Il mondo non aspetta chi corre

Day 9 – da Nájera a Grañon

Giornata lunghissima a tratti noiosa, certamente faticosa, come ogni giorno di Cammino, ricca però di alcune perle da ricordare e di qualche nuova sensazione.
Io e Floriano abbiamo camminato insieme anche oggi, dal primo km all’ultimo. Siamo in profonda sintonia, ci capiamo, ci ascoltiamo e ci regaliamo punti di vista alternativi così come analisi lucide su ogni argomento di conversazione. Abbiamo scoperto di avere gusti musicali molto simili, cosa che ovviamente aiuta a riempire i vuoti e ad incrementare le sensazioni che la strada ci offre.

Subito dopo essere usciti da Najera ci siamo sorpresi e meravigliati nel constatare che Giulio era lì. Ora, so bene che non era Giulio ma per noi era così. Non appena abbiamo iniziato la prima salita si è posizionato sopra le nostre teste e ha compiuto 5 voli circolari per poi tornare alle sue faccende. Lo abbiamo voluto interpretare romanticamente come un saluto e un augurio di Buen Camino.

Paesaggisticamente ha prevalso la monotonia e sarà così ancora per qualche giorno. La Meseta è sempre stupenda, intendiamoci, ma non offre variazioni rilevanti come invece è stato nelle tappe dei giorni scorsi. I primi 5 km sono volati via senza che ce ne accorgessimo, complici i podcast e la musica. Prima sosta per il nostro spuntino mattutino ad Azofra, un paesino fantasma con solo due bar aperti e neanche un’anima in circolazione. Caffè, croissant e un bocadillo da asporto che avremmo mangiato poi a pranzo.

Da una parola detta per caso è partita una playlist on the fly con i Dire Straits, i Pink Floyd, l’ouverture delle Nozze di Figaro, un paio di canti Gregoriani e il Rondò Veneziano. Siamo così arrivati al secondo paesino sul percorso, Cirinuela, ancora più deserto del precedente. Mentre seguivamo le indicazioni del Cammino, Floriano ha sentito che le gambe gli chiedevano di andare, di aumentare la velocità e di liberare l’energia che sentiva. Allunga il passo, mi fa un cenno per dirmi che per un po’ andrà da solo e con un rapido movimento col bastone, che tengo nella mano destra, gli faccio capire di aver compreso. Nel momento stesso in cui resto “solo” spengo la musica perché avverto di essere in procinto di innescare una qualche riflessione personale che sentivo essere pronta a palesarsi.

Di punto in bianco una domanda su tutte occupa ogni spazio della mente: chi sei veramente? Al di là dei valori che sai di avere, delle convinzioni personali, della percezione che gli altri hanno di te, chi sei davvero? Se dovessi descriverti con il minor numero di vocaboli possibili, quali parole sceglieresti? Quale senso ha la vita che hai vissuto fino ad oggi, quale senso vorresti avesse da qui in poi? Fossi stato a casa avrei bollato ogni domanda come “sega mentale”, come probabilmente starete facendo voi ora. Sul cammino però ogni domanda non è solo una domanda fine a sé stessa perché assume un diverso significato e avendo tanto, tanto tempo da riempire, un singolo pensiero può diventare quasi una missione da compiere.

Non ho dato nessuna risposta, e se lo avessi fatto non la condividerei di sicuro, ma ho deciso di superare l’empasse stabilendo il “come” voglio che siano strutturate le risposte prima ancora di definire il contenuto delle stesse. Sul ritmo dettato da queste domande mi sono ricongiunto a Flo che nel frattempo aveva sfogato l’energia in eccesso e si era riallineato al mio passo.

La sosta successiva è stata Santo Domingo de la Calzada e la stavamo aspettando da un paio di giorni, e cioè da quando abbiamo letto la storia del Santo e della chiesa. Si tratta di un borgo medievale, molto accogliente che suscita un senso di familiarità, non fosse altro perché la piazza del paese si chiama Piazza del Santo come quella di Padova.

Si trova a 18 Km circa da Najera ed è un po’ oltre la metà della tappa, quando normalmente le piante dei piedi iniziano a fare male ed è stato quindi liberatorio avvistare la cattedrale. Il motivo del nostro interesse era dettato in primis dal fatto che è stata dichiarata monumento nazionale e poi perché all’interno delle sue mura c’è un pollaio con un gallo e una gallina.

Per chi fosse interessato a conoscere la storia vi rimando a questo link: https://www.google.com/…/santo-domingo-de-la…/amp/

La visita è durata circa 40 minuti, passati i quali abbiamo recuperato gli zaini che avevamo lasciato all’ingresso e siamo ritornati sulla nostra “rotta”. Santo Domingo e Granon, il paese di arrivo, distano 7 km l’uno dall’altro ma sono parzialmente in pendenza e sono alla fine della camminata e credetemi sono stati durissimi. Sulla strada ancora una croce commemorativa, ancora una frase degna di nota: da soli si va più veloci ma insieme si va più lontano.

