Ore 5.37, non mi sveglia il telefono, mi fa letteralmente saltare giù dal letto la campana dell’allarme. Il primo pensiero è stata un’esclamazione interna poco elegante, il secondo è stato ricordarsi la sequenza dei suoni per capire il tipo di allarme. Fortunatamente i primi due squilli sono brevi e quindi non è un incendio, che rappresenta il pericolo maggiore a bordo di un’imbarcazione, la cosa mi fa ricominciare a respirare. Esco fuori dalla cabina…. in mutande, e dopo aver aperto la porta stagna incontro Matteo, che era di guardia e sta correndo a svegliare il comandante nella sua cabina. Ovviamente Raymond si era già svegliato, vestito e ha aperto la porta della cabina prima che Matteo la raggiungesse. Mi faccio da parte e lascio che entrambi vadano sul fly bridge, che è il master point (punto di ritrovo dell’equipaggio in caso di emergenza) di questa barca durante la traversata. Torno in cabina, mi vesto e li raggiungo. Sulle scale incrocio Sophie, John e Ben. Da poppa, dalla sua cabina davanti alla sala motori, arriva Tom a passo spedito. Ha già fatto un check veloce alla sala macchine e con una torcia d’emergenza in mano si dirige verso il pannello di controllo per parlare con Raymond. Il protocollo in questi casi prevede una serie di controlli su tutte le parti della barca che potrebbero aver generato il segnale e/o subito danni. I motori, le eliche, l’integrità dello scafo, che viene controllato inevitabilmente solo attraverso la strumentazione di bordo, le vele e tante altre cose che, lo ammetto, ignoro. È tutto a posto e dopo circa 20 minuti Raymond mi dice che posso tornare a dormire.
Boat life! Pericolo scampato. Sarei curioso di sapere cosa è stato ma sono ancora mezzo addormentato e dopo che l’adrenalina si è ridistribuita nel sangue mi rimetto a letto e mi addormento velocemente.
Ore 9, dopo aver fatto la doccia, fortunatamente meno acrobatica di ieri, salgo le scale e saluto Raymond. Gli chiedo cosa ha fatto scattare l’allarme e mi risponde che con tutta probabilità abbiamo urtato una balena. Noi non ce ne siamo accorti, la balena forse nemmeno, la barca invece attraverso i sensori l’ha sentita eccome.
Questi sono i momenti in cui sei felice di essere su un 56 metri. Se fosse stata una barca più piccola…no dai, meglio non pensarci.
Ieri parlavo di pericoli, non lo farò più.
Ieri sera, dopo cena, ho scongelato dei croissant che erano avanzati dall’ultimo charter e che stamattina ho infornato subito dopo aver bevuto il caffè.
Esco a poppa per respirare a pieni polmoni l’aria dell’Oceano e se non sto attento faccio una seconda doccia: i ragazzi stanno facendo il consueto washdown mattutino, che stamattina è iniziato un po’ più tardi del solito.
Mattina e sera il marinaio di guardia sciacqua tutta la barca per lavare via il sale. Sono stati “sfortunati” fino ad ora perché non ha praticamente mai piovuto, cosa che li avrebbe esentati dal compito almeno per un turno o due.
È un’altra giornata spettacolare, col sole che si specchia sulla superficie blu cobalto del mare.
Sento una voglia matta di tuffarmici dentro e nuotare, purtroppo me la dovrò tenere almeno fino al mio rientro in Sardegna.
La temperatura si è già abbassata, non drasticamente, ma un paio di gradi di sicuro. Sono in maniche corte e nonostante si stia bene, avverto un po’ di freschezza sulla pelle.
Mente mi godo il momento arriva Tom a farmi compagnia mentre fumiamo una sigaretta. Mi racconta della scorsa notte. Stava lavorando dentro la sala macchine per dei lavoretti di routine che compie ogni sera prima di andare a dormire. Mi dice che ha sentito nitidamente il botto generato dall’impatto e che il sistema dell’aria condizionata è andato in blocco all’istante. La prima cosa che ha fatto, dopo essersi rialzato da terra, è stato spegnere il motore e fare un check generale al quale poi sono seguiti i controlli di cui parlavo prima e che in parte ho visto di persona.
