Ore 6 45 mi sveglio per andare al bagno…e fatico a riaddormentarmi. L’andatura è così tranquilla che mi sembra di essere sdraiato sul letto di casa. Passano ancora un paio d’ore in cui a tratti riesco anche a dormire. Poi all’improvviso mi ritrovo appoggiato di peso alla sponda del letto, sul fianco sinistro. Sbandiamo di brutto, segno che abbiamo rimesso su la vela.
Avrei dovuto fare la doccia prima, e se l’avessi saputo l’avrei fatto di sicuro. Adesso mi toccherà fare un po’ di acrobazie. Fare la doccia con la barca sbandata, è tutto fuor che facile. Grazie all’asta della doccia riesco a restare in piedi tenendomi saldamente con una mano mentre con l’altra mi lavo. Il tutto avviene con continui movimenti della barca, sia longitudinalmente che lateralmente. Il piatto doccia sotto i miei piedi balla insieme a me e più volte si solleva dal pavimento facendomi perdere l’equilibrio. Diciamo che è tutto meno che un momento di relax.
Esco dalla cabina per andare a fare la colazione nella crew mess. Apro la porta a tenuta stagna che divide il comparto cabine dalla zona equipaggio e dal momento che peserà almeno un paio di quintali, quando la oltrepasso, sbatte violentemente dietro di me facendo storcere un po’ il naso a Tom che è per natura un po’ brontolone e che avrebbe sicuramente preferito che la accompagnassi con le mani. Peccato che fosse intento a non finire sul pavimento e quindi chissenefrega della porta.
La navigazione oceanica è così, può cambiare repentinamente e passare dall’essere molto a tranquilla all’essere molto agitata. Bisogna essere preparati e adeguarsi velocemente, sia mentalmente che fisicamente. Soprattutto serve adeguate il proprio modo di muoversi e di lavorare perché vanno prese diverse accortezze per la sicurezza propria e delle attrezzature/materiali della barca.
Faccio un giro a poppa per dare un’occhiata fuori e mi rendo conto là fuori non è per niente tranquillo. Non è niente di eclatante, non siamo certo in mezzo ad una tempesta, sono solo 25 nodi di vento e 3 metri di onda ed era tutto già stato messo in preventivo da Raymond che ogni 3 ore scarica le previsioni meteo per pianificare al meglio la navigazione. Attraversare l’Atlantico può essere molto semplice e al contempo molto difficile. E non sto parlando di ritrovarsi in mezzo ad una bufera, quella è una cosa che non deve succedere MAI. Le possibilità di rientrare a casa si ridurrebbero notevolmente e converrete con me che per quanto sia poco elegante, una toccatina di palle ci vuole tutta. Si scarica il meteo e pianifica la navigazione proprio per non ritrovarsi in quella condizione. Quindi, come dicevo prima, la condizione meteo attuale è più che nella norma e fa parte del gioco. È una cosa che possono fare tutti? Si e no. Ho letto di bambini sotto i dieci anni che hanno fatto più di una traversata con i loro genitori. Ho letto di una signora di 90 anni che l’Atlantico lo ha attraversato in solitaria e non ci trovo nulla di incredibile, ma questo non significa che sia sempre rose e fiori.
Qualche anno fa ho letto un libricino molto interessante, il cui titolo se ricordo bene è Nautilus. È scritto da un ragazzo Genovese (dico ragazzo perché ha più o meno la mia età e io sono ancora un ragazzo) che di professione fa il Routier. È un mestiere raro, quello che fa. I Routier nel mondo sono una trentina. Sono persone che hanno una conoscenza inquantificabile dei mari, dei venti, delle correnti e di una caterva di altre informazioni utili a chi naviga per i mari di tutto il mondo. Sono persone che vengono interpellate da chi si accinge a navigare in tratto di mare che non conosce, del quale ignora gli aspetti più delicati e rischiosi e chiede aiuto proprio ad un Routier per sapere quale rotta tenere, da dove passare e cosa evitate di fare. A volte sono imbarcazioni che fanno regate professionali, altre volte sono imbarcazioni che devono semplicemente andare dal punto A al punto B, spesso sono comandanti di grande esperienza che non hanno certo vergogna a farsi dare indicazioni da qualcuno che ne sa a pacchi. Il libro è una raccolta di racconti, la maggior parte delle volte sono email ricevute dall’autore e alle quali ha risposto in modo sempre esaustivo facendo il proprio lavoro con grandissima professionalità e competenza. Nel libro, soprattutto all’inizio, vengono anche spiegati i principali fenomeni atmosferici con un linguaggio molto comprensibile anche se a volte va oltre le conoscenze che un comune mortale può avere.
