Il mondo non aspetta chi corre

Ieri sera, dopo essermi messo a letto ed essermi addormentato abbastanza velocemente, mi sono ritrovato a fare un sogno bruttissimo, un vero e proprio incubo che mi ha fatto gridare aiuto più volte nel sonno. Dopo essermi svegliato, ho cercato di riaddormentarmi, ma il resto della nottata è stato tutt’altro che riposante e alla fine ho dormito poco e male. Nonostante questo, alle 5.30 sono di nuovo pronto per ricominciare.

Faccio colazione con la Victoria cake al cioccolato che ho preparato ieri sera e che è già a metà; è venuta alta e soffice grazie ad una ricetta che prevede l’uso di acqua nell’impasto. Mentre sorseggio il thè, arriva Liam che invece è già alla 32esima tazza di caffè istantaneo. Saliamo insieme sul ponte, dove troviamo Grant che mi dice subito di essersi svegliato per le mie grida e che stava per alzarsi per mettermi una mano sulla spalla e tranquillizzarmi, cosa che non ha fatto perché mi sono calmato da solo e non ce n’è quindi più stato bisogno.

Parliamo del pitch controller, del fatto che Chris ha deciso di disabilitare il controllo dal pannello dei comandi sul ponte e di usare invece la leva che lo controlla manualmente in sala macchine. Insieme a Lucy sono riusciti a settarlo sul valore desiderato e da quel momento in poi è rimasto stabile per tutta la notte. C’è talmente tanta umidità nell’aria che il deck non è solo bagnato in superficie, è proprio fradicio e ci sono rigagnoli di acqua dappertutto che scendono verso poppa formando delle pozzanghere.

Guardo la scia del motore e vedo un uccellino che si appoggia sul bordo metallico del ponte, ricoperto di gocce. Sbatte le ali, si sposta a piccoli passetti laterali prima verso destra, poi verso sinistra, scuote la testa, si scrolla l’acqua dalle piume e infine vola via. Stava sfruttando i 12 nodi di vento che ci soffiano sul naso, i quali sommandosi ai 10 della nostra velocità diventano 20 nodi totali di vento apparente, per asciugarsi per benino.

Grant mi dice che era con noi da mezz’ora circa; si era messo prima a prua, alla base dell’albero, ma non avendo protezioni davanti a sé si era spostato dietro la base di una sartia laterale, ma anche lì la corrente era eccessiva e aveva infine trovato riparo dietro ad un winch. Da lì si era poi mosso nuovamente per venire a poppa, dove l’ho trovato io.

Guardandomi attorno mi sento parte di un paesaggio che sembra extraterrestre, qualcosa che non avevo mai visto prima e la cui peculiarità è che è piatto, grigio, indefinito e mi ricorda un film visto da bambino, basato sul viaggio di Ulisse nel ritorno a Itaca, in cui la nave era avvolta dalla nebbia, senza riferimenti. Stamattina mi sento un po’ come Ulisse su quella barca. Mi rendo conto solo dopo qualche minuto che la security non sta facendo il turno di guardia sul ponte; ci siamo solo noi tre e questo perché ieri sera alle 23 hanno comunicato che il loro lavoro era finito e che andavano a dormire.

Vado a prua, mi siedo su un winch, osservo il mare e mi faccio investire dal vento che rende il turno di guardia decisamente molto più gradevole dei giorni scorsi. Siamo in mezzo al Mar Rosso, a metà del Golfo e nella sezione centrale. Qui è pieno di sargassi, le alghe che offrono cibo e riparo a pesci di piccole dimensioni, per via delle correnti convergenti. Formano isole di diverse dimensioni, alcune anche molto grandi e anche se non rappresentano un pericolo, se ci passassimo sopra potrebbero creare qualche problema all’elica.

Due ore sono passate velocemente, Liam e Grant sono andati a dormire e io e il comandante ci siamo ritrovati come sempre ad ascoltare la nostra musica. Passa un’ora e le coste di Eritrea e Arabia Saudita si allontanano da noi sparendo dalla nostra vista. Jason va a prua per controllare le cime e contemplare il mare; è come se volesse respirarlo da vicino, per sentirlo meglio e decidere come affrontarlo. Ritorna al timone, verifica il consumo orario del motore e si accorge di un’anomalia. Mi chiede di svegliare Chris, che sta dormendo nella cabina proprio sotto i nostri piedi. Gli chiede di fare una verifica in sala macchine, a seguito della quale abbassano il pitch, l’inclinazione dell’elica, per far sì che i sargassi non si attorciglino ad essa mettendo sotto sforzo il motore.

