Non ho sentito la sveglia e ho quindi detto a Yado che ci saremmo incontrati nella hall alle 9.30.
La giornata di ieri, tutta a piedi, è stata un po’ stancante e inoltre la sera ho voluto guardare un film che è finito solo alle 3, quando sono crollato in un sonno talmente profondo che non avrebbe potuto essere interrotto nemmeno dai cannoni del forte.
I ritmi che mi sono imposto in questo viaggio sono serrati a anche se sto godendo delle bellezze che incontro, città dopo città, rallentando quando trovo qualcosa che merita più attenzione, sento che sto accumulando stanchezza. Penso che le occhiaie più che evidenti nei video pubblicati sui social ne siano una testimonianza inequivocabile.
Ad ogni modo, dopo aver fatto colazione, ci siamo messi in viaggio verso Udaipur ben consapevoli che l’avremmo raggiunto solo in serata.
Yado mi ha proposto di fare una sosta lungo il tragitto per visitare un tempio, non meglio definito, che a suo dire valeva la pena io vedessi. Il suo inglese è veramente basico e questo limita la sua capacità di espressione, oltreché di comprensione, quindi le nostre conversazioni sono sempre molto brevi, molto pratiche ed essenziali. Parliamo prevalentemente di dove andiamo, quanto tempo impiegheremo a raggiungere la prossima meta e qualche volta anche della sua famiglia o dei suoi amici, ma sempre usando u numero di parole ridotto.
Del tempio parlerò diffusamente tra poco, la visita è stata meravigliosa e voglio dedicarle questo post in quasi tutta la sua interezza, ma prima voglio raccontarvi ancora qualcosa sull’India e sugli Indiani, stavolta in merito alle abitudini e al costume locale. Alcune saranno gradevoli, altre un po’ meno ma fanno parte del pacchetto e non potrei escluderle dalla descrizione di ciò che vedo e sento.
Inizio da ciò che più mi affascina, l’attaccamento alla religione, o forse sarebbe meglio dire alle religioni perché qui convivono tantissimi culti diversi. L’Induismo, praticato dall’80% della popolazione in tutte le sue varianti, il Cristianesimo, il Buddismo, l’Islam e in misura minore anche l’Ebraismo e il Giainismo. Ci sono molte festività celebrate in tutto il paese le cui tradizioni e usanze vengono non solo tollerate ma profondamente rispettate. È capitato anche a me, pur essendo qui da pochi giorni, di assistere ad alcune funzioni appartenenti a differenti comunità religiose.
Prima di partire avevo letto che l’India è considerato un paese multiculturale e multireligioso, più di ogni altro paese del mondo e in base alla mia personale esperienza, lo confermo. Lo stesso Induismo nei suoi precetti di base accetta l’esistenza e il credo delle divinità di altre religioni, siano essi Gesù, Allah o Geova o qualsiasi altro Dio.
L’attaccamento, dicevo, è palpabile nei gesti quotidiani delle persone che si incontrano per strada. Lo stesso Yado, prima di accendere l’auto congiunge le mani come quando si saluta qualcuno con il più tipico dei saluti Indiani, Namasté, e dice alcune parole a bassa voce, per invocare i suoi Dei affinché lo assistano e lo proteggano nel suo lavoro. Quando passiamo davanti ad un luogo di culto o ad una funzione Induista, compie un movimento più veloce, che non sono riuscito a vedere chiaramente perché sono seduto alle sue spalle, ma che termina con un bacio sul dito indice. Insomma, la religione in India è radicata nella cultura popolare almeno quanto lo sono il cibo o il calcio in quella Italiana, se non addirittura di più.
