Navigare a motore su di una barca a vela è davvero brutto. Innanzitutto il rumore che impedisce di godersi l’armonia dell’ambiente e poi per la consapevolezza di usare un mezzo che inquina al posto della prolusione a impatto zero generata dal vento. Sembra di essere su di un trattore Landini degli anni 60, non c’è né magia né divertimento.
Per nostra fortuna questa tortura durò solo pochi giorni e verso il dodicesimo giorno raggiungemmo quello che Sylvain definì metaforicamente “il corridoio delle Azzorre”. Si tratta di una linea immaginaria nella quale si incontrano due correnti Atlantiche, una di aria calda e l’altra di aria fredda. Lo scambio termico tra le correnti genera il vento. Grazie a questa spinta naturale abbiamo potuto spegnere il motore e veleggiare a ritmo costante per i giorni successivi. Ci stavamo avvicinando di gran carriera alla nostra prima tappa e la stavamo aspettando con impazienza per diversi motivi. In primis per la birra che desideravamo più di ogni altra cosa perché a bordo non c’erano alcolici; su questo Sylvain era stato categorico e mi aveva imposto il divieto di acquisto. Lui non è per niente astemio, anzi, però durante la traversata non voleva che ci fossero tentazioni che avrebbero potuto compromettere la nostra lucidità. In secondo luogo sapevamo che in prossimità delle Azzorre saremmo passati attraverso una zona di sosta delle balene, famosa per via del fatto che la scelgono per riprodursi. Dopo aver visto animali e pesci di vario genere, le balene erano decisamente un tassello mancante. Per questi motivi ognuno di noi guardava continuamente il computer di bordo. Le miglia percorse, le miglia mancanti, la rotta originaria e la rotta realmente tenuta. Fu così che la mattina del 13esimo giorno mentre stavamo chiacchierando tutti assieme sul flybridge, in un momento di silenzio udimmo lo sfiato di una balena che stava nuotando proprio accanto a noi. Per i più deboli di cuore è un’esperienza sconsigliata. Il rumore è forte e improvviso e la sagoma che si intravede a pelo d’acqua fa capire immediatamente che il suo corpo è decisamente più grande dell’imbarcazione. Ci vuole molta calma e molta serenità d’animo per non farsi prendere da un minimo di panico. Nessuno di noi è riuscito a fotografarle perché, al contrario dei delfini, le balene riemergono solo qualche istante per riprendere fiato e poi si inabissano di nuovo per andare a trovare cibo.
Nel frattempo avevo letto la metà dei libri che avevo scaricato sul tablet prima di partire e stavo già pensando a quali avrei scaricato alle Azzorre per affrontare la seconda parte del viaggio.
La mattina successiva, 14 giorni esatti dopo aver lasciato i Caraibi, io e Baptiste alle prime luci del giorno avvistammo all’orizzonte il profilo delle isole più piccole dell’arcipelago. Il sole tingeva tutto di arancione e metteva in contrasto il profilo delle montagne più alte creando uno scenario suggestivo che mi fece immaginare cosa potessero aver provato Colombo e il suo equipaggio quando, di ritorno dal nuovo mondo, si resero conto di avercela fatta. Vedere terra dopo tanti giorni in mare è stato bellissimo. Ci volle tutta la giornata per arrivare in porto perché a sole 20 miglia dall’arrivo ci imbattemmo in raffiche di vento che soffiavano a 45 nodi e onde di 3 metri. La peggiore condizione di mare che abbiamo incontrato durante tutta la traversata.
Ci sono volute altre 6 ore per raggiungere l’entrata del porto e quando siamo scesi a terra eravamo affamati e assetati. Ci fiondammo di corsa al bar per pranzare, correndo sotto un autentico diluvio.
In quel bar ho bevuto le prime due birre da mezzo con la velocità con cui bevi l’acqua ghiacciata dopo aver fatto una corsa sotto il sole estivo. Da lì in poi i ricordi sono piuttosto annebbiati ma ricordo che abbiamo riso e scherzato per tutto il tempo con le persone che avevamo attorno che, com’è facile intuire, erano equipaggi di altre imbarcazioni in transito.