It happens…
È ora di preparare il pranzo, ma prima devo mettere mano al freezer che ho in cucina: è un disastro assoluto e non riesco a trovare niente di quello che c’è dentro. Tom, lo chef che era a bordo prima di me, lo ha utilizzato per diversi mesi e non lo biasimo se non lo ha tenuto a dovere perché so cosa vuol dire fare charter e quanto poco tempo ci sia per mettere in ordine. Io però il tempo ce l’ho e quindi un’oretta la voglio investire per sistemarlo.
Subito dopo averlo pulito e riordinato inizio a cucinare. Oggi merluzzo all’acqua pazza, riso cantonese, garlic bread che piace a tutti, insalata con finocchi e arance, gli spinacini per Raymond e come dessert un’anguria gelata. Il pesce non è tantissimo, forse un po’ meno di quello che sarebbe giusto servire affinché tutti ne avessero una porzione, ma ho utilizzato tutto il merluzzo che c’era in freezer ed erano solo 6 filetti. In ogni caso dovrebbe essere sufficiente a sfamare tutti. Domani vi parlo della cambusa, degli avanzi del pranzo e della gestione della cucina.
Nel giro di un paio d’ore sono in cabina a cazzeggiare un pochino mentre gli altri cominciano a mangiare.
Mi sveglio quasi due ore dopo, col cellulare ancora in mano, segno che mi sono addormentato leggendo. Vado verso la cucina e trovo Raymond che mi avvisa, come già aveva fatto Tom, che entro un paio di giorni passeremo attraverso un fronte di brutto tempo. Mi consiglia di preparare qualcosa da poter scaldare velocemente durante la navigazione. Avevo già in programma di farlo e avendo già scongelato petti di pollo e bocconcini di manzo, mi metto subito al lavoro. Stasera mangeremo delle ottime Ribeye steak che erano destinate agli ospiti dell’ultimo charter, del cavolo nero saltato in padella, un’insalata e l’anguria che abbiamo avanzato dal pranzo. Dopo cena Raymond mi dice che con la bistecca avrei dovuto fare delle patate al forno e ha ragione, ma avevo 3 preparazioni in contemporanea sul fuoco, il forno ci mette una vita ad andare in temperatura. Tra pelare, bollire e cuocere le patate mi sarei ritrovato “ingolfato”. A volte non è semplice fare capire a chi mangia quali sono i tempi di preparazione di ogni portata, ma ha ragione lui, le patate erano il contorno giusto per la carne. Dal momento che il freezer è pieno di carne, non mancherà occasione per rifarmi.
La bistecca era fantastica, morbida e succosa e ce la siamo proprio goduta.
Dopo cena ci ritroviamo nella Crew Mess a chiacchierare, io, John, Matteo e Sophie. Parlano di un’altra stewardess, che è scesa a Sxm per rientrare a Palma di Mallorca. L’ho conosciuta quando sono salito a bordo ma ho avuto modo di scambiarci solo un paio di parole veloci. Ascolto la conversazione ma faccio una gran fatica a seguire il discorso perché hanno tutti uno slang esagerato. John in particolare mastica le parole e a volte ho la sensazione che stia parlando arabo. Anche Raymond, da buon Neo Zelandese ha una pronuncia assurda. Ogni volta che parliamo sono costretto a chiedergli di ripetere le frasi due volte. Mi consola il fatto che perfino Matteo che è sostanzialmente bilingua, incontra la mia stessa difficoltà quando ci parla assieme.
Abbiamo adeguato ancora l’orologio, siamo due ore indietro rispetto all’Italia. Sono le 23.10, sono sotto le coperte e dopo aver pianificato il menù per domani, spengo la luce e buonanotte a tutti, a domani.