L’altro aspetto che adoro di questo popolo è la smisurata cordialità e l’infinito calore che offrono incondizionatamente al prossimo, chiunque esso sia. Lo fanno con gesti limpidi e sinceri e non c’è modo che possano essere equivocati, cosi come non è equivocabile lo stato d’animo che generano in chi beneficia della loro ospitalità. Guardano le persone negli occhi cercando il contatto visivo, senza alcuna invadenza, con uno sguardo dolce che suscita empatia immediata. Che si tratti di una persona istruita e benestante o di un mendicante per strada il sorriso sulle loro labbra non manca mai. Questa inclinazione naturale al sorriso mi ha fatto riflettere molto, sin dal primo giorno, perché ho istintivamente fatto un paragone con la nostra cultura, quella occidentale. Siamo così presi dai nostri piccoli o grandi problemi quotidiani che ci ritroviamo ad ignorare tutto ciò che ci circonda, persone comprese. Se qualcuno di sconosciuto ci guardasse e ci sorridesse per strada credo che nella maggior parte di noi scatterebbe un senso di diffidenza o confusione – ma chi è questo? Perché mi guarda e ride? – correggetemi se sbaglio. Qui invece è talmente spontaneo e naturale che se non avvenisse, verrebbe da farsi due domande. La consapevolezza che la maggior di queste persone vive con meno di due euro al giorno e che un numero disarmante di loro vive in assoluta povertà, rende il nostro atteggiamento verso gli altri ridicolo, se non grottesco. Cosa sono i problemi che affrontiamo noi rispetto al non poter sfamare i propri figli o a non avere un tetto sotto cui dormire. Eppure il sorriso non viene mai sostituito da rabbia o tristezza, rimane immutato. Su questo il mondo ha molto da imparare dall’India e dagli Indiani.
Un altro aspetto che ritengo molto positivo è il desiderio di conoscere la storia personale di chi viene a visitare il loro paese. Non sto parlando della semplice conversazione che si può fare con un turista incontrato casualmente nella propria città e con cui si scambiano due chiacchiere di convenienza prima di ritornare ai propri affari. Parlo proprio dell’essere interessati alla vita di chi sta di fronte, che cosa lo appassiona, cosa le rende felice, cosa lo preoccupa e cosa lo ha portato in India. È molto più che semplice conversazione, significa voler entrare in contatto profondo con l’interlocutore. Certo non è che questo avvenga in ogni momento e con chiunque, non sarebbe nemmeno gradevole, ma se si ha modo di parlare con un Indiano senza avere una finalità precisa come ottenere un’indicazione o farci affari, questa è la naturale prosecuzione del dialogo.
Un altro atteggiamento che va evidenziato è l’enorme orgoglio che provano quando un turista dice di apprezzare la loro città, o la nazione stessa. Il loro volto si illumina ancora di più e ciò che fanno subito dopo è ringraziare calorosamente, come se si sentissero investiti di una qualche responsabilità pubblica che li fa sentire in dovere di tenere alto il buon nome del loro paese e si compiacessero per aver assolto il compito.
La solidarietà è un’altra sfaccettatura preziosa di questa cultura millenaria. Gli Indiani si aiutano sempre ed in ogni modo possibile. Yado me ne ha dato dimostrazione in più occasioni in questi giorni, incontrando amici e colleghi che si sono prodigati ad aiutarlo nel soddisfare le mie richieste, poche per dire la verità, e a rendere il suo lavoro più semplice. Piccoli gesti che non sono per nulla scontati visto che anche loro stavano lavorando e avrebbero potuto giustamente essere stanchi e preferire un momento di relax. La stessa disponibilità la dimostrano anche agli sconosciuti, che non vengono lasciati in balia di loro stessi se chiedono aiuto.
Certo, generalizzare porta sempre ad imbucarsi in vicoli ciechi, l’India è un paese enorme ed enormemente popolato con città estremamente diverse tra loro, quindi è normale e palese che tra tutte queste persone ci sia anche chi si discosta dalla retta via e da questi virtuosi atteggiamenti innati, ma la sensazione che porterò a casa è che questi siano una minoranza rispetto al totale.
Veniamo ora alle cose che mi piacciono di meno.