La nostra sosta durò 3 giorni. Il primo giorno filò via abbastanza in fretta perché ci occupammo di rifornire la barca, fare provisioning (io e Kevin abbiamo riempito 6 carrelli della spesa) e lavare e pulire tutto in modo da ripartire nelle migliori condizioni. Il secondo giorno a causa del maltempo fu una sorta di riposo forzato di cui tutti avevamo bisogno. Il terzo giorno, finalmente, uscì il sole e visto che avevamo fatto bene tutti i compiti potevamo visitare l’isola, guidati da Sylvain che la conosce molto bene. È stata una giornata che ci ha permesso di scoprire la natura incontaminata delle Azzorre. Prati interminabili, vulcani, montagne e colline, villaggi di pescatori che sembrano usciti da una fiaba per bambini, paesaggi incantati che sembrano non appartenere a questo mondo. Le Azzorre sono entrate di diritto tra i 5 posti più belli che abbia mai visitato e andarsene da lì è stato quasi spiacevole.
La mattina del 18esimo giorno ci siamo rimessi in navigazione verso lo stretto di Gibilterra, la nostra tappa successiva. Per coprire la distanza tra Horta a Gibilterra serve circa una settimana di navigazione. La temperatura, che era già scesa parecchio nelle settimane precedenti, da lì in poi scese in modo significativo e la percezione era che fosse proprio inverno. Ricorderete anche voi maggio 2019, con la pioggia e il freddo che si sono protratti fino a giugno. In quei 7 giorni abbiamo tirato fuori tutto il guardaroba invernale che avevamo a disposizione e che era abbastanza scarno dal momento che venivamo tutti da mesi di vita Caraibica, ma vestendoci a strati siamo riusciti a compensare il freddo che avvolgeva tutto. Dal canto mio ero stato piuttosto previdente e mi ero portato dietro un giaccone pesante che a Sxm ho maledetto più volte perché occupava un sacco di spazio nel borsone e non serviva a nulla con 40 gradi, ma da quel momento in poi è stato la mia salvezza. In barca non c’è il riscaldamento come a casa, quindi quell’abbigliamento pesante era valido sia di giorno che di notte, anzi soprattutto di notte.
Le mia routine di bordo aveva ormai preso forma, avevo i miei tempi e le mie cose da fare e facevo di tutto per tenermi impegnato produttivamente. Pensavo a cosa cucinare al pasto successivo, scongelavo carne e pesce e preparavo tutto l’occorrente in diversi momenti della giornata, così da non dover rimanere troppo a lungo in cucina.
Tra i libri che leggevo molti erano in qualche modo collegati all’esperienza che stavo facendo. Uno di questi era sul clima, uno sui venti e le correnti, uno sulla storia della navigazione e così via. Più leggevo e più volevo raggiungere Gibilterra, attraversare le leggendarie Colonne d’Ercole ed entrare nel Mediterraneo, il mondo antico. Ci arrivammo la sera del settimo giorno, in orario come un treno svizzero. Alla 21, dopo aver cenato tutti assieme, Sylvain fece il punto della situazione.
Entrare a Gibilterra non è semplicemente attraversare un normale tratto di mare, è un momento molto delicato che va gestito con cautela, attenzione ed estrema professionalità. È un collo di bottiglia naturale nel quale si concentra una quantità inimmaginabile di barche e navi di ogni grandezza e tipologia. Guardando il radar si ha l’impressione di osservare un immenso campo minato. Ogni singolo puntino sullo schermo è un’imbarcazione e i puntini sono centinaia. Rotte che si sovrappongono l’una all’altra per tutta la durata del transito e dal momento che nella maggior parte dei casi quei puntini corrispondono a delle superpetroliere da almeno 300.000 tonnellate è molto saggio stare attenti a non entrare in rotta di collisione con una di esse. Ironia a parte, Sylvain mi raccontò che capita, per fortuna raramente, che le superpetroliere entrino in porto con una barca a vela incastrata sulla loro prua. Sono talmente grandi e rumorose che non si accorgono nemmeno dell’impatto e quando arrivano in porto vengono avvisate dalla capitaneria del fatto che appunto bisogna prestare soccorso ai superstiti, se ce ne sono. Quella notte ci informò che oltre alle due persone di guardia, lui avrebbe monitorato la situazione dal ponte di comando, impartendo indicazioni precise sulle variazioni di rotta e le manovre da compiere per tutto il tempo necessario ad uscire dallo stretto.
