Il mondo non aspetta chi corre

Day 17 – da Sahagun a Mansilla de las Mulas

38 km, due in più dei 36 previsti. Stessa sofferenza, stessa fatica di ieri, ma sono arrivato a destinazione senza esaurire ogni riserva di energia. Non era scontato, anzi, visto lo stato fisico in cui mi trovo, ogni giorno è un traguardo. Mentalmente mi aiuta sapere, sentire dentro di me, la certezza che arriverò a Santiago, ma nel contempo tengo i pensieri concentrati solo al domani, alle prossime 24 ore.

È stata una giornata di grandi bilanci, di riflessioni che sono arrivate a una conclusione portando qualche risposta interessante ed è stata anche una giornata caratterizzata dall’ispirazione. Più volte mi sono fermato lungo la strada per prendere un appunto, per fissare un concetto che sentivo sarebbe potuto scappare via. Diverse foto, una in particolare stupenda (per me).

In questo racconto accorcerò un po’ la cronistoria della giornata riducendola a ciò che realmente conta e darò invece più spazio a ciò che ha generato dentro di me perché penso sia la parte più interessante e più degna di essere condivisa. La speranza è che venga letta e interpretata per ciò che è, ovvero un punto di vista intimo e personale. Non ho né la pretesa, né l’aspettativa di ergermi a filosofo dei giorni nostri, anche perché non ho né gli strumenti né le capacità per farlo. Ma veniamo a noi.

Sveglia alle 6.15, circa 30 minuti prima dell’accensione delle luci in camerata. Doccia e preparazione dello zaino in timing perfetto con Matteo. Scendiamo giù in strada, entriamo nell’hotel di fronte al nostro Albergue per fare colazione, che per la prima volta mi ha fatto esclamare: Grandissima Prestazione. Croissant di ottimo livello, succo d’arancia fresco, frutta, ma soprattutto il primo vero caffè ristretto che ci ha fatto perfino fare un applauso al barista. Bisogna dare a Cesare ciò che è di Cesare.

Critichiamo continuamente, a ragion veduta, la mancanza del senso di ospitalità degli spagnoli che gestiscono bar e ristoranti che incontriamo lungo il cammino. Stavolta, finalmente, uno che va elogiato. Ci mettiamo in marcia, insieme, imprimendo subito un gran passo alla camminata. Creme, spray e pastiglie hanno fatto sì che mi sia svegliato senza dolori fortissimi e quindi sembrava tutto bene.

Usciamo dal paese e attraversiamo un ponte Romano, famoso per essere stato teatro di una battaglia sanguinaria condotta da Carlo Magno contro i Mori in cui sono morti 40.000 cristiani. Da lì in poi il cammino costeggia la strada statale e, come è ovvio, non offre alcuno spunto interessante. Raggiungiamo il primo paesino, a 10 km dalla partenza, dove troviamo anche Helena e Rafa con cui facciamo uno spuntino e con cui ci rimettiamo poi in cammino.

Rafa accusa qualche acciacco e procede più lentamente del solito, quindi rimangono un po’ indietro. Io sto apparentemente bene ma non riesco più a tenere il passo di Flo, che oggi viaggia con un filo di gas, né quello costante e metodico di Matteo. Ci ritroviamo quindi in fila indiana, distanziati di qualche decina di metri. Siamo insieme ma siamo soli, questo è il bello del cammino.

Sono le 11.30, il sole si alza in cielo, scalda l’aria e si sente dentro le giacche. A turno ci fermiamo e togliamo uno degli strati di abbigliamento. Matteo, che è il più caloroso di tutti, resta in maniche corte. Sento che posso mantenere una buona velocità nonostante il dolore al tendine sia lì a ricordarmi che prima o poi presenterà il conto.

Non posso e non voglio curarmene perché avverto un impulso più forte del dolore. È il desiderio di continuare i pensieri che si erano innescati qualche giorno fa. Sento che le risposte stanno arrivando, sono piccoli lampi che si infiltrano in pensieri disordinati. Abbasso di due tacche il volume della musica e lascio che l’inconscio scelga in quale ordine rappresentare queste elucubrazioni.

