Questo è un post diverso dai precedenti e quasi sicuramente anche dai successivi.
Non c’è molto da raccontare in merito della giornata odierna, se non che siamo stati in viaggio quasi tutto il giorno per percorrere gli oltre 300 Km che separano Udaipur da Pushkar, dove mi trovo in questo momento.
Inizio il racconto partendo proprio dal perché ho scelto di visitare questa città e più in generale questa zona del Rajasthan.
Il motivo è presto detto: qui si trova l’unico tempio dedicato a Brahma, il Dio Creatore che suscita sempre un grandissimo rispetto e quasi timore negli Indiani che lo nominano. Da profano, da non conoscitore della religione Induista, da ateo seppur non mi consideri ateo al 100%, non riuscivo a trovare un motivo che spiegasse la presenza di un solo tempio per Brahma in tutta l’India.
In realtà ci cinque tempi dedicati a Brahma, ma sono templi minori, in cui Brahma è più una figura di contorno ad altre divinità come Shiva o Vishnu.
Indagando un po’ in rete ho appreso che non esiste una spiegazione certa e univoca alla mia domanda. Esistono invece diverse leggende divertenti, il cui filo conduttore è sempre lo stesso e cioè a causa di un certo narcisismo di Brahma e a seguito di una lite con Shiva, quest’ultimo ha deciso di punirlo negandogli il “diritto” di essere venerato come gli altri Dei e di non avere un giorno specifico in cui essere festeggiato. Come dicevo esistono diverse leggende, una dice che Brahma dopo aver creato l’universo e non sentendosi soddisfatto decise di creare la donna perfetta, dall’aspetto bellissimo e dopo averla creata fu così compiaciuto del lavoro svolto da innamorarsene, suscitando l’ira della moglie che lo aveva infine scoperto. Un’altra dice che la lite fu tra Brahma e Vishnu e che Shiva fosse stato chiamato dai due per dirimere la disputa, insomma non esiste una motivazione univoca. Sta di fatto che il Creatore è stato relegato in unico vero tempio in suo nome che si trova proprio qui a Pushkar, peraltro a pochi passi dal mio albergo.
Domattina dedicherò quanto più tempo possibile alla visita di questo luogo unico.
Oggi pomeriggio, dopo aver riposato un paio d’ore in albergo, mi sono fatto accompagnare da Yado nella zona del mercato locale, un’area enorme piena zeppa di negozi e bancarelle bellissime, coloratissime e stracolma di souvenir di ogni forma e tipo.
Anche qui la miseria non manca, come nel resto del paese, e all’ingresso dell’area pedonale, se vogliamo chiamarla così, è impossibile non vedere i senzatetto che vivono sui marciapiedi, all’interno di piccole tende, improvvisate con due bastoni e un telo, avvolti in stracci leggerissimi con cui non hanno speranze di trovare riparo dal freddo. Certo, non siamo sull’Himalaya e la temperatura da queste parti è abbastanza mite, ma la sera non si cammina certo in maniche corte, io stesso ho sentito la necessità di usare la felpa e la giacca.
La passeggiata tra le vie del mercato mi è piaciuta davvero molto, più che nelle precedenti città, perché ho avvertito da subito un senso di quiete e di rilassatezza generale da parte delle persone che vivono e lavorano qui. Gli stessi venditori, se comparati agli altri incontrati sino ad ora, non sono per niente insistenti, anzi sembra quasi che non abbiano necessità di vendere alcunché, un fatto decisamente nuovo e insolito in questo viaggio. Ho comprato qualche regalo per i figli degli amici e qualcosa anche per me, ma la cosa a cui pensavo mentre camminavo è che stavo respirando un’atmosfera molto particolare, che definirei mistica.
Uscito da uno di questi negozietti sono stato attirato dal colore arancione della tunica di un signore anziano, con una folta barca bianca, che stava seduto ai piedi di un tempio dedicato a Shiva, sfortunatamente interdetto ai turisti e a chi non è devoto alla divinità. Mi sono avvicinato a rendergli omaggio con il più classico dei saluti indiani: Namaste.
Già, proprio Namaste, questo saluto così evocativo e caratteristico rappresenta bene lo spirito del popolo indiano, oltre a ben esprimere il forte intreccio tra religione e cultura che lo caratterizza.
Significa letteralmente: mi inchino a te, ma il suo significato reale è “Saluto la Divinità che è dentro di te”. Questo perché secondo la religione Induista, così come per lo yoga con cui è legata a doppio filo e altre religioni come il Buddismo ad esempio, ogni individuo è una divinità. È un concetto magnifico dal mio punto di vista, radicalmente diverso dal concetto di religione a cui siamo abituati in occidente dove adoriamo un singolo Dio, custode di tutte le verità e giudice ultimo della vita umana.
