Il mondo non aspetta chi corre

Medellin, primo impatto

Partito da Madrid, con il suono delle risate di mio nipote ancora nelle orecchie…quelle provocate dal mio sconcerto nel vedere gli Human Pups, mi sono avvicinato al gate pensando al fatto che da qualche tempo a questa parte non avverto più quella sensazione di eccitazione e curiosità che si prova il giorno della partenza. Ho confessato ad Ale, mio nipote, che anzi stavolta mi sentivo quasi scarico e svogliato, ma con la certezza che non appena i piedi avessero toccato terra mi sarei catapultato istantaneamente in un’altra dimensione, o meglio una sensazione, quella del turista di lungo periodo.

Il volo, per quanto lungo – circa 10 ore – è passato in fretta. Come sempre avevo scaricato una collezione di film e serie TV e libri in modo da non temere la noia.

Medellín è la prima tappa del viaggio in cui trascorrerò almeno due o tre settimane, dove ho un contatto generato da Thomas, un amico che mi raggiungerà a metà ottobre.

Il contatto è José, un mio coetaneo che si guadagna da vivere come tassista/Uber non ufficiale e affittando camere nella casa della madre.

Quando esco dal ritiro bagagli, José è in prima fila ad aspettarmi e in pochi secondi ci riconosciamo tra la folla grazie ad una foto che ci siamo reciprocamente inviati prima della partenza.

Ho una fame terribile, in aereo hanno servito un solo pasto e per me, che avevo saltato la colazione, è stata dura. Quindi, la prima cosa che gli chiedo è: “portame a comer por favor”.

La casa è a 20 minuti dall’aeroporto e decidiamo di andare da Superchips, un piccolo chiosco di street food tipico che dista solo poche centinaia di metri da casa sua.

Ciò che vedo attraverso il finestrino oscurato della sua Ford è la città illuminata e credetemi è davvero suggestiva perché si sviluppa in una valle posta a 1500 metri sul livello del mare. Al centro, nel punto più basso c’è il centro dove sorge una distesa infinita di grattacieli, mentre ai lati sui pendii delle Ande si vedono abitazioni basse che da un lato sono ville private e dall’altro invece sono le comunas. Avrei voluto chiedergli di fermarci a guardare meglio tutto lo scenario, ma era tardi, ero stanco e avevo fame, quindi nessuna sosta e dritti verso la meta.

Dopo aver parcheggiato l’auto Jose mi fa preparare un piatto che ha un’aria tanto invitante quanto altamente calorica. Come direbbe il Gallo -amico bolognese di vecchia data- è perfetto per mandare il colesterolo in Champions League.

Patatine fritte, Chips, formaggio, carne di pollo e di manzo completamente ricoperte di salse a base di maionese in diverse variazioni.

Appena mi siedo a tavola lo aggredisco con la bramosia di un naufrago verso l’acqua dolce, ma per quanta fame avessi non riesco ad andare oltre la metà della porzione. Quello è stato il momento in cui ho preso contatto con le abitudini e soprattutto le difficoltà della gente del posto. Mentre mi dirigevo verso il bidone della spazzatura, per gettare gli avanzi, la mamma di José, che avevo conosciuto qualche minuto prima, mi ferma e mi dice che qui non si butta via nulla e che suo figlio sarà felice di mangiarlo il giorno dopo.

Mi sistemo nella camera a me destinata e sento che il Jet Lag ha ridotto le mie forze al minimo, quindi mi butto nel letto e sprofondo in un sonno beato, cullato dalla scrosciante pioggia notturna e dai movimenti goffi di Atos, il cane della famiglia che dorme in un patio che si trova oltre il muro della mia camera. È un Bulldog inglese buffissimo che si muove con una lentezza che farebbe impallidire un bradipo.

Il mattino seguente mi sveglio alle 5, pimpante come un galletto e desideroso di immergermi nella vita Paisa (così si chiamano gli abitanti della regione di Antioquia).

Aspetto le 7.30 per uscire dalla camera e quando entro in sala mi accorgo che la mamma di Jose mi sta già preparando la colazione.

È una signora di 65 anni, originaria della regione di Santander anche se vive a Medellin da ormai 30 anni. È una signora educata e che ha saputo mantenere il sorriso nonostante la vita sia stata tutt’altro che delicata nei suoi confronti. Ha perso il marito molti anni fa e ha cresciuto da sola 4 figli che sono ormai grandi e hanno preso tutti la loro strada, tranne Jose che dopo un matrimonio fallito alle spalle ha deciso di tornare a casa e vivere con lei, facendole -come lei stessa mi ha detto- il più bel regalo di sempre.

Mentre assaggio con curiosità il cibo che ho nel piatto facciamo un po’ di conversazione e in pochi minuti sento l’energia positiva che emana.

Le piace parlare di tutto e mi ascolta con stupore quando le racconto cosa faccio e come vivo; per qualche istante ho avuto la sensazione che facesse fatica a credermi. In ogni caso non posso non notare il modo premuroso e amorevole che contraddistingue il suo prendersi cura di me.

Medellin è conosciuta come la città dell’eterna primavera perché la temperatura è costante tutto l’anno: da 25 a 30 gradi.