La più banale con la quale si deve fare i conti da subito sono i venditori, che sono ovunque e che mettono in campo un’insistenza che diventa estenuante per molti turisti. L’altro giorno durante la visita al Forte di Jaipur ho assistito ad una scena a tratti esilarante. Una coppia di italiani che stavano scendendo giù per la ripida discesa che porta al parcheggio ed erano inseguiti da un ambulante. Avevano fatto l’errore fatale di dargli corda e di iniziare una trattativa per l’acquisto di un souvenir. È stata la fine, li ha seguiti fino alla macchina, li ha assillati con una caparbietà che ha generato fastidio e irritazione. La signora in particolare, mi è passata accanto urlando – basta, non ne voglio più sapere, smettila – parole che ovviamente il venditore non poteva comprendere, anche se il linguaggio del corpo non lasciava spazio a fraintendimenti.
È un errore piuttosto comune tra i turisti e va evitato assolutamente, a meno che non si abbia intenzione di acquistare davvero qualcosa. Personalmente non ho avuto alcun tipo di problema perché semplicemente li ignoro, gli nego il contatto visivo e proseguo per la mia strada come se non esistessero. Di solito mi seguono qualche metro chiedendomi da dove vengo e io non rispondo, allora si avvicinano e mi parlano nella lingua che credono parli io, inglese e spagnolo e io continuo imperterrito ad ignorarli. Non accelero il passo, mai, continuo a camminare alla mia velocità e nella direzione che sto seguendo. Dopo circa 30 metri desistono e lo fanno per un motivo molto semplice, non gli do appigli per fare conversazione e quindi spunti per offrirmi qualcosa e nel contempo perché si stanno allontanando dalla loro zona di azione.
Poi ci sono i negozianti delle città che invece sono un po’ più strutturati perché hanno degli scagnozzi, di solito membri giovani della famiglia, che fanno da adescatori. Sostano di fronte alla vetrina, osservano i passanti e non appena individuano il turista lo iniziano ad approcciare con calma e senza offrire nulla sul momento. Loro hanno un raggio d’azione molto più ampio, non hanno vincoli di tempo e succede non di rado che ti seguano ovunque, anche dentro ai bar, sedendosi al tavolo con te. Si comportano con educazione, cercano di instaurare un minimo di rapporto chiedendoti la nazionalità e menzionando subito dopo le tre cose in croce che conoscono del tuo paese. Quando ti alzi per andartene dal locale ti chiedono di seguirli nel loro negozio per uno sguardo veloce e senza impegno e lo fanno con la stessa insistenza degli ambulanti. A quel punto ci vuole la stessa risolutezza che descrivevo poco fa. Io di solito ringrazio, saluto e giro le spalle. Loro cominciano a seguirmi, io li ignoro, attraverso la strada, proseguo nella mia direzione accelerando leggermente il passo e anche loro dopo un po’ desistono.
Nelle città più piccole è diverso, c’è meno ossessività nel comportamento dei venditori, ma in quelle più grandi va così ed è una cosa che va tenuta in conto.
L’altro aspetto che reputo semplicemente disgustoso e ripugnante è che sputano in continuazione e in qualsiasi luogo si trovino. Dalla macchina, dalla moto, a piedi, ovunque. Lo fanno raschiando naso e gola senza alcun ritegno, generando negli occidentali un fastidio che arriva a far provare il vomito e oltre a questo ruttano senza esitazione ogni volta che ne sentono la necessità.
Yado lo fa di continuo mentre siamo in macchina, intendo entrambe le cose. Lui poi mastica il tabacco che gli aumenta inevitabilmente la salivazione e nella sola giornata di oggi ha sputato fuori dal finestrino almeno cento volte durante le quattro ore di viaggio. La prima volta che ha ruttato ho sorriso, l’ho trovato buffo e divertente ma dopo quattro giorni sono sul punto di farglielo notare, anche se alla fine non credo che lo farò.