Io me ne stavo li con lui a leggere e chiacchierare quando verso le 2 di notte sentimmo che Baptiste scendeva di corsa gli scalini del flybridge e con voce allarmata disse a Sylvain che dall’alto aveva visto qualcosa in mare, molto vicino a noi. Sylvain invertì immediatamente la rotta e dopo pochi minuti, grazie alle torcie che avevamo a bordo, scorgemmo in acqua una sagoma che non riuscimmo subito a definire. Ci è voluto un po’ per capire di cosa si trattasse e quando finalmente eravamo abbastanza vicini da capirlo rimanemmo tutti pietrificati.
Lo stretto di Gibilterra è “largo” 14 Km (poco più di 7 miglia nautiche) nel punto in cui le coste della Spagna e del Marocco sono più vicine. Noi eravamo a circa 6 Km dalla costa spagnola, lungo la quale avremmo navigato costeggiandola per il resto del viaggio e fino a raggiungere Barcellona dove io sarei sbarcato.
Quella sagoma avvistata da Baptiste, che adesso stavamo abbordando, era una canoa in tessuto tecnico, non sono un’esperto quindi la descrivo così. A bordo c’erano 3 ragazzi giovanissimi di origine marocchina. Erano vestiti con una maglietta a maniche corte, dei costumi da bagno tipo i boxer lunghi da surfista ed erano scalzi. Stavano pagaiando da ore e ore ed erano stremati. Avevano i minuti contati, non le ore. Si trovavano a metà strada tra la vita e la morte, ma forse sarebbe più preciso dire che erano già ben oltre il confine tra l’una e l’altra. In circa 10 ore avevano percorso 8 km e non avevano alcuna speranza o possibilità di raggiungere vivi la costa spagnola. Non solo per il rischio concreto di finire sotto ad un’imbarcazione, piccola o grande che fosse, ma anche e soprattutto per lo stato fisico in cui si trovavano. Li facemmo salire a bordo in fretta e furia, Sylvain apri immediatamente il borsone del primo soccorso e tirò fuori 3 coperte termiche. Io mi precipitai in cucina, accesi il bollitore e preparai un tè caldo. Alle Azzorre avevo comprato della cioccolata e dei biscotti e non appena l’acqua iniziò a bollire tornai sul ponte di poppa per dare le tazze ai quei tre ragazzi. Non parlavano, non riuscivamo nemmeno a rimanere fermi perché il tremore li faceva saltare sul divanetto di poppa e gli rendeva impossibile anche tenere in mano la tazza calda. Avevano tutti e tre le labbra di un colore simile all’inchiostro di una penna. Non so se vi è mai capitato da bambini di aprire una Bic e svuotarne la cannuccia. L’inchiostro ha quel colore blu così intenso da prendere delle sfumature di viola. Le loro labbra erano esattamente di quel colore e ricordavo precisamente che al corso di base di sicurezza in mare l’istruttore aveva insistito parecchio nello spiegarci i segnali con cui riconoscere l’ipotermia. Uno di loro aveva perso la sensibilità ad un piede. Lui non se ne era reso conto ma io, che lo guardavo attentamente, notai che aveva urtato pesantemente la base del paletto di metallo che sosteneva il tavolo a cui si era appoggiato. Non c’avrei prestato attenzione se non fosse successa anche a me la stessa cosa qualche giorno prima. Ricordo di aver smadonnato per due ore a cause del dolore incommensurabile che mi aveva provocato. Lui non se ne accorse nemmeno e dal momento che anche Sylvain aveva capito che era il più malridotto lo prese e lo portò nella sua cabina per metterlo sotto la doccia e riportare dolcemente, con acqua tiepida, la sua temperatura corporea ad un livello di sicurezza. Subito dopo aver gestito l’emergenza e soprattutto dopo che avevamo smaltito almeno un po’ le scariche di adrenalina, avvisammo via radio la Guardia Costiera Spagnola che peraltro, essendo stata allertata da altre imbarcazioni in transito, era già alla ricerca dei ragazzi.