Siamo all’Equatore e nonostante la temperatura sia apparentemente mite, il sole picchia forte durante le ore di luce.

Per il primo giorno decido di farmi portare in giro da Jose, che per 7€ l’ora è e sarà il mio autista personale. A lui piace moltissimo raccontarmi tutto ciò che incontriamo e vediamo e avverto dal tono della sua voce il desiderio di mostrare ad uno straniero quanto è meravigliosa la sua terra, per questo nelle sue parole percepisco un misto di emozione e orgoglio nazionale che mi conquista da subito.

Il tour dura 4 ore e mi consente di salire al Mirador (belvedere) che domina la città per poterla osservarla in tutto il suo splendore. Ci fermiamo a mangiare qualcosa ammirando il paesaggio e sento che la vista mi sta emozionando inaspettatamente. Voglio dire, non è successo molte volte finora che una vista, per quanto bella e sorprendente, mi coinvolgesse così tanto. Josè lo intuisce e mi dice, senza che io apra bocca: questo è l’effetto che fa a tutti quelli che vengono a Medellin. Adoro già questa città.

Il pomeriggio mi dedico alla sistemazione delle faccende iniziali tipo la sim card, individuare una palestra in cui potermi allenare un po’ durante la permanenza (dimagrire qui è impossibile, ma non posso far finta di niente se non voglio scollinare la soglia dell’obesità) e qualche acquisto necessario.

Sono contento di avere Josè a disposizione perché tra racconti letti su internet, commenti di amici quando hanno appreso che sarei andato in Colombia e anche un po’ di sana diffidenza iniziale, sono alquanto riluttante a muovermi da solo, almeno per questo inizio di viaggio. Oltretutto, avendo a disposizione quasi 3 mesi non ho nessuna fretta di esplorare tutto e subito. Giorno per giorno, seguendo il flusso, come sempre è la miglior strategia per divertirsi senza pensieri.

Le giornate in Colombia sono molto brevi, il sole sorge presto e tramonta ancor più in fretta e il buio cala completamente sulla città verso le 18.30.

C’è un coprifuoco non ufficiale alle 22, un orario che sancisce in qualche modo il limite orario oltre il quale è meglio essere già casa propria se si viaggia da soli.

Ieri mattina però volevo iniziare a vedere qualcosa in più del Barrio in cui alloggio ed è stata proprio Hortensia, la mamma di Josè, a creare il contesto perfetto. Lei è una donna dolce quanto il miele che mi ha trattato come un figlio fin dal momento in cui ho messo piede in casa. Mi coccola talmente tanto che il ieri e oggi non avevo nemmeno voglia di uscire a visitare la città da tanto stavo bene con lei.

Quando l’ho sentita dire al figlio che sarebbe dovuta andare in centro per delle commissioni mi sono avvinato e le ho chiesto: puedo ser su caballero por esta magnana Dona Hortensia? Lei si è messa a ridere, un po’ per come l’ho chiamata e un po’ perché mi sono definito il suo cavaliere e ha accettato volentieri la mia compagnia.

Mi piace relazionarmi a lei come se fosse una regina, anche se per loro è sicuramente un po’ insolito perchè lo status di cui godo, in quanto europeo, è superiore al loro. Fa parte della loro cultura, non è un fatto strano né speciale.

Così quando le parlo dandole del lei e chiamandola Dona Hortensia, si diverte e arrossisce un pochino.

Il centro città è un misto di degrado, ricchezza, arte e cultura che ho già visto altrove e che mi colpisce maledettamente ogni volta. Camminiamo tra la folla e a bordo strada ci sono persone che dormono per terra, letteralmente sulla strada o su marciapiedi luridi sui quali si deve camminare come in un campo minato, evitando di calpestare la gente. In una via in particolare tocco con mano la miseria in cui versano in molti. Un esercito di mendicanti che pregano per qualche spicciolo, prostitute di ogni età che tentano di adescare continuamente i passanti, soprattutto stranieri.

Evidente devo essermi mimetizzato bene, o forse la presenza di Dona Hortensia funge da lasciapassare perchè fortunatamente siamo lasciati liberi di transitare senza problemi.

Raggiungiamo la famosa Plaza Botero dove campeggiano le sue bellissime opere, delle statue in bronzo caratterizzate da uno stile tanto eccentrico quanto riconoscibile. Botero è un personaggio che ha un posto speciale nella cultura colombiana e le sue opere sono stupende. Qualche foto e poi rientriamo a casa.

Due cose che mi piacciono moltissimo di questo paese fino a questo momento sono: il cambio estremamente favorevole, che unito al bassissimo costo della vita fanno di ogni occidentale un finto ricco e le parole che si usano per ringraziare.

Al muchas gracias segue quasi sempre l’espressione “muy amable” a cui si risponde: con gusto, o con mucho gusto. Me encanta mucho! Giusto per usare un’altra espressione molto comune con cui comunicare il gradimento verso qualcuno o qualcosa.

Mi ritengo soddisfatto anche della comprensione dello spagnolo, che tutto sommato riesco a masticare discretamente, nonostante non l’abbia mai studiato o parlato. Sono certo che al rientro in Italia sarò in grado di fare conversazione senza fatica.

Per ora è tutto, hasta luego!

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