Il mondo non aspetta chi corre

La decadenza di Pushkar, un vero peccato

Avevo previsto di svegliarmi con calma, verso le otto e di procedere senza fretta nella visita di due templi, quello di dedicato a Brahma e quello dedicato a Savitri, sua moglie.

Avrei potuto visitarne molti altri perché se c’è una cosa che non manca a Pushkar sono proprio i templi, ce ne sono semplicemente 500, un numero impressionante.

L’altra cosa che volevo vedere era il Gandhi Gat di cui parlerò tra poco e ritornare al Sardar Market per passeggiare e cenare nel centro città.

Sono stato svegliato alle 6.15 dai canti di preghiera diffusi attraverso degli speaker molto potenti e successivamente, alle 7 circa, dal canto degli uccelli che popolano il giardino del mio hotel.

Sono così tanto e con cinguettii così diversi che c’è da rimanere incantati ad ascoltarli.

Ho quindi deciso di scendere giù e fare colazione all’aperto, in mezzo alla natura e circondato da quella musica unica.

Me la sono presa comoda, mi sono ripreso dal torpore mattutino e ho poi raggiunto Yado al parcheggio. Stavolta era lui ad essere in ritardo, credo ieri abbia accusato un po’ il colpo per aver guidato così a lungo e che quindi stamattina abbia indugiato un po’ più del normale sotto le lenzuola.

Ci siamo diretti subito alla zona del Brahma Temple che si trova proprio in mezzo alla zona del mercato vecchio, quella che ieri non avevo visitato e che è frequentata quasi solo da abitanti di Pushkar.

Il Tempio è più misero di quanto mi aspettassi, più fatiscente di quanto mi aspettassi e più sporco di quanto mi aspettassi. Dal punto di vista puramente estetico è stato una delusione enorme, il tempio più antico e più grande dedicato al Creatore non rispecchia minimamente la grandezza e l’importanza della divinità a lui associata. Mi sono avvicinato con lentezza, lo volevo studiare attentamente prima da fuori e poi da dentro. Mancavano circa cinquanta metri prima di arrivare alle transenne d’acciaio che fungono da barriera all’ingresso, quando vengo avvicinato da un signore in abito tipico, che camminava portando avanti una mucca con un difetto genetico spaventoso, aveva una quinta zampa sulla schiena e quell’uomo vive facendosi fotografare con quella mucca, dicendo che è una mucca fortunata e che dona un buon karma, per poi chiedere l’elemosina.

Non tutti gli indiani sono animati da intenzioni pure. Rimango dapprima stupito e poi infastidito da questo signore e declino la sua offerta con gentilezza e senza alcuna esitazione volto le spalle e proseguo.

Ai lati della strada le bancarelle erano colme di fiori, direi garofani prevalentemente, di colore bianco, arancione e rosso disposti dentro a delle piccole ciotole di vimini con delle palline bianche di non so quale materiale. Vendevano tutti la stessa cosa e non c’è voluto molto per capire che si trattava di una qualche forma di offerta alla divinità.

Una volta raggiunta la scalinata d’ingresso vengo avvertito con solerzia da un signore che sostava di fronte ad un banco porta scarpe, che nel tempio si entra solo a piedi scalzi. L’idea non mi sfiora nemmeno, il pavimento è ricoperto di escrementi di piccioni, di schizzi d’acqua provenienti da chissà dove e di qualsiasi altra possibile forma di sporco impossibile.

Tengo quindi i calzini e faccio lo slalom tra le macchie sul suolo per evitare di pestare quel sudiciume. La scalinata è in marmo bianco, un po’ più pulita fortunatamente e dopo essere arrivati in cima si oltrepassa il cancello d’ingresso.

A destra e a sinistra due cubi di vetro contengono due statue a forma di elefante, due divinità minori, ricoperte di banconote offerte dai fedeli superate le quali si raggiunge il tempio vero e proprio. È una costruzione composta da un unico ambiente, con colonne di colore blu, mentre il tetto a cupola in stile indiano è di colore rosso.

All’interno non sono ammesse fotocamere, quindi la statua di Brahma non può essere fotografata e la foto che allego a questo a post è stata scaricata da internet.

