Mentre sto dormendo profondamente la svegli suona con tutto il suo impeto e mi fa aprire gli occhi repentinamente. Sollevo la testa dal cuscino e avverto un dolore al lato destro del collo; devo aver dormito in chissà quale posizione stanotte e sono certo che mi darà noia per qualche ora. Mi metto seduto lateralmente, con i piedi a penzoloni, afferrò la maniglia posta alla mia sinistra e mi lascio andare per scendere giù; perdo l’appoggio del piede sul letto di Grant ed è proprio la maniglia a farmi evitare il peggio. Meglio svegliarsi in fretta prima di combinare qualche danno. Prima di entrare in bagno butto l’occhio sul pannellino a muro che indica la velocità della barca (è lì perché questa è la cabina del comandante che deve avere sempre un riscontro sulla navigazione senza dover uscire anche nel cuore della notte) e dice 10.9 nodi, non male; evidentemente hanno risolto il problema al pitch controller. Esco nella crew mess dove Jagath sta bevendo il suo thè con latte. Stamattina per colazione mangio la panna cotta alle fragole che ho fatto ieri, dolce, fresca e carica di zucchero, a seguire un caffè espresso, ma non essendo ancora sveglio del tutto decido di berne uno più lungo fatto con il Nescafè nella mia tazza personale. Molto meglio, adesso posso salire. Aperta la botola sento le risate di Andy e Grant che sta raccontando barzellette a più non posso. Faccio in tempo a sentirne un paio prima che il suo turno di guardia si concluda con la compilazione del logbook delle 6.00. La prima cosa che guardo è dove ci troviamo sulla mappa e nel mondo: siamo a un giorno di navigazione dallo stretto che ho impropriamente ribattezzato “di Gibuti” per semplificare. In realtà è lo stretto di Bab al-Mandab, un nome che suona divertente quando viene pronunciato da Alexi col suo accento ucraino. Si è svegliato in ritardo stamattina perché il suo telefono si è spento e a quanto pare da spento non fa suonare la sveglia. Brendon gli ha chiesto un cambio di turno due giorni fa, mettendolo di guardia all’alba e al tramonto che sono i momenti della giornata in cui un attacco dei pirati potrebbe essere più probabile. Io e Andy parliamo di barche su cui abbiamo lavorato in passato; io gli racconto della prima barca a vela su cui sono salito come dayworker nel 2019 e lui la conosce bene perché a bordo ci lavora una sua amica come Chief Stewardess. La conosco anch’io perché al tempo era già a bordo e la ricordo come una persona molto affabile e cordiale, cosa che per una Chief Stew non è per niente scontata. Alexi si avvicina e comincia a vomitarci addosso 4000 parole al secondo; ah già, non ve l’ho ancora detto, ma ha un tratto peculiare di logorrea che a confronto Verbal Klimt dei Soliti Sospetti era un muto. Ci dice che è senza contanti perché a bordo della Mother Ship, come la chiama lui cioè la Service Boat da cui è sceso per salire da noi, non ci sono bancomat, non si può pagare con carta di credito e non è possibile farsi addebitare alcun conto in busta paga. Quando lo “scaricheremo” sulla nave che lo aspetta nel Mar Rosso si ritroverà nella stessa condizione e così fino a giugno quando scadrà il suo contratto. Mi giro verso Andy col quale scambio uno sguardo d’intesa che dice molto più delle parole e che ha come significato che abbiamo entrambi non importa assolutamente nulla di ciò che dice ma per rispetto ed educazione sosteniamo la conversazione. Commento il fatto che tutte le persone che lavoro a bordo della 5 Service Boat presente nella IRT (International Recommend Transitory) cioè nella rotta raccomandata per stare un po’ più al sicuro dalla pirateria, restano in mare per 7 mesi, questa la durata minima dei loro contratti, senza mai toccare terra. Fanno la spola da una nave all’altra ed è ben diverso da ciò che facciamo noi che invece prima o poi attracchiamo in un porto, abbiamo una serata in giorno libero e la terra la tocchiamo sia per necessità che per svago pur rimanendo imbarcati anche per lunghi periodi. Gli faccio