Dell’igiene ho già parlato e non entro nel dettaglio di ciò che ho visto sino ad ora perché sarebbe persino superfluo, voglio invece parlare di una drammatica usanza comune a tutte le città visitate: bruciare i rifiuti per strada. Chiunque abbia un banchetto ambulante o un negozio deve fare i conti con l’assenza di nettezza urbana che comporta il ritrovarsi ogni mattina lo spazio di lavoro ricoperto di rifiuti. Intendo di rifiuti in piena regola come plastica, alluminio, oggetti grandi e piccoli di metallo e qualsiasi altra cosa venga gettata selvaggiamente dai veicoli in transito e dai pedoni stessi. Ognuno di loro accende il fuoco e li brucia prima di iniziare a lavorare. I fumi emanati da questi fuochi sono irrespirabili oltreché estremamente tossici e camminando per le strade prima delle dieci, orario di apertura di quasi tutte le attività, ci si ritrova a respirarli come fanno loro.
Ci sarebbe da continuare perché oltre agli aspetti macroscopici ci sono anche quelli micro, ma sono presenti ovunque, in ogni cultura e paese e non ha certo senso parlarne qui.
Ritorno al racconto di giornata e alla magnifica visita al Tempio Giainista di Ranakpur che ha rappresentato il terzo effetto WOW del viaggio. In caso ve lo steste chiedendo i primi due sono stati il Palazzo dei Venti e l’osservatorio astronomico di Jaipur.
È un’opera enorme, assurda per l’architettura complessa, per il significato religioso e per ciò che rappresenta per i fedeli di quella religione. Appena ci si avvicina al suo perimetro non si possono non notare le maestose cupole, che sono ventiquattro e che ne accrescono ulteriormente la mole. Al suo interno sono presenti oltre 1.400 colonne, ognuna delle quali è unica e scolpita con figure di divinità, animali e motivi floreali. Ogni parete, ogni soffitto, ogni singolo centimetro del tempio è cesellato con un livello di dettaglio che lascia impietriti.
È stato costruito nel 15 ° secolo ed è una testimonianza della ricchezza culturale e religiosa dell’India durante quell’epoca. L’audio guida che viene fornita ad ogni visitatore tramite un riproduttore dotato di cuffie dice che vi hanno lavorato 2500 artisti per oltre 20 anni portando ad un risultato a dir poco stupefacente. Raramente mi è capitato di impressionarmi come stamattina, a memoria ricordo la basilica di San Pietro, la Sagrada Familia e Notre Dame e spero di non offendere nessuno se affermo che da oggi le considero uno scalino sotto.
Se ci aggiungete che il Tempio si trova in una zona montuosa circondata da una bellezza naturale unica, con viste panoramiche della catena montuosa Aravalli, abitata da numerose specie animali, converrete con me che si fa fatica a fare paragoni con altre opere e non a caso è stato dichiarato Patrimonio culturale dell’UNESCO.
Dopo essere risaliti in macchina e aver percorso meno di due Km ci siamo fermati in uno dei tanti hotel della zona, per pranzare.
Yado si è unito a dei colleghi, nonché amici, nella sala a loro dedicata, io mi sono seduto nel giardino esterno dove la temperatura era piuttosto mite e dove si possono ammirare anche decine di pappagalli che vivono proprio nei boschi antistanti.
Non è stata una sosta lunga, gli ultimi cento Km di strada per raggiungere Udaipur ci imponevano di non indugiare eccessivamente.
I colleghi di Yado, con cui ho chiacchierato prima di ripartire, erano piuttosto loquaci. Uno di loro in particolare adora l’Italia, quindi mi ha fatto diverse domande sul nostro paese. Ad un certo punto gli ho chiesto se ci fosse mai stato, in Italia, perché sembrava conoscere più di ciò che normalmente conoscono gli stranieri, in particolare gli Indiani. La sua risposta mi ha fatto sorridere: non sono mai uscito dall’India, ma sono un “mobile man” e con lo smartphone ho girato tutto il mondo. Era originario di Dharamsala, città che visiterò per ultima, prima di spostarmi a Rishikesh. Quando gli ho detto che rappresenta una delle due mete fondamentali del mio viaggio ho rivisto lo sguardo fiero di cui parlavo prima. Mi ha confermato essere una perla, un luogo mistico e magnetico dal quale, ne era sicuro, me ne andrò con nostalgia. Ve lo farò sapere, anche se nutro pochissimi dubbi in merito.
