Il mondo non aspetta chi corre

Mi sveglio barcollando, faccio fatica persino a fare i due passi che separano il letto di Grant dalla porta del bagno. Andiamo sempre piano ma è evidente che il mare e il vento si sono rinforzati ulteriormente. Camminare nel corridoio tra la crew mess e la cucina assomiglia al percorso di un roller coaster. Devo tenere una mano sul muro fino a che non arrivo al banco dove posso poggiarle entrambe per avere la stabilità necessaria a preparare un caffè, che a quanto pare è l’unica colazione possibile in queste condizioni.

Esco sul ponte e la situazione è decisamente più interessante di ieri. Puntiamo a nord ovest, il vento arriva da nord e le onde investono con forza la parte alta del mascone di dritta spruzzando tutta la barca. Nella notte abbiamo superato il confine tra l’Eritrea e il Sudan, davanti alle cui coste stiamo navigando in questo momento.

Nonostante la temperatura sia ancora abbastanza mite, oggi non ci sono dubbi, devo indossare una felpa. Scendo in cabina a prenderla prima che siano le sei, quando inizio ufficialmente il turno di guardia.

Grant oggi non si ferma a chiacchierare come fa di solito e fila dritto a letto a riposare. Liam mi dice che le ultime 3 ore sono state un po’ faticose per via del fatto che l’allarme del lazarette continua a suonare e Grant doveva fare la spola dal deck alla sala macchine per silenziarlo. Andare su e giù in coperta una decina di volte con questo mare, ti fa sentire la stanchezza in fretta, se poi ci aggiungete che il suo turno inizia alle 2 e finisce alle 6 capite bene il perché non vedesse l’ora di andare a dormire.

Dalla ruota del timone, dove stiamo quando siamo di guardia, veniamo investiti continuamente dagli spruzzi che il vento nebulizza e fa arrivare fino a noi. Tolgo gli occhiali da sole perché passo più tempo a pulirli che a tenerli addosso. Dopo un’ora e mezza circa mi rendo conto di avere sale ovunque, sulle mani, sul viso e sulla felpa stessa che è ormai quasi bagnata. Sono vantaggi e svantaggi di essere a bordo di una barca open, cioè senza ponti sovrastanti. Ti godi il mare fino in fondo, sia nel bene che nel male.

L’alba di oggi è stata un po’ più colorata del solito, con qualche tonalità arancione, niente di particolare, ma la cosa che apprezzo di più è il riflesso che genera sull’acqua, lo Yakamoz, così lucido e brillante da assomigliare ad un immenso foglio di carta stagnola appoggiato sulla superficie dell’acqua.

Siamo in mezzo ad un mare costellato da creste bianche, segno che le raffiche di vento sono costanti così come le onde che stiamo affrontando. Riesco a misurarle semplicemente guardando dove arrivano quando siamo nella parte più bassa dell’onda. Il ponte è a 1,80 metri dalla linea di galleggiamento e le onde ci sovrastano di almeno 50 cm, quindi sono alte due metri e forse qualcosa di più. Quando Jason dà il cambio a Liam, gli chiedo come mai sul computer di bordo l’orario sia diverso da quello dei nostri orologi. Lui guarda il monitor, non risponde, scende in coperta, ritorna sul ponte e mi dice ridendo: hai appena vinto un’ora extra di guardia. Portiamo indietro l’orologio di un’ora per adeguarci al fuso orario egiziano che è a +2 dall’UTC (Coordinated Universal Time), ovvero dall’orario di Greenwich.

La cosa mi fa buon gioco perché la carne avrà un’ora in più per scongelarsi. Ieri sera abbiamo finito le ultime verdure fresche, adesso rimangono solo 3 sacchi di patate e le verdure surgelate. Sia io che Jason non ci spostiamo dalle nostre postazioni se non per muovere le gambe che dopo un po’ si indolenziscono mantenendo la stessa posizione troppo a lungo.

Mi incanto a guardare le onde a prua che vengono divise dallo scafo sparando in aria getti d’acqua che vengono subito polverizzati dal vento e dal momento che il sole è alle nostre spalle, il riflesso li colora creando un effetto arcobaleno che conosco bene e che ho ribattezzato “arcobaleno spray”, perché dura un paio di secondi, giusto il tempo di uno spruzzo con uno spray. Non c’è molto da fare in queste condizioni, non ci sono reti da pesca da temere d’occhio e nemmeno delfini da ammirare. Quando il mare è così, ruba la scena a qualsiasi altra forma di vita. Gli unici esseri impavidi che sfidano onde e vento sono i pesci volanti, ma anche loro riducono il raggio dei salti e non appena sbucano dall’acqua, si immergono pochi metri dopo.

Alle 10 Jason incrocia nella crew mess Lucy, che non sapendo del cambio di orario stava per venire a darmi il cambio. Resta giù ancora una trentina di minuti e poi sale su e mi dice che rimane lei di guardia insieme a Jason, così io posso scendere e andare a preparare qualcosa. Patate al forno e costolette di manzo, con questo tempo non mi faccio venire grandi fantasie culinarie. Mangiamo in due gruppi e quando tutti hanno finito, rientro in cabina dove riesco a dormire un’ora e mezza nonostante le botte che prendiamo e gli scossoni che mi fanno sobbalzare sul letto. Se continua così, e continuerà così fino a martedì quando dovrebbe migliorare leggermente, stasera dovrò tirare su la sponda laterale del letto, grazie alla quale eviterò di cadere per terra nel sonno.

Nonostante tutto sarà una giornata relativamente tranquilla perché le attività di tutti sono ridotte al minimo, un po’ perché gli spostamenti a

bordo sono limitati e un po’ perché preveniamo facili infortuni. Stamattina durante uno dei controlli orari fatti in sala macchine ho rischiato di sbattere la testa più volte sulle condutture poste sul soffitto.

Chris e Clarkne approfittano per dormire, Grant si dedica alla riparazione del cassetto della spazzatura, il cui pulsante premi/apri si è rotto due giorni fa e non rimane chiuso. Sbandando continuamente succede che si apre e prima o poi potremmo ritrovarci con l’immondizia ovunque. Io impasto dell’altro pane e poi mi butto a letto. Mi sveglio due ore dopo con un pensiero: ma le scarpe che avevo lasciato sul molo del cantiere il giorno in cui siamo partiti, dove sono? Normalmente prima di partire qualcuno dell’equipaggio le prende e le porta tutte a bordo, ma in questi giorni non le ho viste da nessuna parte. E infatti non ci sono… Lucy che ha prese tutte le infradito, le ha lasciate dov’erano. Smadonno in silenzio per venti minuti, poi mi rassegno perché tanto non c’è nulla che possa fare. Ne comprerò un paio a Napoli così da non dover tornare a casa infradito, visto che credo la temperatura non lo consenta ancora.

Mi metto ai fornelli e inizio a preparare la cena che è pronta con venti minuti di ritardo perché il salmone non si scongelava mai. Finiamo di mangiare abbastanza in fretta, cosa che mi consente di pulire e riordinare velocemente e di essere libero di andare a fumare l’ultima sigaretta della giornata a poppa. Liam si è messo lo spray-top, la giacca a vento impermeabile, e nel buio della notte stento a vederlo in faccia. Non è nemmeno possibile parlare perché il vento, che adesso invece è proprio dritto a noi, risuona su entrambe le orecchie e rende impossibile udire qualsiasi altro suono. Non mi resta che raggiungere Grant in cabina, fare la doccia e sdraiarmi sul mio letto. Anche per oggi è tutto, buonanotte.

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