I Routier sono dei Guru del mare e le chiacchiere in proposito stanno a zero. Quando uno di loro ti dice che da lì non devi passare, da lì non passi, punto e basta e se lo fai sai che stai andando incontro a un destino certo. Il mare si rispetta sempre, ma come ho detto all’inizio dei racconti, l’Oceano non va solo rispettato, va debitamente temuto e riverito. E se qualcuno sta pensando, legittimamente, che le dimensioni della barca facciano una qualche differenza, ecco no, non fa alcuna differenza. Non c’è barca grande abbastanza da potersi definire inaffondabile e il Titanic dovrebbe avercelo insegnato. A bordo poi i pericoli possono essere i più disparati e aggiungo che per assurdo una barca grande comporta pericoli maggiori. Mi spiego meglio, supponiamo di essere su di una barca di 15-20 metri. Le attrezzature di bordo e gli spazi a disposizione saranno molto contenuti e con essa anche le operazioni che si possono compiere. Quindi avremo magari un fornello con due fuochi, giusto per restare in tema cucina. A bordo di un 50 metri le attrezzature saranno molte di più e il fatto di averle a disposizione è una conseguenza del numero di persone che ci stanno sopra quindi sono lì perché servono non perché sono giocattoli opzionali. Quindi il rischio incendio ad esempio, è più possibile su di una barca grande che su di una piccola, se non altro perché c’è un cuoco che cucina tutto il giorno, anziché qualcuno che all’ora di pranzo si limita a calare la pasta o a fare due panini.
Detto questo le due cose che per me risultano essere difficoltà concrete durante una traversata sono: vincere il mal di mare e vincere la noia. Il primo per mia fortuna mi ha toccato poco sino ad ora, il secondo invece è qualcosa con tutti devono fare i conti, comandanti esclusi. Il comandante di un’imbarcazione che attraversa non ha momenti né di noia né di relax finché non ha ormeggiato nel porto di arrivo.
Per tutti gli altri invece, si presenta prima o poi la necessità di impegnare l’enorme tempo libero a disposizione che sembra una cosa facile anche questa, ma dal momento che sei in mezzo alare, in uno spazio ristretto condiviso con altre persone e anche solo fare due passi per sgranchire le gambe è pura utopia, diventa un’attività vera e propria. Ecco perché a bordo ci sono sempre giochi di società, speaker per la musica e in barche più grandi come quella in cui sono io, televisori, Playstation e chi più ne ha più ne metta. Nonostante i giocattoli, prima o poi e succede all’incirca dopo 15 giorni di navigazione, la testa di ognuno cambia un pochino. Si diventa un po’ insofferenti, verso tutto e tutti. L’esperienza aiuta ad evitare qualsiasi attrito anche perché sarebbe deleterio, ma ciò non significa che non accada. È insofferenza vera, verso il mare stesso ad esempio. Vedere sempre e solo acqua dopo un po’ ti porta a desiderare un pezzo di terra. Si sente la mancanza delle piccole comodità a cui siamo tutti abituati, soprattutto quelle che diamo per scontato come fare una doccia per ritrovare un po’ di relax. Avere un pavimento stabile e non dover continuamente camminare come se fossi un ballerino di break dance. Poter appoggiare un bicchiere sul tavolo senza doverlo controllare a vista ogni istante. Insomma stare in mare mette alla prova l’essere umano in tutta la sua essenza: mentalmente, moralmente e fisicamente.
C’è poi da fare un’altra distinzione e cioè il tipo di esperienza, se professionale o ludica. Se sono in barca con gli amici è diverso, e non necessariamente più facile, però saranno più i momenti di svago che di lavoro. Al contrario se l’imbarco è professionale i momenti di svago sono molti di meno. Sei pagato per fare un lavoro non una gita in barca.
