Il mondo non aspetta chi corre

Day 19 – da León a San Martín Del Camino

Dopo esserci svegliati e aver fatto la prima colazione in ostello, ci siamo diretti verso la Cattedrale di Leon, che non avevo visto nemmeno in foto e che mi ha stupito per la sua bellezza e la sua imponenza. Essendo in stile Gotico ed essendo stata costruita più o meno nello stesso periodo, assomiglia molto a Notre Dame.

Ritornati sul percorso del Camino, ci siamo messi alla ricerca di un bar aperto nel quale fare la seconda colazione e un bar italiano, di proprietà di un italiano, ci ha consentito di mangiare un buon croissant e di bere un vero espresso.

La cosa di cui ci siamo resi conto all’istante era che il bar era colmo di pellegrini, tutte facce nuove che non avevamo visto nelle tappe precedenti. Leon è una tappa di partenza molto comune per chi vuole fare un Cammino ridotto.

Si trattava di comitive piuttosto nutrite di persone di mezza età e anche più giovani che hanno probabilmente comprato in pacchetto organizzato da qualche agenzia di viaggi specializzata. Camminano con uno zainetto molto piccolo sulle spalle e fanno spedire le valigie direttamente alla tappa successiva. Grazie al minor peso da trasportare riescono a camminare molto più veloci di noi.

La prima parte del tragitto di oggi prevedeva di uscire da Leon e dalla sua periferia per poi costeggiare la statale fino a San Martin del Camino, circa 26 Km più avanti.

I ragazzi erano in forma, così come lo ero io, ma il loro passo era troppo veloce per me che invece volevo prenderla con calma. Non avevo voglia di pensare o di isolarmi dal mondo, avevo solo voglia di tenere un ritmo blando e di procedere ascoltando musica.

Pertanto, quando Flo si è accorto che mi stavano staccando, si è girato e mi ha chiesto se ero ok e non ha battuto ciglio quando gli ho fatto cenno di andare via liberi.

Si sono involati, presi da chissà quali discorsi, e li ho visti scomparire all’orizzonte dopo circa una mezz’ora.

Stavo comunque tenendo un buon passo, oltre i 5 Km/h, sentendo che le gambe avevano forza e brillantezza a sufficienza per essere costante.

Ho lasciato che Spotify decidesse i primi brani da ascoltare, ma dopo una decina di brani ne ho ascoltato uno che mi ha fatto venire voglia di intervenire sulla scaletta: era “Tonight, Tonight” degli Smashing Pumpkins. Radio del brano e un’altra ora di musica era garantita, ma dopo quell’ora ho voluto spegnere tutto e ascoltare solo il suono del mio respiro.

C’è un momento quando cammino in silenzio, ascoltando il ritmo dei miei polmoni e tenendo lo sguardo fisso a terra, in cui ho la sensazione che la strada si arrotoli dietro le mie scarpe, come se me la stessi portando a casa. È una sensazione che faccio fatica a spiegare, ma è come se ogni km percorso entrasse dentro di me per sempre.

Ora, se mi chiedete il nome del paese in cui ho dormito tre giorni fa, non lo ricordo nemmeno, ma se riguardo le foto che ho scattato ho l’esatta percezione di ogni km percorso, di ogni fotogramma è stato catturato dagli occhi e di ogni sensazione provata. È un bagaglio di ricordi che spero resti con me per sempre.

Ero assorto in questi pensieri quando ho visto davanti a me, a circa 500 metri, Flo e Matteo con una terza persona di cui non riconoscevo né la sagoma né i colori dello zaino e poteva essere solo qualcuno di “nuovo”.

Li raggiungo quando si stanno rimettendo in moto e Flo mi viene incontro dicendomi che si trattava di una ragazzina al suo primo giorno di cammino. L’hanno vista camminare completamente piegata in avanti a causa di un’errata regolazione degli spallacci che le facevano portare tutto il peso sulle spalle anziché sui fianchi.

L’hanno fermata e aiutata a regolare meglio la distribuzione del peso garantendole di non soffrire inutilmente e di procedere a passo più spedito.