Quando abbiamo approcciato l’ultima salita ci siamo guardati e ci siamo detti che sarebbe stato massacrante, allora ho guardato Floriano e gli ho detto “so io cosa ci farà trovare la forza e la motivazione per farlo. Quattro canzoni in sequenza: Eye of the Tiger, Highway to hell, Back in black e T.N.T. La musica, come solo la musica può fare, ha fatto vibrare le corde giuste e su quella cima siamo arrivati senza esitazioni, andando oltre la fatica e il dolore. Avevamo davanti a noi la discesa, ma prima di infilare il primo passo ci ci siamo sentiti chiamare da un signore. Era sotto di noi, sotto il ponte su cui eravamo. Ha attirato la nostra attenzione solo per augurarci Buen Camino. Ne siamo stati così felici che tra un po’ scendevamo giù ad abbracciarlo. Era un imprenditore agricolo, un signore anziano arzillo e sorridente. Qualche minuto più tardi, mentre camminavamo verso l’ingresso del paese, ci ha raggiunto con la sua macchina e si è fermato a fianco col finestrino abbassato. Inizialmente non capivamo cosa volesse fare, eravamo sorpresi e divertiti dalla scena quindi lo abbiamo salutato e assecondato fino a che abbiamo realizzato che voleva solo essere cordiale e accogliente. Ci ha detto di chiamarsi Roberto e di avere 80 anni. Ci ha raccontato che durante l’estate il paese si popola come una città, che i pellegrini sono ovunque e che ci sono anche un sacco di belle ragazze. Lo ascoltavamo, non sapevamo dove volesse andare a parare ma sapevamo che stava per dircelo. E così Roberto ci dice che durante il percorso è molto frequente che le persone socializzino, che si conoscano in modo profondo, più di quanto avviene nella routine quotidiana delle città e che capita spesso che queste conoscenze diventino relazioni e matrimoni. Io e Flo ridevamo ma poi Roberto ci ha lasciato con una frase che entrambi abbiamo appuntato nei nostri taccuini: Santiago no hace milagros, ma hace mucho favores. L’arrivo all’ostello era un’altra cosa che aspettavamo con trepidazione perché Matteo ce ne ha parlato sin dal primo giorno. È un Albergue parrocchiale, donativo (cioè a offerta libera) situato all’interno della chiesa del paese. Si dorme su materassini appoggiati al pavimento, non esistono coperte o cuscini, si cucina e si mangia tutti assieme e il tempo passato tra queste mura millenarie è dedicato alla condivisione e all’accettazione dell’altro così com’è con tutte le sue differenze. A fine serata, prima dello spegnimento delle luci si effettua un rituale all’interno della chiesa stessa. Nella piccionaia, in alto, fronteggiando l’altare e la parete d’oro su cui sono rappresentate svariate scene del vita di santi e apostoli. Il rituale è molto semplice ma raramente ho provato un coinvolgimento e un’emozione così intensa. Ci si siede su degli scranni di legno, quelli classici dei monasteri, circondati da candele che sono disposte regolarmente tra un posto e l’altro. Uno degli hospitaleros, ovvero i volontari che lo gestiscono a rotazione, tiene in mano una candela, chiamata vela. Questa candela passa di mano in mano tra tutti i presenti che, senza obblighi e forzature, possono esprimere liberamente qualsiasi pensiero ritengano opportuno. Può essere un pensiero si sé stessi, sul mondo, sul Cammino, sulle aspettative che abbiamo, insomma qualsiasi cosa e soprattutto in qualsiasi lingua. Dopo aver completato il giro ci si alza in piedi, vi si dispone in cerchio e stringendo la mano di chi ti sta prima e dopo si osserva un minuto di silenzio al termine del quale Paola, l’hospitaleros, ha effettuato una chiosa a conclusione del rituale. Le parole che ha usato sono state queste più o meno: “Quando si intraprende il Cammino di Santiago si è portati a dedicare tutte le proprio attenzioni a questioni e cose prettamente materiali e fisiche. La fatica, il reperite cibo e bevande, il raggiungere la prossima destinazione in tempo, quindi a volte anche correndo e in generale si tende a trascurare la componente spirituale del Cammino stesso. Questo momento vuole essere un modo per fermarsi, per accogliere nelle nostre vite chi ci sta a fianco, con tutte le sue diversità, siano esse la lingua, la cultura, il cibo che mangia o la religione che pratica. La nostra speranza è che questo tipo di atteggiamento vada ben oltre il Cammino, oltre Santiago, oltre questa esperienza e che diventino parte del resto della vostra vita. Voto 10. Le luci sono appena state spente, ognuno è sul proprio spazio, dentro il proprio sacco a pelo e stiamo per mettere il punto ad una giornata che sembrava essere banale e che si è rivelata invece essere più ricca di mille paesaggi. Buonanotte a tutti.

Condividi articolo

Articoli correlati