Il mondo non aspetta chi corre

Ieri sera, ore 21.45, finito di cenare e dopo aver sistemato la cucina sono uscito a prendere una boccata d’aria.

Quando stavo salendo le scale del Fly ho sentito che il freddo del Mediterraneo entrava di prepotenza in coperta. Tornato indietro a prendere maglioncino e giacca che tutto sommato in questi giorni avevo usato saltuariamente, sono uscito sul Fly e.…sorpresa. Eravamo dentro lo stretto, sul lato di dritta avevamo la costa marocchina, con le sue colline sul mare e le luci della città che si riflettevano sull’acqua. Nella parte più alta del ridosso campeggia una scritta luminosa in Arabo, credo sia una cosa tipo “Benvenuti in Marocco” anche se non ho mai appurato se è così o meno. Sul lato di sinistra si intravedeva Gibilterra, che era più distante dalla nostra posizione visto che ci stavamo tenendo proprio in mezzo al canale. La conformazione geografica dello stretto è molto particolare così come lo è la suddivisione dei territori tra Spagna, Marocco e Regno Unito. Gibilterra è appunto territorio Inglese all’interno del territorio spagnolo. Ceuta, dalla parte opposta, è territorio Spagnolo in terra Marocchina. Talmente piccola da poter essere superata da un qualsiasi comune delle campagne italiane.

Passare attraverso lo stretto mi emoziona e mi diverte. Sicuramente perché rappresenta la porta d’ingresso del Mediterraneo e quindi di un mare che suona più familiare, oltreché per il fatto che significa che in due giorni, massimo tre, sarò a terra. Diciamo che venendo da una traversata, entrare nel Mediterraneo è come imboccare la strada di casa dopo che si è stati lontano per un lungo periodo.

C’è poi l’aspetto mitologico, le colonne d’Ercole, ciò che ha rappresentato nei secoli, quando non esisteva il canale di Suez ed era l’unico sbocco del Mediterraneo. Così come trovo surreale pensare che su questo stesso fazzoletto d’acqua hanno navigato le navi più leggendarie di ogni epoca. Ecco, tutto questo messo assieme mi ha fatto esclamare “wow, terra!”. Ero l’unico a non essersene ancora reso conto, perché ero in cucina e non ho mai indirizzato lo sguardo verso l’oblò, quindi verso l’esterno.

Mi sono soffermato come sempre a godere un po’ della calma della notte che ieri sera aveva più il sapore di una cartolina da portare a casa.

Dopo qualche ora entrambe le coste si sono “allargate, e da quel momento in poi abbiamo visto solo la costa spagnola, che stiamo fiancheggiando anche ora e che abbandoneremo solo quando saremo in prossimità di Ibiza.

Dopo aver indugiato ancora un po’ a poppa, rientro al caldo e raggiungo John che sta cenando in solitudine. La TV della Crew mess è accesa e sintonizzata sul monitor di bordo, che mostra la nostra rotta sulla mappa. È comoda per gli ufficiali di guardia qualora si allontanino dal Fly per venire a mangiare qualcosa. Il traffico da queste parti è infernale e bisogna controllare continuamente le rotte di ogni nave che incrociamo per evitare le collisioni.

Mentre stiamo chiacchierando del più e del meno sentiamo un rumore sotto lo scafo, ripetuto. Qualcosa che rotola e sbatte. Scattiamo in piedi e raggiungiamo Raymond, con noi anche Sophie e Ben che sono stati svegliati dal rumore. Il comandante ci guarda e ci dice: “fishing boe, guys”. In effetti non è suonato nessun allarme e questo avrebbe dovuto farci pensare, però l’istinto è stato quello di chiedersi subito cosa fosse.