 Mi sono soffermato qualche minuto ad osservare la statua in se, ricoperta di fiori e di oggetti di vario tipo posti ai suoi piedi, ma la cosa che più mi ha incuriosito è stato osservare la gente, i fedeli, il modo in cui si avvicinavano e si inchinavano verso la divinità. C’è un approccio molto intenso da parte degli Indiani nel venerare i loro Dei, una cosa diversa da quanto fanno gli occidentali con il Dio dei Cristiani ad esempio. C’è una forma di timore profondo nel rendere loro omaggio, come se fossero certi delle conseguenze nefaste che potrebbero scaturire dalla mancanza di rispetto verso di loro ed in effetti lo credono realmente.

Ho compiuto un giro attorno al tempio per osservare la struttura nella sua totalità e poi sono ritornato alla scalinata da cui ero arrivato.

Una volta sceso ho ripreso le scarpe e ho deciso di girovagare senza una vera meta per la città vecchia. Ho notato da subito la presenza di molti bambini lavoratori, nelle bancarelle di proprietà dei loro genitori. Alcuni di loro, i più intraprendenti, hanno cercato di attirare la mia attenzione per offrirmi i prodotti in esposizione. Uno in particolare, con un viso simpatico, mi ha avvicinato per salutarmi senza volermi vendere nulla e infatti non ho comprato nulla, ma voleva che facessimo una foto insieme, per il solo piacere di essere presente nei miei ricordi di viaggio.

Quando ho posizionato il telefono per scattare il selfie si è ritratto leggermente, dietro di me, come se si fosse intimidito improvvisamente. Il padre, che si trovava dietro noi, gli ha detto qualcosa che suonava come: ehi, che fai? Prima vuoi la foto e poi ti vergogni? Cosi mi ha chiesto, a gesti, di fargli una foto da solo e si è messo in posa. È stato divertente perché il suo imbarazzo è svanito in pochi secondi e subito dopo il primo scatto voleva che ne facessi un altro, o addirittura più di uno e il padre lo ha ripreso in inglese dicendo che poteva bastare e che non doveva infastidirmi.

Prima dirigermi al punto di ritrovo con Yado ho deciso di proseguire a piedi per raggiungere il Gandi Ghat.

Innanzitutto cosa sono i Ghat. Si tratta di una serie di scalini che conduce ad uno specchio d’acqua o ad un luogo di cremazione. In questo sono le scalinate che scendono al lago Pushkar, attorno alla quale è stata edificata la città.

Ogni scalinata ha un nome, tipicamente il nome della persona, del Re o della divinità a cui sono dedicate.

Io ero interessato a visitare quella intitolata a Gandhi perché coincide con il luogo in cui il 12 febbraio 1948 sono state sparse le sue ceneri.

I Ghat sono i luoghi dove le persone si riuniscono per pregare, per lavarsi con l’acqua del lago o del fiume, come ad esempio si fa a Varanasi sulle rive del Gange e mi aspettavo che fossero luoghi puliti, curati e ben tenuti. Al contrario, sono estremamente sporchi e malconci, il suolo è ricoperto di sterco di vacca e di escrementi di altri animali quali cani, scimmie e uccelli e se si decide di scendere giù fino all’acqua bisogna farlo scalzi. Ovviamente me ne sono ben guardato e sono rimasto sempre al livello superiore dove potevo tenere le scarpe.

Nei vari passaggi che uniscono un Ghat all’altro ho dovuto schivare le mucche, che pascolano indisturbate in luoghi dove una mucca non dovrebbe stare. Questa cosa della sacralità di questo animale è un po’ ambigua e decisamente fuori controllo. Sono libere di andare dove meglio credono e dal momento che la vegetazione scarseggia, finiscono col cercare cibo in città, passeggiando in mezzo al traffico, ai clacson e allo smog. Decisamente non un ambiente adatto a qualsiasi animale, tantomeno una mucca.

A pensarci bene non è l’ambiente ideale nemmeno per l’animale dominante, l’uomo, ma questo è un altro discorso.

Lasciato il centro città e raggiunto Yado ci siamo diretti verso il Savitri Temple, che si trova in cima ad una collina e che è raggiungibile a piedi attraverso una lunghissima scalinata oppure con la funivia. Di prendere una funivia indiana avevo ben poca voglia e visto che sto camminando poco ho deciso di farla a piedi.

