Il mondo non aspetta chi corre

Day 19 – L’arrivo

Poco prima di spegnere la luce per provare a dormire, John è entrato in cabina con il piumone in mano. Ha dovuto lasciare la cabina ospiti che aveva occupato dopo essere risultato positivo al Covid, perché Sophie ha iniziato a pulirle tutte. Entro qualche giorno ci saranno ospiti a bordo e devono quindi essere perfettamente pulite e riordinate come si conviene prima di ogni charter.

La prima cosa che ha fatto è stata accendere l’aria condizionata che per me è una sofferenza. Non posso farne a meno quando fa davvero caldo, ma la detesto quando la temperatura è accettabile, figuriamoci adesso che fa addirittura freddo. Lui invece la usa tipo gli Americani, sempre accesa e sempre a manetta.

Troviamo un compromesso impostandola a 21 gradi.

Dicevo che stavo per provare a dormire. Già, perché la sera prima dell’arrivo, anche nelle precedenti traversate, faccio veramente fatica a rilassarmi e lasciarmi andare. La voglia di arrivare in porto è talmente forte che il sonno svanisce nel nulla, lasciando il posto ad un più che comprensibile senso di impazienza ed eccitazione.

In ogni caso alla fine qualche ora l’ho dormita. Mi sono svegliato alle 3.45 quando è suonata la sua sveglia, è di guardia dalle 4 alle 8, e poi ancora alle 5.30 quando hanno acceso i motori, salpato l’ancora e siamo ripartiti.

Onda lunga, ma pochissimo vento.

Alla fine, dopo essermi rigirato nel letto un paio di volte ho deciso di alzarmi.

Niente frutta in frigo, quindi l’unica cosa che potevo e volevo fare era il brownies, anche perché l’avevo promesso a Sophie.

Visto che ieri sera in un momento d’ispirazione ho fatto l’impasto per la pizza in teglia, che mangeremo a pranzo assieme a salsicce e purè di patate (lasciate stare i commenti, l’accostamento fa venire i brividi anche a me), lo tiro fuori dal frigo e lo stendo sulla placca.

Lorenzo, Tom e Ben vanno e vengono dalla crew mess. Tom mi dice che viste le condizioni stiamo per accelerare un pochino in modo da essere in porto per le 12.30. Meglio così, penso tra me e me, significa che non devo cambiare l’orario del pranzo come avrei dovuto fare se fossimo arrivati alle 14.

Poco dopo arriva anche John, smontato dal suo turno, pronto ad andare a dormire di nuovo. Mi dice che in porto lo chef entra nei turni di guardia come il resto dell’equipaggio e che il fortunato per stanotte sono io. Lì per lì penso che avrei voluto uscire a bere una birra, ma il mio volo è alle 7.15 e devo essere in aeroporto alle 5 quindi con tutta probabilità lascerò la barca alle 4.30. Non sarei uscito in ogni caso e sono contento di dare a loro la possibilità di rilassarsi prima dei prossimi impegni. Hanno 3 sere libere prima dell’arrivo dell’armatore e dei suoi ospiti e dopo una stagione impegnativa ai Caraibi e una traversata tutt’altro che tranquilla come quella che stiamo per concludere, mi “sacrifico” più che volentieri.

A onor del vero non avrei comunque fatto nulla di particolare, come dicevo prima. Sia per questioni di tempo, dopotutto devo preparare la valigia e trovare il modo di incastrare tutti gli attrezzi da cucina in mezzo ai vestiti, sia perché da freelance quale sono, lasciare la barca è sempre un momento molto nostalgico. Si è vero, sono contento di tornare a casa, ma dopo più di 20 giorni a bordo, vivendo H24 a stretto contatto con altre 7 persone, il momento della partenza è di fatto un addio in piena regola. Ci sarà la possibilità di rivedersi, un giorno, da qualche parte in giro per il mondo, anche perché il nostro mondo, quello degli yachties, è più piccolo di quello di chi vive a terra e in un modo o nell’altro si finisce per incrociarsi ancora in un altro mare, o in un altro porto o in un altro bar per marinai davanti ad una birra e un panino.