Più di qualcuno durante la traversata mi ha detto di tenere duro e ne ho colto ovviamente il significato più intrinseco di sostegno e manifestazione di vicinanza. C’è tuttavia una cosa che ho probabilmente trasmesso in modo minore. Affrontare una traversata atlantica, così come navigare per lunghi periodi in qualsiasi altro mare è certamente un’esperienza forte, intensa, stancante e psicologicamente dura. Ma è una prova di forza e di residenza che per chi, come me è molto altri, ha deciso di affrontare, fa parte di un’idea e uno stile di vita che vanno oltre il mero numero di miglia percorse o dei nodi di vento che si affrontano. La prima volta che ci si imbarca per un viaggio di questo tipo, lo si fa con una buona dose di incoscienza perché per quanto si possa aver letto, sentito dire o visto nei video disponibili sul web a proposito di traversate oceaniche, ognuno le vive a modo suo. Anche in questo stesso equipaggio, così come nei precedenti di cui ho avuto l’onore di fare parte, ognuno scopre e impara quali sono i propri limiti, i propri punti di forza e la propria resistenza alle diverse sollecitazioni e stress a cui si è sottoposti. È la stessa cosa che si prova, credo, ad affrontare una maratona o un lungo viaggio in bicicletta o un cammino interminabile come può essere quello che porta a Santiago de Compostela (cito questo perché è il primo che mi viene in mente). L’entusiasmo, la forza e la determinazione che si hanno alla partenza non sono uguali a quelli che si provano all’arrivo, di questo sono più che sicuro. Ma ciò che accomuna tutte queste prove è la soddisfazione e l’orgoglio che generano quando si arriva a destinazione. La differenza tra navigare e tutte le altre esperienze che ho menzionato sta nel fatto che dalla barca non si può scendere, non ci si può fermare e qualsiasi cosa accada si ha un’unica possibilità di “sopravvivenza”: non mollare mai, neanche per un secondo. È questa la cosa che rende ancora più provante la prova a cui ci si è sottoposti (perdonate la ridondanza), perché porta il fisico e la mente a raggiungere in fretta il limite soggettivo a cui ci si era preparati ed è solo quando ci si rende conto di averlo toccato che si comprende veramente il perché si è operata una scelta così estrema: conoscere sé stessi. Già, perché quando tiriamo fuori risorse che non pensavamo di avere e che invece erano lì, in un angolo della nostra personalità, nascoste sotto la polvere depositata dalle abitudini, il comfort delle nostre vite di città, le routine quotidiane fatte di problemi e finti problemi, in quel momento si tocca con mano il proprio spirito più autentico e genuino, quello fatto di volontà, fatica, forza e auto motivazione. Questo è il motivo per cui la maggior parte delle persone, dopo la prima traversata, afferma di sentirsi cambiato dall’esperienza fatta. La mia opinione è che non è cambiato proprio nulla, si è “soltanto” scoperto di essere più di ciò che si pensava di essere. Di essere resilienti, quando serve e soprattutto e sopra ogni altra cosa, quando SI DECIDE DI ESSERLO. Lo scrivo in maiuscolo, perché qualsiasi cosa decidiamo di fare nelle nostre vite, fosse anche decidere di arrendersi: è una scelta, mai un’imposizione. E va da sé che come ci si può arrendere, si può anche combattere. La scelta è la risposta! Questa consapevolezza è il dono che ho più volte ricevuto dal mare e del quale sono e sarò sempre infinitamente grato.

Choppy, bouncy, rocky…questi tutti i modi usati da Tom per descrivere le prossime 48 ore…di passione.

Il Mediterraneo ci riserva un’accoglienza per niente delicata. È un mare difficile, molto più dell’oceano contrariamente a ciò che si può pensare. Essendo un mare chiuso, le onde sono molto ravvicinate e in presenza di vento oltre i 25 nodi è sempre molto mosso. Per la scala di Beaufort, che fornisce una nomenclatura per le diverse intensità del vento, siamo in presenza di Brezza tesa, ovvero raffiche in un range tra i 29 e i 38 nodi. Abbiamo iniziato la giornata con 34 nodi e la stiamo concludendo con 29.