qualche domanda sul che tipo di relazioni ci sono tra le compagnie che si occupano di sicurezza, come quella per cui lavora lui, e le Service Boat. Sostanzialmente le navi sono aziende indipendenti che vendono i loro servizi (food and accommodation) al personale delle agenzie. Ci sono 10 agenzie in quest’area, quasi tutte britanniche. A lui non sembra vero che qualcuno abbia manifestato interesse per il suo lavoro e comincia a raccontarci alcuni episodi accaduti in passato, quando ancora questo tratto di mare non veniva pattugliato e protetto come accade ora. Dieci anni fa, nel 2012, si è verificato l’ultimo attacco sferrato ad una nave commerciale utilizzando un RPG. Io sgrano gli occhi mentre Andy, che ne era già al corrente, si limita chiedere dettagli sulla nave che lo aveva subito. Da allora non se ne sono più verificati per via del fatto che è stata approvata una risoluzione internazionale che autorizza l’uso letale di armi contro chiunque utilizzi RPG. Chiudiamo questo capitolo e proseguiamo nei nostri discorsi mentre lui si dirige verso uno dei suoi che è appena salito sul ponte. Andy mi dice che gli yemeniti, che come dicevo qualche giorno fa, sono più dediti al contrabbando di sigarette e alcolici che alla pirateria, e li mettono in cosa alle grandi navi per non essere avvistati dai radar della Guardia Costiera. Essendo barchini di dimensioni modeste in scia a bestioni di 300 o 400 metri compaiono nei radar come un prolungamento indistinguibile delle navi stesse
. La noia da queste parti è un lusso che non esiste. Non me ne sono accorto, ma sono già passate due ore e Brendon sale le scale per prendere posto al comando. Tiene in mano il Megaboom, lo speaker Bluetooth a cui mi collego tutte le mattine per riprodurre una delle mie playlist salvate in locale perché per il comandante, come quasi per tutti, la musica è imprescindibile durante i turni di guardia. Il sole si è già alzato, la temperatura anche ma c’è sempre meno umidità e il mare piatto crea la scenografia perfetta Paradise city dei Guns ‘n Roses. È vero che mancano l’erba verde e le belle ragazze ma non possiamo proprio pretendere tutto. Sto per scendere giù a fare il mio engine room check orario; alza la mano per darmi un high five e mi dice: are you ready Cheffy? You can start to do the logbook. Da adesso devo quindi compilare il registro di bordo e ne sono felice perché, anche se non si tratta di nulla di complicato, è un’attività che mi consente di avere sempre un riscontro concreto sulla navigazione che stiamo compiendo. Per farlo devo annotare la rotta impostata sul pilota automatico, leggere la rotta che stiamo tenendo realmente rispetto alla terra ferma attraverso la strumentazione di bordo, le condizioni di mare, vento, visibilità, la pressione atmosferica indicata dal barometro e le coordinate della nostra posizione. I fucking love it. Al termine del controllo preparo la colazione per entrambi. Oggi bacon e omelette al posto della frutta, giusto per cambiare. Anche l’ora successiva passa piuttosto velocemente e alle 10 in punto Harriet si palesa sul ponte, sempre all’ultimo minuto utile. Avendo lavorato sempre su barche di modeste dimensioni non è avvezza a quei piccoli gesti di “etichetta” che la dovrebbero portare a prendere posto qualche minuto prima dell’inizio del suo turno. È giovane e agli inizi, ha tempo per imparare. Scendo giù e per prima cosa inizio con una torta di mele, poi le ali di pollo, le polpette di manzo, il sugo per la pasta e le melanzane grigliate. Niente riso, i ragazzi dello Sri Lanka se ne faranno una ragione. Mangio assieme a Brendon, Andy, Grant e Chris. L’argomento a tavola è questo benedetto Pitch Propeller che continua ad impostarsi su valori diversi da quelli desiderati compromettendo la velocità di crociera e lo sforzo sostenuto dal motore. Non riusciamo, non riescono a venirne a capo e per Brendon sta diventando snervante; lo avverto osservandone le smorfie e le espressioni mentre Chris lo relazione sui dettagli