Il sentiero a bordo strada è fatto di sassi ed erba battuta, un po’ come le stradine di campagna dove passano i mezzi agricoli per spostarsi da un campo all’altro. La suola delle scarpe faceva scricchiolare i granelli di ghiaia più sottili e il rumore mi disturbava, quindi ho cominciato a cercare di camminare quanto più possibile sulla superficie morbida dell’erba.

Il beneficio è duplice perché si evitano anche le sollecitazioni alle piante dei piedi. Sembra una cosa banale ma non lo è per niente perché dopo 20 Km di passi sulle pietre non c’è suola che tenga, i piedi fanno male.

A pensarci bene questa è una delle cose che si impara più in fretta: adattarsi alle condizioni mutevoli del contesto. Si cammina su fondi molto eterogenei passando dallo sterrato, alla terra, al fango, all’asfalto e il modo in cui si appoggiano le scarpe a terra deve cambiare col suolo. È un buon allenamento alla vita, in senso metaforico, e col passare dei giorni si acquisisce la capacità di anticipare questi cambiamenti, rendendosi conto che il passo è il proprio miglior amico.

Aiuta a prevenire e a ridurre il dolore, consente di decidere in quanto tempo portare a termine la tappa e infine genera un cambiamento anche nel modo di concepire le distanze. Si, perché se penso a prima di affrontare quest’avventura e a cosa consideravo “lontano” raggiungere a piedi, adesso è tutta un’altra storia. Pensare di camminare 20 Km non solo non spaventa, ma sembra perfino una passeggiata rilassante.

Arrivo al

primo paesino dove Flo e Matteo si sono fermati a fare merenda. Entro nel bar, consumiamo un pincho de tortilla e una spremuta d’arancia e ritorniamo al nostro lavoro.

Anche stavolta li lascio allungare, ma al contrario di prima voglio andare avanti con la musica. La modalità random su una delle mie playlist riproduce “Aeroplane” dei Red Hot il cui ritornello dice: “Music is my aeroplane”. Quasi una profezia perché controllando l’orologio mi accorgo di essermi assestato su un 5.8 Km/h quando sto per raggiungere la new entry del gruppo, Jenna, che si sposta a sinistra e mi dà strada.

Tolgo l’auricolare e le chiedo se le nuove regolazioni dello zaino le stanno facendo bene. Lei mi guarda sorpresa, non mi aveva visto prima, e rimane ancora più sorpresa quando le dico che al primo giorno di marcia è normale dover fare i conti con questo tipo di accorgimenti essenziali. Mi chiede come faccio a saperlo e le rispondo che sono i due ragazzi che l’hanno aiutata e che sono stati loro a dirmelo.

Lei sorride e guardandola mi rendo conto che ha il respiro affannoso e mi sento di darle il secondo consiglio della giornata: “Take your time to find your rhythm and you’ll find it, just keep it”.

Mi ringrazia, la saluto col consueto “Buen Camino” e riprendo la mia andatura.

Passano le strade, i campi, le case e con loro anche i Km. Quasi non me ne accorgo ma sto camminando da 4 ore quando mando un messaggio a Flo per sapere che programmi hanno. Normalmente ci fermiamo tre o più volte ad ogni tappa e infatti hanno già messo in vista il ristorante in cui pranzare. Io non ho fame, non voglio raffreddarmi e quindi proseguo fermandomi in un negozio di frutta e verdura dove compro tre clementine e una banana che mangio in movimento.

Voglio arrivare in fondo, senza soste ulteriori, per vedere come si comporta il fisico e per mettermi sotto la doccia calda al più presto possibile.

Concludo la tappa in sei ore circa, pause incluse, e quando arrivo all’ostello sento di essere ancora in forze, stanco ma soddisfatto.

Il posto è carino, gli hospitaleros accoglienti e gentili come sempre e le camerate sufficientemente confortevoli.

Passiamo il pomeriggio rilassandoci, guardando la partita del Brasile che è finita da poco, ma soprattutto aspettando la cena che stiamo per divorare avidamente.

Hang loose guys, a domani.

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