Il mondo non aspetta chi corre

Jodhpur mi ha conquistato

Yado che cammina nervosamente andando avanti e indietro dall’entrata del parcheggio del nostro hotel fino alla sua macchina. Scendendo gli scalini e vedendolo così ho capito che c’era qualcosa che lo turbava.

Dopo aver consegnato le chiavi alla reception gli sono andato incontro e gli ho chiesto cosa fosse successo. Lui mi indica con l’indice un Tuk Tuk, a dire il vero era più un piccolo furgone ma per lui era più facile chiamarlo così. Guardo il mezzo carico di casse di acqua, vedo che in strada ci sono diverse persone e un poliziotto ma continuo a non capire. Guardo ancora Yado e lui mi dice che il furgone è stato lasciato nel parcheggio, senza freno a mano inserito ed è finito contro il cancello del palazzo di fronte all’hotel. Risultato non possiamo uscire finché non viene spostato il furgone.

Rassicuro il mio autista, “non c’è fretta amico mio, stai sereno”.

Jodhpur non offre moltissime attrazioni e con tutta probabilità basterà la mattinata per visitarle tutte, quindi perché farsi prendere dallo stress?

Infatti, dopo appena dieci minuti il furgone è stato portato all’esterno e noi siamo usciti serenamente.

In questo episodio c’è un po’ di cultura Indiana, diciamo un retaggio della cultura Indiana vecchio stile. Per la generazione di Yado, che è mio coetaneo, ogni evento imprevisto rappresenta un mini dramma perché la preoccupazione che si porta dietro è: chissà quante ore ci vorranno prima che si risolva? Sarebbe stato più logico che innervosisse me, non lui, eppure per lui e per molti c’è questo atteggiamento, questa tendenza al dramma, che cozza non poco con le abilità di problem solving che mettono in campo ogni volta che si rende necessario.

L’esempio più lampante di quanto ho appena affermato è ben rappresentato dal crocevia che si trova a cinquanta metri dall’hotel. È interdetto a causa di un cantiere “artigianale” e vi spiego subito perché lo definisco artigianale. Non conosco le ragioni di questo intervento, intendo dire che non conosco la natura del danno della strada né di queste riparazioni, ma la cosa che ho notato è che le persone che ci stanno lavorando non sono operai statali o professionisti di una qualche impresa che si occupa di manutenere le strade: sono ragazzi del posto, che lavorano indossando degli infradito e che si sono raggruppati e organizzati per sistemare una strada che, molto verosimilmente, attraversano ogni giorno. Se avessero atteso l’intervento dell’amministrazione pubblica probabilmente non l’avrebbero percorsa per qualche anno. Questo intendo per problem solving Indiano.

Osservando e ascoltando le persone che si incontrano da queste parti, contraddizioni come queste risultano piuttosto evidenti e ce ne sono davvero tantissime in ambiti molto eterogenei e in questo post voglio provare a raccontarne qualcuno inserendolo nel diario di giornata.

La nostra prima destinazione era Mehrangarh Fort, il forte che vedo dal ristorante sul rooftop dell’hotel.

Si tratta di una fortificazione imponente che risale al 1459, sebbene sia stato ampliato e ristrutturato a più riprese nel corso dei secoli. I bastioni sono altissimi e la posizione sopraelevata, sorge infatti sulla collina più alta di Jodhpur, consente di avere una visuale dominante sul territorio sottostante.

Il forte conta sette porte di entrata, anche se oggi solo una risulta aperta e utilizzata. Non appena varcata la soglia, passando sotto ad un arco di pietra, si affronta una leggera salita che porta alla biglietteria, dove con 600 Rupie, poco più di 7 euro, si può acquistare il biglietto d’ingresso.

Un’altra salita, questa volta più lunga e più ripida, porta all’entrata del museo dove si possono ammirare pezzi autentici che tengono viva la memoria del forte e delle persone che ci hanno vissuto e lavorato. Nel momento di massimo splendore contava oltre duemila lavoratori.

Sullo stesso piano si passa davanti alla Sala degli Specchi, un ambiente che ho trovato anche in altre fortificazioni e che mi piace sempre ammirare.

