Il mondo non aspetta chi corre

Alle 5.20, apro gli occhi naturalmente, ancora prima che suoni la sveglia, e il primo pensiero che mi passa per la testa è che resterei volentieri a letto, se potessi.

Butto l’occhio sul pannello a muro, 5 nodi, andiamo pianissimo e penso di sapere qual è il motivo.

Entro in cucina per preparare la colazione e vedo che il lavello è ancora intasato da ieri sera. È un problema ricorrente su questa barca a causa del sistema scelto per lo scarico, fatto con tubi stretti e due angoli che sicuramente non agevolano il deflusso dei liquidi. Fino ad ora, pur essendo capitato diverse volte, si era sgorgato da solo in poco più di un’ora, ma stavolta sembra essere una faccenda più seria. Bisognerà fare qualcosa perché così è inutilizzabile.

Taglio una fetta di torta di mele, mi verso una tazza di caffè e salgo su dai ragazzi.

Appena metto piede sul deck, ho la sensazione di essere salito su un Toro Meccanico. Il movimento della barca è irregolare per via del mare fortemente increspato ed in aumento. Parlo con Liam che mi conferma il sospetto che avevo: stiamo evitando di infilarci in un fronte di bassa pressione in cui le condizioni di vento e mare sarebbero ancora più severe. Come avevamo fatto durante la traversata dell’Atlantico, rallentiamo per far passare il maltempo e metterci in coda.

L’alba di oggi è particolarmente luminosa, quasi accecante, l’aria è poi fresca del solito e sono quasi tentato di scendere in cabina a prendere una felpa ma in meno di 20 minuti, con l’alzarsi del sole, sale anche la temperatura e non ce n’è più bisogno.

Grant si ferma un po’ di più con noi, invece che andare a dormire come da norma. Sembra volersi godere il momento come sto facendo io.

Guardando il teak, a poppa, noto che è stato bagnato da poco e prima ancora di farmi qualche domanda in proposito sul come sia successo, un’onda risale la forma affusolata dello scafo di poppa e spruzza fino a 3 metri di altezza l’acqua del mare che ricade proprio davanti a me. È un fenomeno strano, di solito l’acqua non bagna il ponte in questo modo però qui ci sono due fattori che lo rendono possibile: le onde corte e ravvicinate che fanno sì che una barca di queste dimensioni si trovi con la prua in risalita dell’onda quando la poppa è ancora in discesa e, come dicevo prima, la forma della “coda” affusolata e tondeggiante.

L’effetto collaterale della cosa è che la pompa in sentina del “lazarette”, come viene denominato in inglese, suona in continuazione. Le prime due volte ci limitiamo a silenziare l’allarme e aprire la botola che dà appunto sul lazarette, ovvero sul vano di poppa in cui sono alloggiati i controlli del pilota automatico e dell’apertura del garage.

Alla terza volta siamo costretti a svegliare Chris poco prima delle 9, orario in cui si sarebbe comunque alzato. Prende la sua borsa degli attrezzi e fa una cosa che io, lo ammetto, non sarei in grado di fare. Entra nel vano e si fa chiudere dentro da Jason. Intendo proprio chiudere a tenuta stagna perché altrimenti alla prima onda che spruzza da poppa, il vano si allagherebbe. Ovviamente ha la radio con sé con la quale comunica con noi. È alla ricerca del sensore che fa scattare l’allarme per verificarne il corretto funzionamento ed eventualmente procedere alla sostituzione dello stesso. Ora, a parte il senso di claustrofobia che sfido chiunque a non provare stando li sotto, ma il mare….io lo sto già sentendo e non oso immaginare lui come possa sentirsi stando al buio e al chiuso. Ancora una volta rimango stupito da ciò che fanno i miei colleghi.

Dopo 40 interminabili minuti il problema è risolto ed esce dal lazzaretto sudato fradicio.

