è l’essenza del Buddismo ed è proprio questo il motivo per cui ho scelto di venire a Dharamsala, dove sono ora, che è il luogo scelto nel 1950 dal XIV Dalai Lama per rifugiarsi in esilio insieme a tutto il governo Tibetano dopo la rottura del patto con i Cinesi, che avevano invaso il Tibet molti anni prima. 

È curioso notare come nei viaggi fatti in questi ultimi anni mi sia capitato di incontrare persone con storie che sono risultate spesso essere molto affini alla meta che stavo per visitare o al percorso interiore che avevo deciso di seguire. Non so voi ma io ci vedo sempre dietro la mano del destino.

La conversazione tra me e il mio nuovo amico ha poi preso una più leggera, più adatta al tanto tempo che dovevamo trascorrere insieme e soprattutto meno defocalizzante dalla guida, che diventata sempre più impegnativa.

IL buio della notte era reso ancora più cupo dalla mancanza di illuminazione artificiale e le aree di sosta con le loro insegne luminose apparivano come oasi nel deserto.

Ci siamo fermati diverse volte, più del previsto, perché da metà tragitto in poi è scesa la nebbia, quella fitta che non consente di vedere nulla o quasi. 

Già così era spaventoso perché le condizioni del manto stradale sono pessime dappertutto in India, senza contare il fatto che è normale trovare pedoni, animali, biciclette e motorini che si avventurano nella notte in autostrada, ma con la nebbia e con lo stile di guida di Bahnu sembrava di essere sul set di un film horror con il presagio di un finale tutt’altro che lieto.

Sorpassi in tripla corsia, in curva, sono stati la costante fino all’arrivo e la fantasia di dormire ed arrivare riposato a destinazione mi è passata in fretta. Non cambiava nulla, direte voi, ma se dovevo schiattare su una strada Indiana volevo almeno godermi lo spettacolo.

Scherzi a parte, ritengo che nel modo incosciente di guidare in India, ci siano alcune logiche a noi Occidentali sconosciute e incomprensibili. L’uso del clacson, il modo di anticipare il sorpasso o di informare chi marcia nel senso opposto che deve rallentare per dare strada, sono tutti aspetti che da noi non funzionerebbero mai, ma che in India determinano un sistema di guida integralmente adottato dalla popolazione.

E poi, come ha detto giustamente Bahnu, quando ho esclamato in un paio di circostanze che avevamo sfiorato l’incidente o che non capivo come fosse possibile che una persona sana di mente si mettesse in autostrada con un motorino senza fanali e con una persona seduta sulla sella posteriore, in India nulla è nel sistema, tutto è un’eccezione ed è proprio questo il sistema.

Il famoso problem solving indiano di cui parlavo in un post di qualche giorno fa.

Alla fine ce l’abbiamo fatta e siamo giunti sani e salvi a Dharamsala alle 11 e 30 circa per poi dirigerci a Mcleod Ganj, qualche Km più su dove sorge, tra gli altri, il Dalai Lama Temple.

La vista dell’Himalaya ci ha accompagnato per gli ultimi 60Km rendendo incredibilmente suggestivo tutto il tratto di strada.

Stavo aspettando il momento dell’ingresso in paese dal giorno in cui ho lasciato l’Italia. Ho visto talmente tanti video di questa località che avrei potuto disegnarne una mappa accurata ancor prima di metterci dentro i piedi.

Eravamo esausti, per non dire sfiniti, ma abbiamo deciso di pranzare insieme prima di andare a riposare un paio d’ore.

L’hotel che mi aveva suggerito Agatha di Alice project, Om Hotel, è situato nella zona del mercato di Mcleod e ha una vista mozzafiato sulla vallata sottostante. Sotto la mia terrazza la foresta, piena zeppa di scimmie e pattugliata dalle Aquile che qui vivono in mezzo alla gente senza alcun timore. Una di loro è volata in picchiata davanti all’auto mentre stavamo parcheggiando per afferrare un topo.

Sono rimasto a bocca aperta qualche secondo mentre Bahnu rideva a crepapelle. Fa un certo effetto vedere da così vicino un rapace con un’apertura alare di due metri, credetemi.

Il ristorante dell’hotel si trova proprio sotto alla mia camera, in un’altra terrazza con la stessa vista e dal momento che il sole splendeva magnificamente ci è sembrato subito il posto ideale per pranzare.

Menu tibetano, con specialità mai sentite prima ma che ho iniziato da subito a cercare su google per leggerne le ricette e vedere qualche immagine. La scelta è ricaduta sulla Thukpa, una zuppa che può essere sia di carne che di verdure, con dei noodles fatti a mano molto simili ai nostri tagliolini.

Nessuna spezia invadente, al contrario della cucina indiana, solo qualche nota piccante.

Il sole picchiava talmente tanto che abbiamo iniziato a provare una sensazione di bruciore sul lato sinistro del corpo, quello esposto e abbiamo deciso di trasferirci all’ombra.

Sono bastati pochi minuti dopo aver terminato di mangiare, per capire che i nostri occhi non avevano più l’autonomia necessaria per rimanere aperti e siamo quindi andati a dormire.

Invece delle due ore che avevamo preventivato, ce ne sono volute tre perché ci rimettessimo in piedi un’altra volta e facessimo un veloce tour del mercatino composto unicamente da bancarelle di artigianato locale e prodotti tipici. Vabbè c’è anche qualche negozio che vende abiti falsificati, ma ormai chi ci fa più caso?!

Abbiamo deciso di cenare da Jimmys Italian Pizza e anche se mangiare la pizza sull’Himalaya sembra un sacrilegio, abbiate un po’ di comprensione e mettetevi nei miei panni, non si può mangiare specialità indiane per dieci giorni senza sentire la necessità di gustare del cibo che restituisca, almeno in parte, il ricordo dei sapori di casa.

Alle 21.30 ero sotto le coperte e ho dormito beatamente fino alle 8 di stamattina.

Termino questo racconto qui e pubblicherò a breve quello della giornata odierna così da rimettermi in pari.

A tra poco.

Condividi articolo

Articoli correlati