La visita prosegue poi con la Sala del Consiglio, la sala in cui i regnanti ascoltavano i problemi e le richieste del popolo. In una di queste in particolare mi sono soffermato a lungo perché l’ho trovata meravigliosa. Le colonne di legno intarsiato, i soffitti d’oro zecchino, impreziositi da dipinti raffiguranti divinità e membri della famiglia reale, le pareti decorate con dei motivi che si ripetono su tutto l’ambiente e la cui parte superiore è stata realizzata inserendo delle mattonelle di vetro colorato che, lasciando passare la luce, creano un gioco di riflessi molto affascinante pur con la maggior parte delle finestre chiuse e di conseguenza in penombra.

È stata una visita breve, durata un’ora e mezza circa, ma che sono felice di aver inserito nel mio programma di viaggio perché mi ha anche dato la possibilità di scattare qualche foto dall’alto e ammirare infine i tetti blu della città. La visibilità in questo periodo non è purtroppo delle migliori a causa dell’umidità presente nell’aria che crea una foschia che se ne va solo a inizio primavera.

Una volta usciti dal forte ci si dirige verso Achal Nath Shivalaya, il Tempio dedicato al Dio Shiva che dista poche centinaia di metri e che è possibile osservare solo dall’esterno.

Per chi non lo sapesse nella religione Indù esiste una trinità costituita da Brahma, Shiva e Vishnu, laddove il primo è il Creatore, il secondo è il Distruttore e il terzo è il Protettore. Shiva è quindi colui che distrugge tutto ciò che è stato creato e ha un significato enorme nella religione Indù che considera la distruzione, in senso lato anche la morte, una fonte di rinnovamento essenziale per la vita perché senza di essa la specie umana e qualsiasi altro essere vivente, non potrebbe continuare ad esistere. Questo tempio pertanto è importante non solo a livello simbolico, ma anche architettonico proprio per celebrarne il ruolo fondamentale che gli viene attribuito.

La costruzione è stata eretta sulla collina antistante al forte ed è circondata da un’area verde in cui è presente un grande lago che si costeggia per raggiungere il tempio.

Mentre mi avvicinavo lentamente agli scalini che portano alla facciata principale di questo luogo di culto a cui da qualche tempo sono interessato (non chiedetemi il motivo), ho incontrato una guida Indiana che spiegava ai turisti a lui affidati la storia e le particolarità artistiche di ogni angolo del tempio. Una cosa in particolare mi ha fatto fermare sul posto ad ascoltare le sue parole. Diceva che quando si entra in un luogo di culto si ha la naturale tendenza a compiere un giro del perimetro in senso orario e che si tratta di un errore perché in questo modo si scaricano le proprie energie sul posto, mentre percorrendolo in senso antiorario le stesse energie vengono assorbite dalla nostra anima.

Ora, io non ho la più pallida idea di quale sia la ratio di questa affermazione, né se abbia un fondamento di verità, ma quando mi imbatto in questo tipo di affermazioni, usanze, leggende, resto sempre incantato come un bambino di fronte al mago.

Per non fare la figura di quello che si voleva imbucare nella visita guidata di un altro gruppo ho accelerato il passo, superando la guida e prendendo di fatto una strada diversa dalla loro.

Qualche scatto veloce e poi sono tornato nuovamente da Yado per tornare giù in città.

La terza tappa, la meno interessante per i miei personali interessi, era il palazzo reale Umaid Bhawan Palace, la più grande residenza reale al mondo, così riportavano le didascalie del plastico che si trova nella prima sala visitabile dai turisti.

Il palazzo è tutt’ora abitato dai discendenti del primo Maharaja e una parte consistente delle sue 374 stanze sono diventate un hotel di lusso “duecento stelle”.

Non so come la pensate voi, ma io considero tutto ciò che ruota attorno ai nobili di tutto il mondo una grandissima e colossale telenovela per gente che ha bisogno di credere alle favole e alle storielle di corte per vincere la noia. Se poi si tratta di prolunghe, come le chiamerebbe Freud, fatte di palazzi e proprietà sempre più grandi, più estese, più e più e più…beh il mio interesse arriva al fondo scala. Ecco spiegato il perché ho scattato due foto in tutta la visita e di questo certamente non mi rammaricherò.

Ora di pranzo, Yado scegli tu, che sia pulito, carino e che si mangi bene.

Lui si gira mentre sta inserendo la chiave della macchina e mi dice: “Sir, the best place is the hotel’s restaurant, rooftop, good food, cheap price” (Il posto migliore è il ristorante dell’hotel). Grandissima prestazione Yado, mi hai convinto Yado, andiamo!

