Il mondo non aspetta chi corre

Quanto sei bella Jaipur!

Ci sono giornate che restano impresse nella memoria molto più di altre, questa, a Jaipur, è decisamente una di quelle che restano!

Per come sono fatto si tratta di momenti particolarmente emozionanti, di persone che mi hanno colpito profondamente e che hanno lasciato un segno indelebile tra i ricordi che mi porto a casa.

Oggi, di momenti così, ce ne sono stati talmente tanti che voglio scriverli immediatamente per cementarli per sempre.

È cominciato tutto stamattina, alle 7.30 quando sono sceso a fare colazione in hotel e ho trovato la sala già piena di ospiti in attesa che venisse servito il buffet. Gli unici stranieri eravamo io e una signora di lingua russa con la figlia, il resto dei presenti, circa una trentina, erano tutti Indiani in vacanza a Jaipur.

Nessuno si è seduto al tavolo sino a quando è arrivato il primo cameriere, nessuno ha cercato di accaparrarsi il posto in prima fila o il tavolo migliore. Tutti, dal primo all’ultimo, erano in attesa e conversavano amabilmente. Un gruppo di signore che avevo visto ieri sera a cena (ero seduto in un tavolo adiacente al loro), mi hanno dapprima sorriso e poi salutato, come se mi conoscessero. Non sapevo bene come comportarmi, se guardarle negli occhi, se ricambiare il saluto avvicinandomi e magari scambiando due parole, insomma la cultura Indiana è così diversa dalla nostra che mi chiedo sempre se un gesto possa risultare inappropriato o addirittura offensivo, quindi per non sbagliare sto un po’ sulle mie, almeno all’inizio. Loro invece, dopo un veloce contatto visivo, hanno continuato a parlare di me e credo dipenda dal fatto che noi europei suscitiamo un certo fascino negli Indiani, uomini e donne sia chiaro.

Quando è arrivato il momento di iniziare a servirsi ho notato una cosa che mi è piaciuta moltissimo: gli uomini in sala hanno atteso fino a quando tutte le signore non si erano messe in fila per prime davanti al buffet. Senza scenate del tipo: no, guarda che c’ero prima io! Con la calma che dovremmo avere tutti, con la serenità di chi essendo in vacanza vuole godersi la vita senza drammi e senza affanni. In ogni caso, nella loro arretratezza, palese in molti aspetti della vita quotidiana, gli Indiani che ho incontrato sino ad ora si sono dimostrati educati, rispettosi e molto cordiali.

Io ho atteso il mio turno ed essendo entrato per ultimo in sala sono anche stato l’ultimo a servirsi.

Il buffet della colazione indiana non si sposa molto con le nostre abitudini, il riso al curry al mattino non mi faceva certo voglia così come altre pietanze, quindi ho chiesto al cameriere se poteva farmi preparare due uova fritte e a seguire pane burro e marmellata, perché una colazione che non termina con una cosa dolce non è una colazione degna di questo nome, io la vedo così.

Ho preso posto ad un tavolo dove c’erano due coppie e mi sono seduto proprio in mezzo a loro. Quando hanno visto che mi stavo avvicinando a loro, una delle due signore mi ha accolto con un sorriso e non appena ne ha avuto l’occasione ha rotto il ghiaccio chiedendomi da dove venissi. Da quel momento in poi abbiamo iniziato una conversazione a cinque in cui mi sono sentito a mio agio e in seguito divertito dalle loro espressioni quando mi hanno visto mangiare qualcosa di dolce anziché le loro specialità speziate.

Erano tutti turisti del sud dell’India, venivano dalla regione di Kerala e avevano acquistato un pacchetto vacanze di cinque giorni. Hanno viaggiato in treno per oltre ventiquattro ore per arrivare sin qui, una fatica che da sola farebbe desistere ognuno di noi e che per loro invece rappresenta la normalità.

La signora che mi ha sorriso all’inizio è stata la più attiva nella conversazione e suo marito ha voluto che ci scattassimo un selfie e ci scambiassimo i numeri di telefono.