La strada che abbiamo imboccato subito dopo aver lasciato il ristorante è fuori dalle consuete rotte, si tratta di una strada che Yado conosce a memoria perché la percorre da anni e per me è stata una fortuna perché attraversa le montagne incontaminate del sud del Rajasthan, dove si possono fare incontri occasionali come le scimmie che ho fotografato e pubblicato nelle storie di oggi.
Ce n’erano davvero tantissime, sostavano a bordo strada e anche in mezzo alla carreggiata, indisturbate, calme e tranquille. Le poche macchine in transito non le scomponevano minimamente, costringendo i guidatori a fare la gincana per non investirle. Loro si spostavano solo all’ultimo momento giusto di un paio di metri. Ho chiesto a Yado di fermarsi per scattare qualche foto e lui mi ha suggerito di tenere il finestrino socchiuso perché avrebbero potuto prendermi il telefono. In effetti appena si sono rese conto che stavamo dando loro più attenzione del solito si sono fiondate sul tettuccio e hanno cominciato a saltare sopra le nostre teste. Mi è dispiaciuto non fermarmi altre dieci volte almeno per fare loro altri video e foto ma non potevamo allungare così tanto il viaggio quindi siamo andati via spediti.
L’unica sosta che abbiamo fatto è stata nei pressi di un piccolissimo villaggio fatto di poche case e un tempio locale del quale non so assolutamente nulla, ma che ha attirato la mia attenzione perché era rivestito di piccoli specchi. Ci siamo fermati un centinaio di metri più avanti, in corrispondenza di una casa dove c’erano tre bambini seduti su di un dondolo che hanno cominciato a sorridere e a salutarmi. La bimba più piccola mi è venuta incontro per guardarmi più da vicino e aveva tutta l’aria di non aver mai visto una persona con la pelle così chiara. È stata dolcissima, le ho stretto la mano e da quel momento in poi non mi ha più tolto gli occhi di dosso, nemmeno quando mi sono diretto verso il tempio per fare due scatti veloci. Un Tuk Tuk carico di persone sostava a pochi passi dall’ingresso e sul retro c’erano un bambino e una signora anziana che mi ha dato l’impressione di essere la nonna. Mi guardavano come fossi un marziano appena sceso dall’astronave, forse per l’abbigliamento cosi diverso dal loro, forse per l’auricolare bluetooth che avevo dimenticato di lasciare in macchina. Così, visto che avevo in mano il telefono ho chiesto al bimbo se potevamo farci una foto insieme. Mi sono avvicinato alla sponda sul retro e quando ho acceso il telefono la nonna si è spostata leggermente per entrare nell’inquadratura. Adorano farsi fotografare con i turisti.
Ci sono voluti altri 50 minuti per entrare a Udaipur con le luci del tramonto che si riflettevano sul Lago Pichola, uno dei due laghi che caratterizzano questa città e che nel corso dei secoli le hanno conferito il soprannome di Venezia d’Oriente. È anche conosciuta come città Bianca visto che questo è il colore predominante della città.
L’hotel prenotato da Rafiq è nella media, sufficientemente pulito e piuttosto silenzioso visto che gli unici mezzi autorizzati a transitare su questo lato del centro città sono i Tuk Tuk.
La girerò tutta a piedi e appunto con i Tuk Tuk quando vorrò spostarmi in zone più distanti.
Ci sono diverse cose da vedere, in particolare nelle isole dei laghi e farò in modo di organizzare al meglio il tempo a disposizione.
Si conclude il sesto giorno di viaggio, a domani.






