Scendiamo dalla collina, entriamo in città e ad un certo punto, mentre siamo nei pressi di un incrocio, un quadrivio strettissimo, rimaniamo imbottigliati con un’altra auto e due Tuk Tuk. Vi posto la foto perché lo dovete vedere coni vostri occhi. Stavo per aprire la porta e scendere per proseguire a piedi perché non intravedevo alcuna possibilità concreta di poterne venire fuori senza l’ausilio di un qualche materiale esplosivo. Yado mi guarda, capisce che sono sbigottito e sorride sornione. Sir, it’s like this, two minutes and we’ll be fine (qui va così, due minuti e ci liberiamo). In effetti dopo centoquindici manovre ne siamo usciti indenni.

Imbocchiamo la strada che porta la nostro hotel e quando siamo a un passo dall’entrata ci ritroviamo 4 mucche stese in mezzo alla strada che non hanno alcuna intenzione di spostarsi per farci passare. Un ragazzo che si trovava a pochi metri dall’auto cerca di farle muovere ma loro stavano proprio bene lì dove si trovavano, Yado apre il finestrino, ride, urla qualcosa alle mucche, poi suona il clacson, niente da fare le signore non ne vogliono sapere di alzarsi, allora interviene il proprietario del negozio che si trova sulla curva che evidentemente ha dimestichezza con queste situazioni e che urla con una voce convinta un paio di parole indiane che sortiscono l’effetto sperato. Strada libera, finalmente siamo in hotel.

Così mi sono goduto il pranzo sotto il sole, ascoltando la musica riprodotta dal mio telefono e godendo di un paio d’ore di relax di cui avevo proprio bisogno.

Nel pomeriggio avevo in programma di girovagare senza una meta per i vicoli della città vecchia, per respirarne l’atmosfera più autentica nella zona meno frequentata dai turisti.

Ecco magari sul respirare sono stato un filino troppo entusiasta, da queste parti l’aria non è esattamente pulita e capita spesso che senta la necessità di mettere la mascherina per filtrarla almeno un po’.

Quando decido di avventurarmi in aree come queste, se il contesto lo consente in termini di sicurezza, faccio in modo di perdermi intenzionalmente. È un risultato che ottengo facilmente imboccando la strada principale e prendendo in modo assolutamente casuale 5 strade secondarie, a destra e a sinistra. A quel punto non so più dove sono e comincio a seguire colori, odori, rumori e qualsiasi cosa attiri la mia attenzione. Ovviamente in qualsiasi momento posso aprire Maps e ritrovare la strada di casa, quindi sono sempre in grado di ritrovarmi, sia chiaro. Però ciò che riesco a vedere e scoprire in questo modo mi piace talmente tanto che lo considero il mio sport preferito.

Oggi in questo modo ho scoperto una zona di baracchini ambulanti che cucinavano ogni genere di street food locale, un mercato coperto di tessuti, un altro di sole spezie e una serie di negozi di artigiani di ogni genere che erano immersi nelle loro attività quotidiane. Uno spaccato estremamente autentico della città.

In questi luoghi senza tempo, dove i mestieri si tramandano nei secoli e la cui conoscenza viene insegnata di padre in figlio, ho scattato sia con gli occhi che con il telefono alcune fotografie di cui sono soddisfatto. Non mi riferisco alla qualità delle foto, sono un fotografo amatoriale che non ha nessuna consapevolezza di ciò che una macchina fotografica può fare e lo smartphone non è lo strumento più idoneo per fare scatti di alto livello. Mi riferisco alla soddisfazione di aver immortalato un istante che per me ha avuto un significato e di averlo colto nel momento stesso in cui mi si è presentato davanti, così come i miei occhi lo hanno visto. Riguardare queste foto nei prossimi mesi mi farà viaggiare nel tempo e mi riporterà esattamente dove sono ora portando con sé anche le sensazioni che sto provando.

In uno di questi istanti ho visto un padre che insegnava al figlio la sua arte, un bambino che gestiva in autonomia un negozio di incensi il cui profumo mi ha fatto arrestare sul posto per comprarne subito due confezioni.

Mi sono imbattuto in negozi di pasta, si proprio pasta, che non ha nulla a che vedere con la nostra ma che avrei tanto voluto assaggiare in una ricetta locale, cosa che ahimè non avrò modo di fare.