I loro occhi, il loro viso sereno e l’affetto che mi hanno dimostrato mi hanno fatto sentire bene in un modo semplice e genuino e quando ci siamo salutati mi è quasi dispiaciuto non aver avuto modo di prolungare quella sensazione.

Sono quindi tornato in camera per preparami, Yado mi sarebbe venuto a prendere mezz’ora dopo e non avendo grandi cose da fare ho finito per essere pronto in meno di quindici minuti.

Sono uscito nel terrazzino del mio piano, quello che affaccia sulla strada principale davanti all’entrata dell’albergo. Il traffico e i suoi rumori erano già cominciati da un po’, una mucca solitaria si era messa di traverso in mezzo alla strada e c’è voluto un po’ prima che decidesse di portarsi a bordo strada. Quando finalmente si è decisa e si è fermata proprio davanti al terrazzino in cui mi trovavo, ho notato che sotto di me c’era un bambino, direi attorno ai dieci anni, il cui aspetto era inconfondibilmente quello di un senzatetto e senza famiglia. I vestiti consumati e sporchi, i capelli crespi e impolverati, gli occhi tristi, anzi tristissimi, ma con un sorriso che generava compassione e comprensione. Aveva deciso di mettersi davanti alla porta dell’hotel per attendere i turisti in uscita e implorare per qualche spicciolo.

Fumavo la mia sigaretta, guardavo questa scena e c’ho messo un po’ prima di decidere cosa fare. Voglio dire che aiutare chi ha bisogno è un istinto che controllo a fatica, non farlo mi fa sentire male e anche se non do soldi a chiunque li chieda, soprattutto in Italia, qui basta davvero poco per cambiare la giornata se non la settimana di una persona. Tanto per capirci, lo stipendio di Yado da autista freelance è pari a 9000 Rupìe, l’equivalente di 102 euro. Capite bene quindi, che dare due o tre euro a quel bambino sarebbe stato sufficiente a farlo stare bene per qualche giorno almeno.

Lui non si è subito accorto di me, il suo sguardo era rivolto al piano terra, ma quando ha notato che li su qualcuno si stava muovendo ha cercato di attirare la mia attenzione in tutti i modi. Ha portato le mani giunte al petto, come in preghiera, mi ha sorriso di nuovo e ha detto qualcosa che non ho ovviamente né udito né compreso.

In quel momento è arrivato Yado che ha parcheggiato la sua auto proprio a fianco al bimbo. L’ho chiamato dal balcone e lui c’ha messo molto più del bimbo per accorgersi che ero lì, al mattino l’autista ha i tempi rallentati di un bradipo. Quando finalmente mi ha sentito gli ho detto dare dei soldi al bimbo e sono sceso giù a salutarlo e a fare una foto con lui. Il mondo è un posto bellissimo, ma non possiamo considerarci una specie evoluta sino a quando ci saranno persone, o ancor peggio bambini, costretti a vivere in questo modo.

Gli occhi di quel bimbo sono rimasti con me per diverse ore, anche quando stavo visitando le attrazioni di Jaipur che mi sono piaciute moltissimo, che consiglio a tutti di visitare una volta nella vita e di cui parlare più avanti in questo racconto.

L’espressione di quegli occhi non era solitaria, l’ho rivista ancora e ancora per tutto il giorno e penso che sarà così fino alla fine di questo viaggio, perché in India ovunque si volti lo sguardo c’è qualcuno che vive ai margini della società, al di sotto non della soglia di povertà, ma della soglia di sopravvivenza.

Con questa consapevolezza è stato difficile le attività previste per la giornata odierna, ma sono anche consapevole che, per quanto lo desideri, non posso salvare tutte le persone di cui incrocio il destino. Sono però contento che almeno lui abbia avuto una giornata migliore di quelle che ha avuto in passato e di quelle che con tutta probabilità avrà ancora in futuro.