Non è servito aspettare molto e la prima di queste si presenta in tutta la sua chiarezza. È la risposta alla domanda “Chi sei veramente” su cui mi ero soffermato un po’ anche negli ultimi giorni. La definizione che ne consegue è che “Sono un pensatore idealista, innamorato della vita e affamato di emozioni, alla continua ricerca della risposta all’unica domanda che (per me) conta davvero: quando sentirò che sia veramente valsa la pena aver vissuto questa vita?”. Essendo un pelino cerebrale quando si tratta di analizzare e sviscerare una questione di questo tipo, la risposta non poteva che contenere un’altra domanda, ma la definizione mi piace e la sento aderente come la maglia termica che indosso e che è ormai diventata una seconda pelle.

Senza rendermene quasi conto percorro 10 km in due ore spaccate raggiungendo sia Matteo che Floriano che si sono fermati a El Burgo Ranero, un comune di 850 abitanti anch’esso deserto, fatta eccezione per uno spazzino che parla con una signora anziana mentre fa il suo lavoro e un cane spaesato, probabilmente fuggito dal giardino di qualche casa. Non ci sono attività commerciali aperte, niente di niente, o forse ce n’è una ma noi abbiamo seguito Matteo che qui conosce un posto unico, romantico e magico. È un edificio pubblico, dedicato al descanso, totalmente gratuito composto da un’ampia cucina attrezzata e allacciata al servizio idrico ed elettrico, un salone con panche e tavoli e diversi letti al piano superiore. Al

centro del salone c’è una stufa a legna e in un angolo uno scatolone con abiti e calzature lasciate dai pellegrini. Sono indumenti che possono essere presi liberamente e incarnano lo spirito di condivisione e solidarietà dei pellegrini di ogni nazione e cultura che si ritrovano a solcare queste strade e visitare questi luoghi. A Granon, giorni fa ho preso una felpa che mi ha salvato dalla bronchite certa. Ingenuamente non ne avevo portata nessuna con me e non sarebbe stato possibile farne a meno. Nessuna grande città nelle vicinanze, solo paesi fantasma, quindi non ci ho pensato due volte e l’ho messa nello zaino. Adesso però ho fatto acquisti, a Burgos per la precisione e quella felpa non serviva più, era superflua ed era giusto che tornasse a far parte dell’equipaggiamento comunitario così è entrata al volo dentro quello scatolone. La pausa è stata provvidenziale, avevo bisogno di far respirare i piedi ma soprattutto di dare tregua al tendine d’Achille sul quale finalmente, anche grazie all’aiuto di Helena che è medico, sono arrivato a una diagnosi. Parte tutto dall’intervento al crociato anteriore del ginocchio sinistro, avvenuto nel 1995 e a causa del quale ho iniziato a deambulare nel modo sbagliato. Ci sono voluti anni prima che me ne rendessi conto ma fino ad oggi non avevo sentito la necessità di correggere il mio modo di camminare. Il meccanismo inconscio di protezione dell’arto operato mi ha portato a caricare correttamente il peso solo sul piede destro, mentre il movimento che compio con il piede sinistro, interrotto quando le dita dovrebbero spingere sul pavimento, fa si che il carico si riduca sensibilmente. A parte il difetto di deambulazione e forse qualche ripercussione sulla schiena, non ho mai patito grandi dolori né dovuto affrontare particolari difficoltà. Succede però che un giorno decidi di percorrere il Cammino, succede che superi i 450 km e come è normale che sia anche questo nodo viene al pettine. Ecco che il tendine della gamba destra si infiamma ma vi invito ad osservare il polpaccio della stessa gamba che grazie alle proteine e all’allenamento quotidiano mi ha regalato due gemelli in stile Swarzy. Credo che al ritorno a casa dovrò vivere H24 sullo step per riuscire a portare il polpaccio sinistro al livello del destro. Matteo scalpita per camminare e parte per primo, Flo è impegnato in una telefonata ma parte poco dopo, io sento di essere ispirato e voglio scrivere ciò che sento e che mi passa per la testa. Torno in strada 10 minuti dopo per affrontare un tratto di 12 km che mi separa dalla prossima sosta. Si rivelerà interminabile ed estenuante, caratterizzato da un sentiero drittissimo, che taglia tutti i campi e costeggia una stradina periferica molto poco trafficata. Bello da vedere, verde, con tanti mini boschi, un campo di addestramento al volo aereo e diverse aree di descanso immerse nella natura. Il paesino non arriva mai, mai, mai. Ad ogni salitina, dopo aver superato i 9 km, ho sempre sperato di mettere in vista un campanile, una chiesa o una banalissima casa, qualcosa da poter mirare con precisione e da dare in pasto al cervello che stava per dare segni di cedimento. Niente da fare, non una tegola, non un mattone, il nulla assoluto, ma mentre penso a questo e quasi impreco per il nervosismo generato dall’impazienza mi rendo di una cosa che sul momento mi sconcerta: ho messo il silenziatore ad ogni dolore. Con il cervello impegnato non sento niente. Il dolore, i dolori sono lì, non sono minimamente passati, forse sono addirittura peggiorati ma posso premere il tasto “mute” e fare la mia strada. Mi sento come se avessi acquisito un super potere e in meno di un secondo mi chiedo se posso fare lo stesso anche con i pensieri che mi assillano, quelli che sembrano essere in loop. Diamine, ma perché no? Certo che lo posso fare, mi basta fare l’opposto, prestare attenzione al fisico, alla natura, alle persone che incrocio come ad esempio una coppia di mezza età che mi si para davanti in prossimità di un’area di riposo. Queste modeste rivelazioni inaspettate mi rinvigoriscono e guardando l’orologio scopro di viaggiare a 6.5 km/h. Sono consapevole che per quanto mi senta in grado di farlo non posso non considerare la tappa nel suo insieme. Non è una gara e non ci sono vincitori, l’unica cosa che conta è arrivare a destinazione senza aver consumato la riserva così da potersi ricaricare con le ore di riposo a disposizione e soprattutto prevenendo stupidi infortuni. Rallento leggermente, respiro a pieni polmoni, i passi si allungano e si distendono e alla fine, dopo quasi un’ora, intravedo Matteo e Flo che stanno bevendo una San Miguel davanti a un mini market. Ci arrivo stremato, ma ci arrivo. Il premio è un boccadillo con queso, hamon e tomate e la stessa lattina di San Miguel dei ragazzi. Siamo circondati da gatti randagi, di paese, in attesa di cibo gratis. Controllano attentamente ogni nostro movimento e si avventano su ogni singola briciola di pane che cade a terra. Non c’è una gran fretta di ripartire, io sicuramente non ne avevo e anzi la mia priorità era recuperare fisicamente il tanto che bastava per completare la tappa, cioè 6 km, morbidi come il velluto.

