Il mondo non aspetta chi corre

Erano passati pochi giorni da quando avevo incontrato Sylvain e nel frattempo, grazie a Rimmer avevo trovato e accettato un lavoro a bordo di un grande yacht a motore. Si trattava di quello che viene definito un Expedition Yacht, molto diverso dai classici yacht a cui mi ero ormai abituato. Sono barche, navi, costruite e pensate per solcare i mari più estremi, come il Baltico, il Mare del Nord, il Circolo Polare, il tipo di yacht che viene utilizzato per fare le grandi spedizioni di ricerca scientifica. Sono mastodontici e imponenti, credo per via della prua alta e “affilata” che serve appunto ad affrontare anche i ghiacci del Polo Nord all’occorrenza. Lo yacht si chiamava Legend, un nome che incuteva rispetto e ammirazione, anche se meritava ben poca sia dell’uno che dell’altra dato che era in pessime condizioni generali. Era un’imbarcazione piuttosto datata, recentemente acquistata da un noto miliardario statunitense con l’intento di rimetterla in sesto e destinarla a charter estremamente costosi e lussuosi che peraltro, anche in quelle condizioni, già stava facendo. Ricordo di essere rimasto scioccato quando ho scoperto che il costo di una settimana a bordo si aggirava attorno ai 750.000$ e che il numero massimo di ospiti era di 14 persone mentre era gestito da 18 persone di equipaggio. Nel mondo c’è gente che muore di fame e gente che spende quasi 1 milione di dollari per una vacanza di una settimana, confesso di aver provato un senso di nausea, ma stavo lavorando e anche duramente quindi ben presto mi ritrovai immerso in una routine quotidiana che non lasciava spazio a moralismi e riflessioni profonde (😔).

A bordo di Legend ho conosciuto persone magnifiche con łe quali ancora oggi sono in contatto e con i quali ho fatto lavori che non avrei mai immaginato di fare. Abbiamo sverniciato, carteggiato, dipinto e lucidato tutti i corrimani della nave (87 metri) su tutti e 3 i ponti. Il caldo, il sole cocente, l’afa e il termosoffiatore che usavamo per sverniciare mi portavano a bere fino a 4 litri di acqua al giorno. Faticoso, ma molto stimolante ed era tutta esperienza che si sommava al resto delle cose imparate nel corso dei 4 mesi precedenti.

Il 12 aprile, subito dopo essere sbarcato da Legend, Sylvain mi offrì di trasferirmi a bordo di Araok, questo il nome del catamarano da lui comandato, in vista della partenza dei giorni successivi. Purtroppo appena salito a bordo parlammo del meteo e con una certa delusione appresi che il vento non accennava minimamente a salire, costringendoci quindi a rimandare la partenza. Utilizzammo i giorni successivi per divertirci tutti assieme, per me fu un modo per prendere confidenza con la cucina e con i gusti dei miei compagni/colleghi. È stato un bene perchè questo ci ha consentito di fare amicizia, conoscerci meglio e gettare le basi per diventare l’equipaggio che saremmo diventati.nelle settimane a seguire. Il 20 di aprile ci spostammo a Saint Barthèlemy, non molto distante da Sxm, per assistere alla premiazione di una regata che si era appena conclusa. Restammo alla fonda a Saint Barth per 3 giorni e nel pomeriggio del 23 aprile rientrammo nuovamente a Sxm in attesa che l’Atlantico ci desse buone notizie. A Sxm in pochi giorni si erano svuotate le marine e sul molo di Palapa eravamo rimasti noi e altre 2 o 3 barche. La barca a fianco alla nostra, un catamarano molto più grande del nostro, era comandato da un signore francese di nome Pascal (nella foto), con il quale qualche sera dopo cenammo tutti assieme sulla banchina. Avevo voglia di risotto, erano mesi che non lo mangiavo e facendo la spesa al Carrefour di Philipsburg trovai dei porcini secchi che mi diedero la possibilità di cucinarlo. Carne alla griglia, verdure miste e tanto vino rosso, sembrava di essere in Italia.