Ad aspettarmi in macchina con Yado c’era Susil, la mia guida. Un signore di 54 anni, nato e cresciuto a Jaipur e che ha imparato l’italiano all’ambasciata Italiana di Delhi. Parla fluentemente Inglese, Spagnolo, Tedesco e appunto Italiano. Conosce la città e la sua storia nei minimi dettagli e ha un modo di raccontarla coinvolgente e appassionato. L’amore per la sua terra e la sua cultura è palpabile.

Il primo luogo da visitare è stato il villaggio millenario di Amer, dichiarato patrimonio Unesco e caratterizzato da edifici antichi tutt’ora abitati dalle famiglie che li occupano da generazioni. Purtroppo la sporcizia è fuori controllo, così come lo sono gli animali selvatici che razzolano per le strade in cerca di cibo tra i rifiuti. Una famiglia di cinghiali stava banchettando proprio quando siamo entrati con la nostra auto, così come due vitelli passeggiavano di fronte all’entrata di un pozzo artificiale antichissimo, fatto di scalini che scendono fino a 60 metri di profondità.

Susil mi ha dato qualche ragguaglio in merito, ha insistito per scattarmi qualche foto e poi ci siamo diretti verso la parte più alta del villaggio, dove sorge Amber Fort, la cui costruzione è iniziata nel 1592 e che è stata, ed è tutt’ora, la residenza di una ricchissima dinastia di Maharaja che hanno governato lo stato di Jaipur per diverse centinaia di anni.

Il forte è un’opera maestosa, imponente e incredibilmente articolata e decorata. Rappresenta un vero patrimonio artistico, architettonico e culturale come pochi altri nel mondo. Nelle foto a corredo di questo articolo trovate alcuni scatti delle facciate e dei soffitti, frammenti di un’epoca passata che vengono rievocati ad ogni angolo da dettagli strabilianti.

Abbiamo camminato in ogni direzione, visitando tutte le sale aperte al pubblico e mentre Susil me ne spiegava gli usi e la storia sono rimasto di stucco quando ho scoperto che perfino qui, dall’altre parte del mondo, c’è un pezzo di Italia a me molto vicina: il vetro di Murano, che è stato trasportato via nave e che è stato usato per impreziosire le pareti di una sala. Pura meraviglia!

La visita è durata un paio d’ore ed è terminata in un cortile molto suggestivo sul cui perimetro sono disposti dodici appartamenti che erano destinati alle dodici mogli del primo Maharaja. Sopra ad uno di essi, quello della prima e più importante moglie, c’era la sua residenza, l’unica ad essere posta al primo piano. Susil mi ha invitato ad entrarci da solo, di esplorarla come meglio credevo e così ho fatto. Mentre osservavo distrattamente quegli ambienti vuoti e mi stavo ormai dirigendo verso l’esterno per andarmene, sono stato avvicinato da un ragazzo, un addetto alle pulizie che stava facendo il suo lavoro. Si era accorto che avevo snobbato le bellezze nascoste dell’edificio e mi ha rincorso per farmele scoprire, senza conoscere una sola parola di inglese e comunicando unicamente con i gesti.

Mi sono sentito in dovere di seguirlo, non capendo nemmeno dove volesse portarmi, ma quando mi ha chiesto di dargli il telefono per scattarmi una foto è diventato tutto più lampante. Mi ha fatto posizionare in mezzo ad una circolare piccolissima, si è inginocchiato di fronte a me, ha impostato il telefono sulla fotocamera frontale e ha scattato. Poi mi ha porto il telefono e mi ha lasciato senza parole perché sopra la mia testa, dove non avevo diretto lo sguardo, c’era un soffitto decorato che definire incantevole non rende giustizia alla raffinatezza dei suoi disegni.