Ho fotografato un negozio stranissimo, un buco in cui erano raccolte ogni tipo di cianfrusaglie, sporchissimo e molto disordinato, ma nella sua assoluta incomprensibilità aveva un fascino unico e mi ha dato l’impressione di essere un negozio di prodotti vintage Indiano. Sono sicuro di sbagliarmi, ma questa è l’impressione che mi ha dato. In ogni caso di questo tratto di passeggiata la cosa stupenda oltre ogni limite sono stati i sorrisi delle persone, tutte, che hanno incrociato il mio sguardo anche solo per qualche secondo. Ad alcuni ho scattato una foto, chiedendo prima il permesso, ad altri ho solo sorriso di rimando, ma mi sono sentito accolto con calore e affetto e questa non è una cosa che si riscontra facilmente quando si viaggia.

Guardandomi attorno mi sono reso conto di aver riconosciuto una via in cui ero passato ieri con Yado e ho capito che mi stavo dirigendo nella direzione della Torre dell’orologio, quindi verso la piazza principale dove si trova il mercato e più avanti l’hotel. Quindi ho deciso di cambiare direzione e mi sono in filato in una galleria strettissima, una fast track come la chiamano alcuni qui, che collega due strade più grandi. Al suo interno i venditori sono così vicini l’uno all’altro che le merci si sovrappongono con quelle del vicino e creano un banco unico che arriva fino alla fine della galleria. Avevo bisogno di un paio di ciabatte perché ho dimenticato le mie nell’hotel di Jaipur e di appoggiare le piante dei piedi nudi sui pavimenti di questi hotel non se ne parla nemmeno, quindi appena ho trovato un venditore di scarpe ho buttato l’occhio per vedere se aveva qualcosa che facesse al caso mio.

Bingo, aveva ciabatte di ogni tipo e non appena ha rilevato il mio interesse ha iniziato a sfoderare tutto il repertorio esponendomi i pezzi più pregiati. Sto facendo dell’ironia, anche il suo atteggiamento era realmente questo. Peraltro ho comprato un paio di infradito di marca per ben tre euro, sicuramente false ma ben fatte. Il momento clou dell’acquisto è stato però quando mi ha mostrato gli infradito di Facebook, lì mi sono messo a ridere e se avesse avuto il mio numero le avrei comprate all’istante, ve lo giuro. In un posto come quello, in una strada di sabbia, in un a città in cui il tasso di analfabeti è purtroppo ancora elevato, vedere le ciabate fasulle di un social network mi ha fatto ripensare di nuovo alle contraddizioni di questo paese.

Un’altra cosa che trovo incredibile, e consentitemi di dire anche inaccettabile, è che in quella galleria, larga non più di due metri, affollata da matti, possono transitare le motociclette.

Per me è il segno evidente di una crescita demografica che non sta andando di pari passo con la crescita culturale e con la civilizzazione della popolazione.

L’ONU prevede cha l’India raggiungerà la popolazione della Cina entro il 2025 e che nel 2064 i suoi abitanti saranno esattamente il doppio dei Cinesi. Sono previsioni che fanno venire la pelle d’oca perché, come dicevo prima, contrariamente alla Cina questa crescita in India non è gestita e coadiuvata dal governo, o almeno la sensazione è che ci sia ancora molto, troppo da fare e che si sia già in ritardo.

Ho proseguito la passeggiata e sono rientrato all’hotel ma durante il tragitto mi sono fermato ad osservare con ammirazione un banchetto che preparava le Masala Dosa, un rotolo farcito con cipolla e spezie che era sotto assedio da parte di decine di persone e nel quale le principali norme igieniche erano del tutto ignorate oltreché violate. Il ragazzo che era davanti alla piastra maneggiava tutti gli alimenti a mani nude, dopo aver toccato soldi e stretto mani a destra e sinistra. La piastra stessa veniva pulita con uno canovaccio che aveva tutti i colori possibili tranne il bianco e che, ne sono certo, conteneva almeno sei generazioni di batteri diversi.

La maestria con cui stendeva l’impasto, dosava gli ingredienti, attendeva i tempi di cottura fino ad ottenere sempre lo stesso identico risultato, mi hanno fatto innamorare a tal punto di quella situazione che volevo lanciarmi nell’acquisto di un rotolo. Poi mi sono ripreso dall’euforia e ho riacquisito la lucidità necessaria per accontentarmi del video che ho registrato, davanti ai clienti che mi guardavano come se fossi io quello strano J

Rientrato in hotel mi sono rilassato un po’, ho cenato ancora sul rooftop e ora sono in camera a scrivere il racconto di oggi, felice di questi due giorni pieni di sorrisi, emozioni e ricordi.

Anche per oggi è tutto, a domani.

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