Su una barca piccola servono poche persone, su una barca grande servono tante persone. Qui siamo in 8 e normalmente ci sono 12 persone di equipaggio. Non abbiamo ospiti quindi le mansioni sono ridotte ma nessuno dei miei compagni prova la sensazione di essere in vacanza. Siamo tutti impegnati a fare qualcosa tutto il giorno, e quando siamo liberi…beh vai a dormire perché la stanchezza si sente eccome.
Sono le 11. 10….inizio a preparare il pranzo. Credo che oggi scriverò due racconti altrimenti diventa un poema.
Sulla sicurezza e sui pericoli in mare voglio condividere una riflessione che è tra l’altro l’inizio del libro che menzionavo nella prima parte di questo post. Lo faccio parlando della costa Smeralda e del mio scooter. In Sardegna il traffico è ben altra cosa rispetto a quello di molte città del continente, soprattutto del Nord Italia. Se si esclude il periodo estivo, in cui i pericoli maggiori derivano dai turisti a cui personalmente proibirei il noleggio di auto e scooter, il traffico è quasi nullo. Quando guido lo scooter, anche fuori stagione, devo avere sempre mille occhi e tanta prudenza. Un animale che attraversa la strada, una macchina che esce da uno stop e non si accorge di me, l’asfalto bagnato, le foglie cadute dagli alberi che riducono l’aderenza e potrei continuare quasi all’infinito. Se guidassi un’auto sarebbe la stessa cosa anche perché in città questi pericoli si moltiplicano esponenzialmente. Gli incidenti in autostrada non ne parliamo nemmeno, sono all’ordine del giorno, basta aprire il giornale.
E quelle che una volta venivano chiamate le stragi del sabato sera?! Il tipo ubriaco che si mette alla guida e falcia i pedoni. Insomma stare a terra non mi dà la stessa sicurezza che mi dà il mare e per quanto possa sembrare un paradosso, se ci riflettete su, vi rendete conto non c’è confronto tra i due contesti.
È l’ora di pranzo, oggi Tagliatelle Mamma Rosa, caprese e prosciutto e melone. Pranzo veloce da preparare e che non impegna troppo i fornelli. Devo continuamente tenere le padelle ferme perché scivolano sul piano a induzione e vanno fuori dal “fuoco”.
Dovevo fare un dolce per la colazione, avevo pensato ad una torta Caprese ma vista l’andatura sono sicuro che uscirebbe dallo stampo quindi, visto che Tom me l’ha chiesto espressamente, faccio un’altra pirofila di tiramisù così finisco anche i savoiardi.
Pranzo con Raymond mentre gli altri sono nelle loro cabine o di guardia.
Parla pochissimo, non è un uomo di molte parole e quando lo fa solitamente è per comunicare ordini o dare disposizioni generali. Le sue giornate sono scandite solo ed esclusivamente dalla gestione della barca in tutti i suoi aspetti. Previsioni meteo, turni di guardia, email con la compagnia che gestisce la barca etc. Non l’ho mai visto dedicarsi ad una qualsiasi attività di svago. Quando ha del tempo “libero” va nella sua cabina e dorme. I comandanti sono così e non oso immaginare la quantità di pensieri che gli attraversano la mente. La vita di tutti noi, l’integrità della barca e i tempi di navigazione sono sotto la sua totale e assoluta responsabilità. Non c’è spazio per le battute o per le confidenze e non lo invidio per nulla.
Questo non gli impedisce di dimostrarsi sempre gentile e cordiale con tutti, ma si capiscono nettamente le sue priorità quando capita di parlarci assieme. Mentre siamo a tavola, ad esempio, arriva Sophie, che da oggi è tornata ad essere operativa. Senza battere ciglio ha cominciato a fare lavatrici senza sosta e a fare i suoi turni di guardia. Quando si avvicina al banco su cui ho appoggiato i vassoi, la saluto e le chiedo come sta. Sia io che Raymond la ascoltiamo e facciamo un sorriso. Sto per chiederle se avesse mai avuto il Covid in precedenza e prima che mi possa rispondere Raymond le chiede se ha usato l’hand sanitizer prima di toccare le pinze con cui si stava servendo la pasta. Domanda legittima, io però non ci avevo pensato, nonostante lo usi continuamente e mi lavi le mani almeno 20 volte al giorno. Lui invece ha messo la domanda al primo posto. Priorità.