Pascal, che all’apparenza sembrava una persona comune e che aveva modi davvero semplici e umili di rapportarsi con tutti noi, era in realtà un’autentica leggenda del mare. Lui si è guardato bene dal dircelo e io l’ho scoperto solo il giorno dopo, incuriosito dai suoi racconti di mare sono andato a cercare il suo nome su Google. Quella sera, io, Matt, Kevin e Sylvain siamo rimasti a parlare con lui fino alle 3 del mattino. Ci raccontava di come la navigazione fosse cambiata radicalmente rispetto a quando aveva iniziato ad andare per mare, da ragazzino. Parlava del fatto che le moderne strumentazioni di bordo consentono di navigare comodamente anche ad un pivellino senza esperienza e del fatto che i problemi oggi nascono proprio quando la tecnologia va in tilt. Sosteneva, romanticamente, che le barche moderne assomigliano più a dei salotti che a dei mezzi di trasporto come li intendeva lui. L’espressione del suo volto, le rughe ai lati degli occhi, il ritmo e la lentezza dei suoi racconti, il saper prendere fiato tra una pausa e l’altra mi dicevano tantissimo del suo animo avventuriero e delle migliaia di vite che aveva vissuto tra le onde di tanti mari, spostandosi da un continente all’altro, guidato solo ed esclusivamente dal vento e dalla passione. Pascal ha attraversato l’Atlantico 35 volte, lo voglio scrivere di nuovo: 35 volte! Era nell’equipaggio di Groupama che ha stabilito il record di traversata a vela nel 2007 (4 giorni e poche ore) e nonostante il record sia stato battuto nel 2009, rappresenta tutt’ora il secondo miglior tempo di sempre. Mentre questo semi-Dio ci raccontava di come durante la sua prima traversata si fosse orientato unicamente con le stelle, o della bevuta che gli aveva offerto Soldini due mesi prima nell’isola di Antigua, come tributo perché aveva battuto di 4 giorni il record di Pascal sulla Rotta della Tè (da Hong Kong a Londra), io lo guardavo a bocca aperta, trattenendo il respiro, con gli occhi sbarrati per non perdere neanche un frame di quei racconti. Toccare con mano la passione di un uomo che ha sposato il mare e che non saprebbe come sopravvivere sulla terra ferma per più di qualche giorno, mi ha fatto provare la pelle d’oca per diverse ore e tutt’ora scrivendo questo breve racconto sento un brivido che corre lungo la schiena dal basso verso l’alto fino alla nuca. L’ultima immagine che conservo di Sxm è una cartolina in cui sono presenti il volto di Pascal e l’ultimo brindisi con Matt.

Il giorno dopo, stanchi di aspettare, abbiamo deciso di salpare alla volta di Tintamarre, un piccolo isolotto vicino a Sxm, che affaccia sull’Atlantico. Era un po’ come mettersi ai blocchi di partenza. Trascorremmo lì la nostra ultima notte in rada, nella speranza che ai giorni di vento che sapevamo di trovare (circa una settimana) si aggiungessero altre correnti e che quindi il vento rimanesse costante anche nel tratto successivo, così da consentirci di navigare in scioltezza fino alle Azzorre, dove contavamo di arrivare 15/16 giorni dopo la nostra partenza.

La mattina dopo, il 26 aprile, dopo aver fatto colazione e aver scaricato le previsioni meteo decidemmo di prenderci un piccolo rischio e di levare le ancore. Dedicammo le due ore successive al safety briefing: posizionamento dei dispositivi di sicurezza, manovre di emergenza, segnali di allarme, definizione dei compiti e delle coppie in caso di abbandono nave. Tutte cose già studiate al corso base di sicurezza, ma che in quel contesto non erano lezioni scolastiche, quella era vita vera.

Eravamo carichi come molle, dire eccitati non rende l’idea perché eravamo letteralmente galvanizzati. Stavamo per lasciare i Caraibi e avevamo davanti un panorama che umanamente nessuno vorrebbe mai salutare, ma ciò che ci aspettava era ancora più bello e affascinante. Mentre il vento cominciava a gonfiare la randa facendo spostare di poco la barca, guardando Sxm dalla poppa di Araok, vedemmo una balena in lontananza saltare fuori dall’acqua e compiere un salto altissimo, che a me è sembrato un saluto simbolico. Era come un arrivederci e dentro di me l’ho ricambiato istintivamente con un sorriso e una lacrima. Le onde cominciavano a farci dondolare dolcemente, ci eravamo avviati! Il vento aumentava sempre di più, dando velocità costante alla nostra andatura e dopo qualche ora le isole che avevamo lasciato alle nostre spalle erano ormai scomparse all’orizzonte. Avevamo preso il largo, l’Oceano era diventata ufficialmente la nostra nuova casa e lo sarebbe stato per un bel po’…

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