tecnici. In questo preciso istante, alle 13.05 stiamo facendo 6,5 nodi, molto meno di quello che vorremmo e molto meno della velocità che abbiamo tenuto fino ad oggi. Si è deciso di ridurre la velocità perché a quanto pare il controller cambia l’inclinazione dell’elica solo quando superiamo gli 8 nodi. Il problema è che così facendo stiamo “perdendo” una giornata di navigazione, o meglio stiamo allungando il viaggio di un giorno. Chris finisce di pranzare e si catapulta in sala macchine per cercare di intervenire. Stamattina ha scritto diverse email a diversi interlocutori, per lo più del cantiere di produzione della barca, per ottenere indicazioni precise su come disabilitare il controllo oltreché per ottenere dei manuali aggiornati che non riesce a trovare qui a bordo. La vedo dura a scaricare un manuale di qualche megabyte con questa connessione, io non riesco nemmeno a scaricare una foto inviata via WhatsApp e per lunghi periodi il mio telefono resta offline. Alle 13.30 l’equipaggio ha consumato il proprio pasto e gli unici che mancano all’appello sono i tre agenti dello Sri Lanka, dev’essere perché ho fatto sapere a Jagath che a pranzo non ci sarebbe stato il riso e quindi gli è passata la voglia di mangiare. Dormo 1 ora e mezza e poi ritorno in cucina. La torta mele è finita in mezza giornata quindi faccio un’altra ciambella al cioccolato. Stasera filetto di manzo con salsa ai funghi, pollo per gli indiani, burger vegano per Chris, zucchine, melanzane e insalata. Ho sostanzialmente “pulito” il ripiano delle verdure del frigo in cui sono rimasti solo I pomodori per gli hamburger di domani. D’ora in poi mangeremo le verdure surgelate con le quali arriveremo fino a Suez. Tengo i filetti per ultimi in modo da servirli ben caldi e guardando l’orologio a muro mi rendo conto che sono in forte anticipo. Mi rilasso in cucina ma dopo mezz’ora mi sembra strano di essere così in anticipo e guardo l’orologio del telefono, sono le 18.30, riguardo l’orologio della cucina e vedo che si è fermato alle 17.10. Ahahahah vabbè fortunatamente sono tutti in ritardo per un motivo o per l’altro e dopo 15 minuti sono pronto a dare loro da mangiare. Ceniamo tutti assieme ma io non riesco a toccare la carne e alla fine mangio solo riso e verdure. Esco sul ponte con Andy e l’esclamazione che mi esce naturalmente dalla bocca è: che notte fantastica. C’è un silenzio surreale, assoluto, sembra di essere dentro ad un quadro. Non fa rumore nemmeno il mare, se non fosse per l’acqua che spostiamo noi con lo scafo. Uno spicchio di luna si riflette sull’acqua, alla sua sinistra la cintura di Orione, inconfondibile. L’orizzonte è nero sbiadito e Andy mi spiega che è per via della polvere del deserto che anche a molte miglia di distanza dalla costa, sporca il cielo rendendo invisibili le stelle su quella porzione di orizzonte. Ogni giorno imparo qualcosa di nuovo. Dopo essere r
ientrato in cabina faccio una doccia ma non voglio andare a dormire subito, non voglio che questa notte scappi via senza essermela goduta e averla celebrata a dovere. Quindi esco di nuovo sul ponte, cercando di fare meno rumore possibile per non svegliare Grant che sta già ronfando. Chris è di guardia ed è a petto nudo, Andy sta contemplando le stelle e non perdo l’occasione di unirmi a lui. Cerco ancora la Cintura di Orione per individuare la stella polare ma è ormai già tramontata ed è fuori dal nostro campo visivo. Vediamo però nitidamente il Carro Maggiore e attraverso di esso individuiamo la Stella Polare. Per chi non lo sapesse, il Carro “rovesciato” assomiglia ad una pentola con un manico molto lungo. Le due stelle che disegnano il lato esterno della pentola puntano dritte alla Stella Polare che si trova a circa sette lunghezze di distanza e infatti è proprio lì, che brilla debolmente per via della polvere di cui parlavo prima, ma che indica il nord da cui in questo momento arriva un filo di vento fresco. Adesso è proprio ora di andare a dormire. Buonanotte a tutti.