La motovedetta Spagnola raggiunse la nostra posizione due ore dopo aver dato l’allarme. Ci affiancò e dopo una manovra non proprio facilissima a cause delle acque sempre agitate dello stretto, caricarono a bordo i ragazzi per portarli in salvo, in Spagna, assieme ad altre persone che avevano recuperato nelle ore precedenti. L’età massima di tutti e sei non arrivava a 25 anni. Mentre stavamo prestando loro soccorso, in attesa della Guardia Costiera, il loro unico pensiero era di non essere riportati in Marocco. Uno di loro ci disse chiaramente che se li avessero riportati indietro si sarebbe buttato in acqua e si sarebbe lasciato morire lì dov’era, senza la minima esitazione.
Prima di salutarli uno di loro tiro fuori un pacchettino da uno zainetto in cui aveva anche un paio di ciabatte. Non riuscii a capire subito cosa fosse fin quando non tolse l’elastico che lo avvolgeva. Era un preservativo all’interno del quale c’era un cellulare. Sembrava un Samsung Ace, un modello di qualche anno fa. Me lo mise in mano e mi chiese di scattare un selfie tutti assieme. Ci ringraziarono e due loro non riuscirono a trattenere le lacrime.
Ci rimettemmo in marcia subito dopo aver sciolto le cime dalle bitte ma eravamo tutti molto scossi dall’accaduto. Non parlava nessuno e cercavamo di mantenere lo sguardo fisso da qualche parte o di tenerci occupati facendo qualcosa che in realtà non aveva alcuna credibilità apparente. Stavamo semplicemente metabolizzando una miriade di emozioni e stati d’animo che sarebbero svaniti solo dopo diverse ore. Non so cosa passasse esattamente per la testa dei miei compagni ma so perfettamente quali erano i pensieri che affollavano la mia. Ero mortificato, provavo vergogna di me stesso per aver diffidato di quei ragazzi mentre li stavamo traendo in salvo. Nei minuti intercorsi tra l’avvistamento e il soccorso ricordo di aver provato paura e diffidenza. Non so per quale motivo, forse perché per tutta la traversata avevamo sempre parlato e pensato ai pericoli da evitare, ma in quel momento avevo il sospetto che fossero malviventi che avevano architettato un’espediente per assalire l’imbarcazione e per derubarci. Ovviamente non mi ci era voluto molto per capire che mi sbagliavo, ma a posteriori questa cosa mi fece stare male e mi fece passare completamente il sonno. Alle 5 del mattino io e Sylvain eravamo svegli come gazzelle, nessuno dei due aveva dormito un solo minuto e avvistammo un gruppo di delfini che si erano messi a saltare fuori dall’acqua proprio davanti a noi. Erano tantissimi, più di quanti ne avessimo incontrati in tutta la traversata. Gibilterra è conosciuta come il Dolphins Pod perché è un posto in cui se ne concentrano davvero tanti. Uscimmo subito fuori, andammo a prua e restammo li, incantati ad osservare quello spettacolo meraviglioso. Saltavano e “cantavano” ininterrottamente, compivano mirabolanti evoluzioni in acqua e in aria con la stessa grazia che si avverte nelle esibizioni di danza classica. Intendo quei movimenti che sembrano essere compiuti con una tale fluidità da renderli così naturali che sembrano privi di sforzo. Alzai gli occhi per un secondo e mi accorsi che il sole stava nascendo proprio attorno a noi. Quella luce inconfondibile, che adoro così tanto, creava un panorama magnifico, talmente bello che tutte le parole del vocabolario non saranno mai sufficienti a descriverlo esattamente.
Saremmo rimasti così, ipnotizzati, per delle ore se non fosse stato per il rumore assordante della sirena di una petroliera che si stava pericolosamente avvicinando a noi e che ci avvisava di cambiare rotta velocemente.
Ci catapultammo sul ponte per virare bruscamente e subito dopo, guardandoci negli occhi, scoppiammo a ridere entrambi. Quella è stata senza dubbio la risata più liberatoria della mia intera esistenza.