Alla fine è stato anche più semplice di quanto mi aspettassi, merito forse dell’allenamento fatto durante il Cammino di Santiago (a proposito, quanto mi manca camminare).

Verso la fine della scalinata, quando la pendenza si faceva sempre più ripida e gli scalini diventavano più alti, sono cominciate a comparire le scimmie, tantissime. C’è stato un momento in cui mi sono ritrovato completamente circondato, potevano essere venti o trenta esemplari, con i cuccioli in braccio, che sostavano beatamente in mezzo agli scalini. Tenevo il telefono in tasca perché la preoccupazione più grande è che lo prendano per giocarci e procedevo per la mia strada. Ad un certo punto passo proprio a fianco ad una mamma col cucciolo e non appena le do le spalle questa mi afferra una caviglia facendomi sussultare. Due imprecazioni in dialetto Padovano e si è ritratta immediatamente scappando via J

Arrivo in cima col battito cardiaco accelerato e decisamente sudato per via del sole che oggi ha scaldato l’aria creando un clima mite e piacevole, tanto che mi sono tolto la felpa e sono rimasto in maniche corte.

Raggiunta la porta d’ingresso del tempio ho provato una delusione maggiore di quella che ho provato per il tempio di Brahma. Qui gli escrementi degli animali erano ovunque, anche dentro il tempio stesso e l’odore rendeva l’aria quasi irrespirabile. Il tempio in sé non è per niente curato e la sensazione è che sia in stato di semi abbandono, anche se in realtà ci sono sempre 4 o cinque persone che ci lavorano e che lo dovrebbero tenere pulito, cosa che dubito facciano con costanza.

La statua di Savitri ¡e molto piccola, così come la saletta in cui è collocata.

Il tempio offre una visuale a 180º sulla città ma in questo periodo dell’anno la foschia rende opaco tutto l’orizzonte e gran parte della città stessa.

Mi sono fermato ancora per dieci minuti, più per riposare che altro, per poi scendere giù nuovamente e ripartire con Yado per fare ritorno all’hotel e pranzare.

Il giardino era deserto e ho potuto godere di una pace e un silenzio preziosi, grazie ai quali mi sono goduto il pasto e rilassato all’aria aperta.

Riposino pomeridiano per me e per Yado e poi verso le cinque ritrovo davanti alla hall.

Non c’era molto altro da fare nel pomeriggio, se non passeggiare ancora per le vie del mercato fino a trovare il ristorante in cui cenare. Così ho fatto e sono finito in un Vegan Cafè che ha attirato la mia attenzione per il nome: The laughing Buddha, il Budda sorridente o felice, come diremmo in italiano.

Si trova al primo piano di un edificio che domina una piccola piazzetta nella quale confluisce tutta la vita frenetica di Pushkar, scooter, biciclette, pedoni e carretti.

Era il posto giusto per spendere un’oretta ma poi sono arrivate due ragazze spagnole con cui ho fatto amicizia e tra una chiacchiera e l’altra si ¡e fatta l’ora di cena e abbiamo mangiato insieme.

La porzione di riso e verdure era fin troppo generosa e ho quindi chiesto una doggy bag per portare a Yado ciò che non ero riuscito a mangiare. Me lo chiede lui, credo per risparmiare qualcosa sul costo della cena e sinceramente ne sono felice perché buttare via il cibo, soprattutto da queste parti è davvero un colpo al cuore.

Mentre stavo per arrivare al parcheggio dove mi stava apsettando sono stato avvicinato da un gruppo di bambini che chiedevano l’elemosina e quando hanno visto che avevo del cibo mi hanno chiesto di poterlo mangiare. Foto di rito tutti assieme con gradi sorrisi e poi sono salito in macchina.

Domani ci aspettano sette ore di macchina per tornare a Delhi da cui prenderò il volo per Varanasi alle 18.30. Le aspettative su questa città sono elevatissime, ne ho sentito parlare da tutti in modo entusiastico, quindi spero che non deluda le attese. Rafiq mi ha prenotato ogni tipo di escursione fosse possibile effettuare in due giorni, quindi il programma è serrato e zeppo di cose da vedere.

Si tratta anche della prima delle due tappe più spirituali del viaggio, se così si può dire.

 

Anche per oggi è tutto, a domani e…

 

Namaste

 

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