Questa barca mi mancherà, ne sono certo. È stata un’altra importante esperienza personale e professionale che mi ha consentito di imparare moltissimo sia in cucina che sul ponte, dove non ho competenze specifiche come i miei colleghi. Lo chef a bordo di uno yacht non è quasi mai coinvolto nelle operazioni di navigazione o di ormeggio e questo è particolarmente vero per chi come me non ha una precedente esperienza marittima alle spalle.

Mi mancherai anche questa cucina, dove sono a mio agio e dove ho ormai imparato ad usare egregiamente tutte le attrezzature a disposizione, dopo averla cucita su misura alle mie necessità e al mio stile di lavoro.

Mancheranno ovviamente le persone, tutte, con le quali sento di aver creato un rapporto sincero e profondo che solo in barca può essere generato in tempi così brevi.

Non avrò tempo di sentire invece la mancanza del mare perché a breve sarò a bordo di un’altra barca, in un altro mare e per un altro viaggio, con persone diverse e in una cucina diversa.

La noia e la monotonia sono lontane anni luce dalla mia quotidianità, così come lo è la zona di comfort dalla quale cerco di tenermi alla larga, anche se succede di ricaderci dentro ogni tanto.

Nell’”osservare” il mio attuale stato d’animo e nell’immaginare il prossimo futuro percepisco di sentirmi “pronto”, ancora una volta, e via via che il tempo passa capisco che quelle piccole paure, dubbi o incertezze che avevo in passato, si fanno sempre più piccole e sempre più silenti. Ogni mattoncino posato sul precedente accresce la sicurezza nelle mie capacità e la fiducia nel destino. Di una cosa sono sempre stato sicuro, anche nei momenti più difficili, con un atteggiamento positivo e con la forza di volontà si può davvero fare quasi ogni cosa. Potrei volgere lo sguardo indietro per trovare conferme a questa affermazione ma preferisco rivolgerlo in avanti, perché è quella direzione che voglio mantenere e spero che mi porti il più lontano possibile, dove non sono ancora stato, dove non ho riferimenti certi e dove penso di poter crescere in modi che ancora non conosco ma che, di certo, mi renderanno più “ricco” nell’anima e nello spirito.

È stata una bella esperienza anche cercare di rendervi partecipi giorno per giorno, anche se non è sempre stato facile raccontare e raccontarmi. A volte c’è voluto un po’ di impegno mentale che in alcuni momenti ha richiesto uno sforzo maggiore di altri.

Penso di essere riuscito a trasferirvi una parte delle emozioni che ho provato, delle routine di bordo, della vita che si vive in un contesto così diverso da quello a cui la maggior parte di noi è abituata. Di sicuro molto di tutto questo è rimasto inespresso, per mancanza di parole perché a volte non ci sono parole adeguate a descrivere ciò che viviamo e anche perché ci sono momenti che è giusto tenere per sé.

Mi è piaciuto portarvi un po’ dentro al mio mondo perché è stato un po’ come uscirne per entrare nel vostro e mi ha aiutato molto a vincere i pochi momenti di noia oltreché a tenere il contatto con la realtà di terra.

Ringrazio singolarmente ognuno di voi per i tanti messaggi di supporto, per le vostre parole di affetto e anche solo per aver dedicato qualche minuto delle vostre giornate per leggere post più lunghi di quelli che siamo abituati a leggere sui social.

Dalla crew mess, dove mi trovo in questo momento, sento che sul ponte si stanno preparando alle manovre vere, quelle che precedono l’ingresso nella marina e l’ormeggio.

Matteo esce dalla sua cabina e viene a prendersi una radio per raggiungere gli altri, mi guarda e mi dice: ti rubo la tua perché la mia non è ancora carica. Fai pure amico, non credo mi servirà.

Mi affaccio un secondo all’oblò e si, ci siamo davvero, vedo le case e i palazzi della città, penso che sia Cala Major dove sono stato lo scorso anno, in lontananza La Cathedral e il centro storico di Palma.

Salgo su a godermi l’entrata in porto.

La traversata è davvero finita, finalmente si tocca terra.

I’ll see you all on the other side e buon vento, sempre al lasco.

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