Sono le 9.59.58 quando Lucy esce sul ponte, come sempre spaccando il secondo e sfruttando fino all’ultimo momento utile per finire di fare colazione. Nessuno le ha ancora spiegato che sarebbe meglio mostrarsi 5 minuti prima dell’inizio del turno e lei evidentemente pensa che vada bene così. Non sta a me dirglielo, quindi la saluto e scendo giù in cucina.

Appena mi avvicino al banco mi vengono in mente le parole di una celebre canzone: balliamo, è da tanto tempo che non lo facciamo…

Passo la prima ora a litigare con pentole e attrezzi e a sudare otto camicie fino a quando riconosco che sono al limite: è il momento di prendere la Dramamina. Inutile soffrire, preferisco prevenire e stare meglio velocemente.

Viste le condizioni del meteo decido di preparare la Chowder, la zuppa di pesce del New England, che avevo provato a fare durante la traversata. Stavolta ho cercato e trovato una ricetta più simile a quella che conosce Jason, fatta di pesci misti e non solo di vongole. È venuta buonissima, ne abbiamo mangiati due piatti a testa ed entra di diritto nelle ricette da riproporre nei prossimi imbarchi. Avendo finito tutto il pane da toast penso che nel pomeriggio farò un pane in cassetta.

La Dramamina comincia a fare effetto quasi subito e quel leggero fastidio che avvertivo sparisce in fretta ma insieme a questo sento una stanchezza crescente che è il tipico effetto collaterale al quale sono ormai preparato e dopo pranzo, infatti, mi stendo a letto dormo due ore piene che mi riposano e consentono di ripartire in condizioni fisiche ottimali.

Per precauzione avevo già deciso che la cena sarebbe stata hamburger e patatine quindi non ho molto lavoro da fare in cucina e sfrutto il tempo “libero” per fare una torta insieme al pane.

È una giornata bellissima, con un sole pieno che entra di prepotenza dall’oblò della cucina abbagliandomi più volte. Jason esce dalla sua cabina, passa di fronte al mio banco e mi dice sorridendo: “what’s going on up there? Look out of your window.” Il mare è in aumento, lui lo sapeva bene avendo scaricato più volte le previsioni meteo e l’ha sentito dal suo letto. Da buon comandante vuole essere al comando nel momento che conta.

Mentre sto infornando il pane, un’onda più alta e ravvicinata ci fa sbattere così violentemente che la placca mi cade da una mano e sbatte sul portello di vetro del forno. Per fortuna non si rompe ma devo ricordarmi di mantenere sempre una presa ferma e sicura per evitare che ricapiti.

Il pane cuoce in 30 minuti, tempo che trascorro sul divanetto della crew mess pensando al fatto che in 11 giorni abbiamo fatto fuori 16 confezioni di pane. Questo perché i 3 dello Sri Lanka oltre al riso di cui non potevano fare a meno, mangiavano anche un sacco di pane burro e marmellata. Tre fette a colazione, tre al pomeriggio come spuntino.

Gli hamburger sono pronti, così come tutti gli altri ingredienti e le patatine fritte. Mi siedo al tavolo e arriva Jason col quale ceno velocemente. Mi dice che faremo tappa a Sharm El Sheik per recuperare un pezzo di ricambio che è stato fatto spedire lì e che potrò quindi fare cambusa in uno dei supermercati locali. Sarà una sosta di un giorno, da mattina a sera credo, poi ripartiremo per entrare nel canale di Suez.

Pulisco la cucina, esco a poppa per vedere il tramonto e rientro nella mia cabina. Potrei svenire adesso, seduta stante, ma non posso. Mi forzo a rimanere sveglio, so che devo sbarazzare il banco, sto solo aspettando che tutti finiscano la loro cena.

Passa mezz’ora, sento che i rumori in cucina cessano e quindi posso terminare la mia giornata lavorativa, cosa che faccio in 5 minuti. Tiro fuori dal freezer le ribeye steak per il pranzo di domani e ritorno.

Doccia calda, bottiglietta d’acqua a portata di mano, seconda Dramamina precauzionale, sono pronto per dormire.

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