Subito dopo si è spostato velocemente in un altro ambiente, lasciandomi lì sul posto a guardare la foto e obbligandomi a chiamarlo per capire dove si trovava. Quando giravo l’angolo lui era lì, pronto per lo scatto successivo. Questa scena si è ripetuta diverse volte, suscitando lo stesso stupore e la stessa gioia infantile della prima. In meno di quindici minuti mi ha scattato almeno trenta fotografie, ognuna più particolare dell’altra, ognuna da un’angolazione diversa che metteva in risalto l’arte e che sapeva incastonarci nel mezzo la mia figura senza che per questo ne venisse sciupata la bellezza. Penso di non aver mai dato una mancia più meritata di quella che ho dato a lui e quando ha preso i soldi in mano mi ha fatto un cenno con il dito sulle labbra per farmi capire che nessuno doveva sapere cosa aveva fatto, segno che la direzione del forte non apprezza questo tipo di pratiche da parte dei lavoratori. Grazie per averlo fatto Tony, questo il nome con cui si è presentato e che rappresenta semplicemente una semplificazione di un nome che sicuramente a me sarebbe risultato incomprensibile ed impronunciabile.

Non ho detto nulla a Susil che mi aspettava nel cortile, quel ragazzo e la sua spontanea disponibilità mi hanno colpito per la seconda volta nella mattinata di oggi.

Abbiamo poi proseguito il nostro tour dirigendoci verso la città nuova di Jaipur, nuova nel senso che era più moderna rispetto a Forte Amber ma che risale comunque al diciottesimo secolo. Si tratta della famosa città rosa descritta minuziosamente da tante guide e documentata con foto molto impattanti che si possono trovare su internet.

All’interno delle sue mura si possono visitare diverse strutture e palazzi e Susil mi ha portato a vedere per primo l’osservatorio astronomico, il più grande osservatorio del mondo e anch’esso patrimonio Unesco. È semplicemente strabiliante, non si può definire in modo diverso. Quello che il Maharaja di allora, di cui non ricordo il nome, ha creato più di trecento anni fa, non può non impressionare i visitatori. Si tratta di un complesso di strumenti astronomici in pietra, all’aria aperta, costituito da meridiane enormi, una delle quali è la più grande meridiana mai costruita dall’uomo. Ci sono sezioni destinate al calcolo della rotazione della terra, del sole, della previsione delle eclissi e persino dell’arrivo dei monsoni. Il Maharaja aveva una passione per la matematica, l’astronomia e anche l’astrologia e definirlo visionario è il minimo tributo per rappresentare la gratitudine che ho provato apprezzandone le opere.

Voglio spendere qualche riga in merito all’astrologia perché Susil mi ha trasmesso un pezzo della cultura Indiana che non conoscevo. Oltre il 90% della popolazione viene portato da un astrologo in età infantile al fine di conoscere le date importanti della propria vita, il segno zodiacale della futura mogie o marito per sapere da subito quale sia il più compatibile, che tipo di lavoro potrà fare con successo e così via. Fa sorridere, lo so, ma loro ci credono davvero e Susil me ne parlava scherzando, ma al tempo stesso prendendo l’argomento in modo molto serio tant’è che è felicemente sposato da venticinque anni con una donna del segno dei Pesci, come gli era stato detto, e fa la guida turistica con soddisfazione da ormai trent’anni anni come gli era stato suggerito dall’astrologo consultato dalla sua famiglia quando lui aveva sei anni.

Non so come la pensate voi, ma astrologia a parte, io adoro questo tipo di storie e usanze, le trovo romantiche e poetiche.

Poi ci siamo spostati al palazzo dei Venti, l’edificio più rappresentativo di Jaipur, la cui facciata principale è costituita da 953 finestre, colorate, che corrispondevano ad altrettante stanze. In ognuna di esse le donne di corte potevano assistere alla vita sottostante senza essere viste da nessuno. Il Maharaja deve avere faticato parecchio anche solo a ricordare i nomi di ognuna J

Col passare delle ore Susil è diventato quasi un amico, scherzavamo su tutto, parlavamo della storia, certo, ma anche della vita e delle sue infinite sfaccettature, avvicinandoci l’un l’altro in modo naturale.