Durante la pausa pomeridiana, sdraiato sul mio letto, mi sono ritrovato a perdere la presa della mano sul telefono. Da disteso, non so se rendo l’idea. La violenza con cui le onde si infrangevano sulla prua generava e genera tuttora spruzzi che arrivano fino a poppa.

L’impatto sull’acqua è così forte che in alcuni momenti viene da chiedersi fino a che punto si possa mettere sotto stress lo scafo. Ovviamente può sopportare ben oltre quello che stiamo sperimentando in questo momento, ma è comunque un esercizio collettivo di resistenza alle intemperie.

Qualche giorno fa ho “scoperto”, si fa per dire, che l’autoradio Alpine incastonata sulla parete destra del mio letto, funziona in Bluetooth. Grande è stata la gioia nel constatare che è collegata a due altoparlanti Bose con i quali posso fare la doccia ascoltando la musica a volume sostenuto. La differenza tra le barche le piccole e le barche grandi si vede soprattutto da questo tipo di piccoli comfort.

Nell’arco della giornata di ieri ho dato fondo a tutto ciò che potevo cucinare e ho anche dovuto buttare via qualcosa che purtroppo non sono riuscito ad utilizzare in tempo, qualche scatola di funghi, una melanzana, dei petti di pollo, poca roba.

Stamattina abbiamo adeguato gli orologi con l’orario di Palma, adesso siamo allineati con l’Italia e con l’Europa. Alle 10.30, spostando l’ora in avanti di 3 ore, abbiamo pranzato… all’inglese, su richiesta di Raymond. Un brunch basato sulla più tipica English breakfast. Quindi uova, salsicce, baked beans, onion rings, l’immancabile bacon e gli hash brown di cui vanno matti i miei compagni di viaggio.

A me è andata di lusso perché sono tutte cose facili e veloci da cucinare, ma la cosa a cui penso e che mi è stata confermata da Raymond stesso, è che per gli inglesi sarebbe non solo possibile, ma quasi indispensabile mangiare a colazione, pranzo e cena sempre e solo questi alimenti e poco altro. Per noi sarebbe impensabile, lo sarebbe di sicuro per i nostri fegati e credo che il loro non stia proprio benissimo. Ad averlo saputo prima mi sarei “sbattuto” molto meno per variare i menù, come ho fatto in queste due settimane. Che abbiano apprezzato è fuori discussione, ma dopo aver mangiato solo cucina italiana sentono la mancanza del cibo di casa loro. Li capisco e infatti li accontento volentieri, anche perché la cosa mi consente di preparare senza stress la 18esima torta in 16 giorni. Posso tranquillamente affermare che con i dolci parliamo la stessa lingua.

Stasera mangeremo un risotto di zucca, il secondo pezzo di Black Angus che ho scongelato ieri notte e melanzane grigliate. Voglio fare 7 bistecche alte 3/4 cm, una cosa in stile dinosauro, accompagnate dall’ultimo sacco di patate che ho conservato proprio per l’occasione.

Non ho voluto né potuto fare nessuna torta per domani, con queste onde è stata già un’impresa cucinare.

Dopo cena mi sono fermato a parlare con Matteo e con Sophie. Le ho promesso che domani farò un’altra volta i brownies perché l’ho sentita dire a Ben che è il suo dolce preferito e che l’altro giorno non ha nemmeno fatto a tempo ad assaggiarlo che è subito finito.

Domani pertanto ne farò un po’ solo per lei, anche perché non ho burro a sufficienza per farne di più.

Rientro in cabina, mi stendo, accendo la luce di cortesia che è posta sull’angolo destro del letto, a fianco all’autoradio, un po’ di Dire Straits in sottofondo e siamo pronti per archiviare anche questa giornata.

Buonanotte a tutti, a domani.

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