Bevo il mio caffè, esco sul ponte di poppa passando dal salone principale e quando apro le porte incontro Tom che si sta per accendere una sigaretta. Mi invita ad andare con lui sui sedili di poppa. Da solo non ci andrei mai, lo faccio solo quando c’è qualcuno con cui posso mantenere un contatto visivo oppure come in questo caso, quando sono in compagnia. Volare fuori bordo a causa di un’onda, anche in una giornata di sole pieno come quella di oggi, non è un’esperienza che ci tengo a fare.
Su barche più piccole, come quelle con cui ho attraversato le altre due volte, è diverso. Si è tutti molto più vicini, andavamo prevalentemente a vela e anche quando abbiamo usato il motore, il rumore era più leggero. Un urlo si sarebbe sentito senza problemi. Qui il rumore è decisamente più importante, tanto che dalla mia cabina a prua riesco a sentirlo così tanto che sembra di essere dentro a un’officina meccanica. Le vibrazioni si avvertono sulle pareti, sul pavimento e finanche sul materasso che trema come un piccolo idromassaggio. Se uno ha il sonno leggero, non dorme.
Mentre stiamo fumando Tom mi dice che le ultime previsioni dicono che entro un paio di giorni avremo meteo avverso. Il vento sarà uguale, ma le onde aumenteranno considerevolmente. Non siamo entrati nel dettaglio ma credo 3-4 metri non ce li toglierà nessuno. Mi indica il lato di sinistra, in un punto indefinito in mezzo al blu, per dirmi che in quella direzione a diverse miglia da noi c’è una big storm in corso, da cui ci stiamo tenendo ovviamente alla larga e motivo per il quale pur continuando a puntare Gibilterra, stiamo scendendo un po’ più a sud. Per me è fondamentale avere queste info in anticipo perché così posso prepararmi dei piatti pronti da mettere in freezer e scongelare al momento del bisogno. Gli chiedo come si comporta la barca con onde più alte e lui mi tranquillizza dicendo che è molto stabile quindi non avremo difficoltà a mantenere la stessa velocità.
Le onde in Atlantico sono diverse da quelle che si incontrano in mari chiusi come il Mediterraneo. Sono dei cavalloni enormi e salita e discesa sono abbastanza dolci se il vento non è troppo forte.
Stasera dovrei cucinare gli ossibuchi e il risotto agli asparagi, visto che lo zafferano non c’è.
Da due ore a questa parte sto pensando come fare a cuocerli in forno. Li devo annegare nel brodo ma la placca sbanderà assieme alla barca. Stamattina ho cotto una focaccia Genovese e sono riuscito a farla venire dritta mettendo la placca in obliquo incastrandola su due fermi ad altezze diverse. Proverò a fare lo stesso anche per gli ossibuchi e che Dio me la mandi buona.
Adesso sono in cabina, ho ancora 1 ora e mezza prima di iniziare a preparare la cena. Dormo un po’, che non guasta mai.
Un paio d’ore dopo sto tagliando le verdure per gli ossibuchi. Dei due forni che ho a disposizione decido di usare il più piccolo che è più nuovo e performante dell’altro.
Le due teglie di acciaio che sto usando hanno il bordo alto e sono perfette per ricoprirli con il brodo ma inevitabilmente sborderà, quindi lo devo controllare di continuo per tutte le 3 ore e mezza di cottura.
Il risultato è più che soddisfacente anche se il brodo come prevedevo è fuoriuscito dalle teglie: contro la gravità non c’è niente da fare.
Da stasera i turni di guardia cambiano. Con il ritorno di Sophie in squadra c’è bisogno di fissare turni stabili in modo che lei possa fare il suo lavoro. Tutti hanno quindi un turno fisso di 3 ore ogni 12 ore. Matteo avrà il turno dalle 4 alle 7 del mattino e dalle 16 alle 19, va da sé che lo vedrò regolarmente a pranzo e a cena, così come Raymond che invece avrà sempre il turno dalle 8 alle 12 e dalle 20 a mezzanotte (gli ufficiali essendo solo 3 hanno turni di 4 ore). Anche oggi è andata. Buonanotte a tutti, anzi per voi buongiorno.