Faccio qualche giro a prua, veloce e senza sostare troppo a lungo, ritorno indietro, mi avvicino a Jason restando sul lato di sinistra, a fianco a lui e appoggiandomi ad uno dei cavi laterali. Andiamo via piuttosto spediti, tocchiamo quasi 11 nodi in alcuni momenti e all’improvviso un branco di delfini inizia a scortarci seguendo per qualche miglio la nostra rotta. Sono sempre della stessa razza di quelli visti qualche giorno fa, piccoli, agili e molto vivaci e ci intrattengono con le loro evoluzioni fino a lasciarci andare.

Non passano neanche dieci minuti e vedo qualcosa in acqua, una pinna, degli spruzzi, diamine non può essere….e invece sì, alzo l’indice per indicare a Jason il punto e grido: shaaaark!!! Uno squalo a pelo d’acqua, potrei dire uno squalo bianco anche se non ne sono sicuro al 100%, ma nel breve lasso di tempo in cui ho potuto osservarlo bene – era

a non più di tre metri dalla barca – posso dire che era un esemplare di almeno 4 metri, non proprio un cucciolotto. È la prima volta da quando navigo che mi capita di vederne uno così da vicino e mi ha emozionato. Anche per Jason non dev’essere così frequente l’avvistamento perché ha mostrato il mio stesso stupore.

Continuiamo ad ascoltare la nostra musica e apportiamo qualche modifica alla rotta del pilota automatico per iniziare a puntare la direzione in cui si trova la Service Boat. Il mio turno finisce, Lucy come sempre arriva sul ponte all’ultimo secondo utile, alle 10.00 e finalmente posso dedicarmi alla prossima torta e al pranzo. Questa volta sarà alle pesche: salsicce e purè di patate, baked beans, insalata. Sono tutti contenti tranne me perché di mangiare così mi sono stancato già da un po’ e infatti il mio pranzo è la lasagna avanzata ieri.

Dormo 2 ore filate poi mi sveglio, bevo un caffè, salgo sul ponte e mi accorgo all’istante che “la gita in campagna” è finita. La navigazione calma e rilassata che abbiamo fatto fino ad oggi lascia il posto a delle raffiche di vento sostenuto che preannunciano giorni difficili. Il mare monta in fretta e come da previsioni meteo ci ritroviamo ad affrontare onde di 2 metri. Sbattiamo di prua, con una certa violenza, in cucina non è per niente confortevole anche se ormai ci ho fatto l’abitudine. Nonostante tutto continuiamo a mantenere 9 nodi di velocità e questa è la cosa più importante.

Il rendez-vous con la Service Boat per il drop-off del security team è fissato alle 6.05 e avverrà anche questa volta in corsa, senza fermarci. Non sarà facile come quando li abbiamo caricati a bordo, questo è sicuro. Gli ossibuchi sono pronti alle 17.30 e quindi posso seguire le fasi di sbarco prima di dedicarmi ad una torta alle mele, la seconda torta della giornata, e al risotto allo zafferano che accompagnerà la carne. Prima di andarsene, i 4 ragazzi del team vengono in cucina per un selfie con il Chief cook, come mi chiamano loro. Facciamo qualche battuta e poi li accompagno di sopra anche per mettermi a disposizione del comandante qualora abbia bisogno di una mano extra.

La Mother Ship è un bidone arrugginito galleggiante, brutta come poche altre navi e al momento ospita 405 persone che nessuno di noi riesce a spiegarsi come possano vivere tutte assieme in uno spazio così ristretto. Ci stiamo avvicinando al rendez-vous stabilito e riceviamo la chiamata sul VHF per confermare che siamo proprio noi. Il tender militare si stacca dalla nave e ci raggiunge surfando le onde, forte dei sue due motori a idrogetto. Lo vedo saltare da un’onda all’altra esponendo tutta la chiglia bianca. Noi siamo pronti con la scaletta mobile; io resto indietro a fianco a Jason che lo chiede di filmare le fasi cruciali nel caso in cui il tender danneggi la barca. I miei compagni hanno calato 6 parabordi per consentire al gommone di avvicinarsi il più possibile, ma sappiamo che in ogni caso non sarà facile e ci vorrà molta cautela per evitare danni e soprattutto garantire la sicurezza dei quattro che dovranno saltare a bordo. Alla fine le operazioni si concludono alle 18.30 e concordo con Jason di servire la cena un’ora dopo. Cenare da soli, per la prima volta dopo 8 giorni, fa un po’ strano, anche se ne siamo tutti felici.

Pulisco la cucina ballando con la barca che si alza e si abbassa vistosamente. Faccio una doccia calda e finalmente mi metto a letto. Sono esausto e mentre scrivo mi si chiudono gli occhi. Buonanotte a tutti, a domani.

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