Quando ci siamo salutati, dopo il pranzo in un ristorante in cui ha insistito per portarmi, ho provato la stessa sensazione del mattino con la coppia conosciuta a colazione: non volevo che se ne andasse e per la terza volta una persona che ha incrociato la mia strada per un breve tragitto ha lasciato un segno permanente.

Rientrato in hotel mi sono concesso un po’ di relax, ho riordinato un po’ la stanza e ho ripensato alle esperienze che questo paese mi sta regalando e che mai avrei potuto immaginare.

Nel tardo pomeriggio mi sono recato sulle rive del lago Man Sagar per scattare una foto al celeberrimo Jal Mahal, il Palazzo sull’acqua, e per tornare nella città rosa a camminare tra i vicoli affollati dove negozi e mercatini si estendono a perdita d’occhio. Volevo acquistare un cappello particolare, mussulmano, un copricapo chiamato Topi che si vede spesso sia nei film che da queste parti dove c’è una numerosa comunità islamica. Purtroppo né Yado, né Susil hanno saputo indicarmi dove poterlo comprare ma ero certo che in quei vicoli avrei raggiunto il mio scopo. Dopo aver imboccato il primo mi sono ritrovato immerso in un tripudio di colori, in mezzo a negozi di tessuti pregiati e finemente realizzati. Avrei voluto perdermi lì dentro ma non ne avevo il tempo, alle 19.30 chiude tutto. La faccio breve, mi sono entrato nel primo negozio, ho mostrato ai ragazzi la foto del Topi e mi hanno indicato un altro negozio poco più avanti, poi un altro negozio e un altro ancora e alla fine mi sono ritrovato dentro una moschea. Nessuno parlava inglese, ma avevano visto la foto e cercavamo di spiegarmi dove andare. Ero disorientato e stavo per desistere quando un ragazzo di ventidue anni si è avvicinato a me e mi ha detto: I know where you can find it, follow me, so dove puoi trovarlo, seguimi. Abbiamo percorso il viale principale, poi una via secondaria e poi siamo finiti in un rione buio e malconcio dove i turisti non si sognerebbero mai di entrare. Confesso di essermi chiesto cosa stessi facendo, stavo seguendo uno sconosciuto che mi stava portando in un luogo che a prima vista sembrava più pericoloso di qualsiasi altro posto abbia mai visto in vita mia.

Eppure Mohammed sembrava una persona “pulita”, con uno sguardo sincero e con un tono di voce pacato. Nel tratto di strada che abbiamo percorso fianco a fianco mi ha chiesto se mi stesse piacendo la città e l’India in generale e quando gli ho detto che Jaipur mi aveva conquistato per la sua vita pulsante e per i suoi tesori artistici mi ha ringraziato. Lo ha fatto con uno sguardo orgoglioso, quasi emozionato. La nostra camminata è finita in un negozietto che vende solo articoli religiosi, ovviamente islamici, i cui proprietari non parlano nessuna lingua al di fuori dell’Indi e dell’arabo. C’era un ragazzo giovanissimo, penso poco più che quindicenne, che leggeva ad alta voce il Corano scritto in arabo che teneva tra le mani. Il signore che mi ha fatto provare il Topi non avrebbe potuto comunicare con me senza l’aiuto di Mohammed, e come lui anche il proprietario che stava dietro il banco.

Quando siamo usciti dal negozio mi sono sentito di offrirgli una mancia in segno di riconoscenza e per compensare il tempo che aveva dedicato a ame anziché ai suoi impegni. L’ha rifiutata, non una ma cinque, sei volte. Non c’è stato modo che accettasse le banconote che tenevo in mano e per tutta risposta mi ha detto che l’aveva fatto col cuore perché sa riconoscere le persone buone. Che dire, per la quarta volta un gesto semplice compiuto in modo imprevisto da uno sconosciuto mi ha lasciato senza parole e si è impresso per sempre nei ricordi legati a questa città.

Anche per oggi è tutto, a domani.

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