Ecco la correzione:

“Per questo, dopo aver finito il panino, entro nel market e compro una tavoletta di nocciolato, acqua per riempire le borracce e succo d’arancia. Theo, il proprietario, un signore di 69 anni, si dimostra cordiale e simpatico. Quando vedo che ha una macchinetta del caffè della Illy, non resisto alla tentazione di berne uno. Il caffè è buono, e lui si dimostra anche generoso quando gli chiedo una sigaretta, che mi offre senza esitazione. Ci rimettiamo in moto, con molta fatica da parte mia per almeno 1 km e mezzo, ma aumentiamo gradualmente la velocità e ci assestiamo su un più che accettabile 4.5 km/h. È importante arrivare prima del buio perché la statale è vicina e le macchine viaggiano ad una certa velocità, quindi è meglio non essere in strada dopo il tramonto. Quel tramonto, però, è stato speciale, al punto che per alcuni istanti mi ha emozionato, evocando il ricordo dei tramonti in Atlantico. Dopo diversi tentativi, sono riuscito ad imbrigliarlo nello scatto definitivo, cosa che mi ha fatto sentire soddisfatto. Da quel momento in poi, tre canzoni che io e Flo abbiamo ascoltato e cantato a squarciagola e con le quali siamo arrivati all’Albergue: “Miss Sarajevo” (Bono e Pavarotti), “I’ve Got You Under My Skin” (U2 e Sinatra) e, infine, l’intramontabile “New York, New York” cantata da The Voice sul finire della carriera, nelle cui strofe finali stira le parole a tal punto da fra-gracchiare quella che per me è la più bella voce maschile che il genere umano abbia mai conosciuto. Per oggi è tutto; domani sarà un altro giorno importante, sarà una tappa corta ma significativa, ma ne parlerò domattina.

Hang loose, guys! A domani.”

Hang loose everybody, a domani.

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