Per l’Induismo e il Buddismo siamo tuti Dio, o meglio abbiamo tutti una forma di divinità dentro di noi, solo che non emerge sino a quando non impariamo a farlo tramite la meditazione e tramite il contatto con quanto di più profondo e puro è nascosto nelle nostre anime.
So che molti di voi staranno pensando che sono in preda ad un qualche delirio religioso che mi porta a parlare di questi argomenti, ma il delirio non potrebbe essere più distante da me.
Sono affascinato e interessato a conoscere un popolo, una cultura e uno stile di vita che è agli antipodi con il mio e le diversità che riscontro mi incuriosiscono, soprattutto quando sono così spirituali, al punto tale da spingermi un po’ più in là e un po’ più a fondo per viverle nel modo più pieno possibile.
Ritornando al saluto universale, Namaste, lo trovo magnifico perché non è rivolto alla persona che si ha di fronte, ma alla parte più importante e più bella di ognuno di noi e cioè le nostre anime, che sono una cosa ben distinta dal corpo con cui stiamo compiendo la nostra esperienza terrena.
Dico, ma vogliamo fare il confronto con buongiorno, buonasera, arrivederci, ciao?
È un saluto che si può usare in qualsiasi momento della giornata e con chiunque ma non è usato con la stessa facilità e frequenza con cui noi usiamo i saluti tradizionali. Lo si usa quando si vuole manifestare profonda deferenza verso qualcuno, per accoglierlo in modo inequivocabilmente rispettoso e offrirgli un posto d’onore nella nostra vita. Certo non mancano coloro che lo usano in modo più leggero, come ad esempio un negoziante che accoglie i turisti nel suo negozio, ma il senso del saluto poggia su basi diverse ed è una cosa seria che adoro e rispetto.
In una via laterale, che sbuca sul lago dopo aver sceso i gradini di una scalinata di marmo, ho udito i canti di un gruppo di fedeli che stavano celebrando un rituale religioso proprio a bordo lago. Ho indugiato qualche secondo, non sapevo se potevo avvicinarmi, se sarebbe stato accettabile un intruso durante un rituale che aveva tutta l’aria di essere una cosa seria, nel senso una funzione a numero chiuso, solo per una cerchia ristretta di persone. L’indugio si è rotto quando ho incrociato una ragazza che stava salendo la scalinata e si è avvicinata a me, le ho chiesto se fosse possibile scendere e lei mi ha risposto che avrei dovuto solo togliere le scarpe qualora fossi arrivato sino in fondo. Non era mia intenzione unirmi al gruppo, volevo solo osservare da vicino e assistere a qualche minuto al rituale. Mentre scendevo giù il volume delle loro voci si faceva più intenso e più udibile, l’aroma del fumo aromatico emanato da un fuoco che avevano acceso vicino a loro si diffondeva nell’aria e aumentava ulteriormente il mio interesse, oltreché il timore di essere notato e di interrompere la loro concentrazione. Erano seduti in cerchio attorno ad un piccolo tavolino in cui erano presenti degli oggetti che non sono riuscito a distinguere e davanti al gruppo si muoveva un uomo con un turbante sulla testa che ho identificato come una sorta di sacerdote, visto che era lui ad intonare i canti e a dettare i tempi della funzione. Mi sono fermato solo per qualche minuto e poi sono risalito su per tornare sulla strada principale, da cui ero venuto, e proseguire il mio giro.
La maggior parte dei negozi che ho visto e in cui sono entrato erano specializzati in oggetti di artigianato locale, rigorosamente fatti a mano e tutti molto curati nei dettagli: braccialetti e collane, libri rivestiti in pelle, articoli di abbigliamento, profumi e incensi, un po’ di tutto.
C’è stato un momento in cui mi sono reso conto di aver desiderato di comprare tutto ciò che vedevo ed è stato difficile operare una scelta, ma andava fatto.
Una cosa che ho notato, dopo essermi ritrovato nel cuore della zona, è stata la presenza di un considerevole numero di ristoranti italiani e israeliani, cosa molto strana perché durante questa settimana in India non ne avevo visto nemmeno uno. Alcuni negozi poi sono proprio gestiti da persone appartenenti a nazionalità palesemente non Indiana, come la French Bakery dove farò colazione domani mattina, gestita da un ragazzo francese che ha attirato la mia attenzione perché stava facendo il giocoliere con tre arance proprio mentre gli stavo passando davanti. Allo stesso modo una ragazza spagnola che vende borse in tessuto e altri ancora con i quali non ho parlato.
Chiedendo un po’ in giro ho scoperto che negli ultimi trent’anni molti italiani e israeliani si sono trasferiti qui, hanno aperto attività commerciali e hanno creato delle vere e proprie comunità.
L’idea di mangiare un piatto di pasta ha cominciato a farsi largo prima nella mia mente e poi nello stomaco e il desiderio di cambiare i sapori che sottopongo alle papille gustative e al mio olfatto mi hanno spinto ad entrare in un ristorante italiano il cui nome è perfino imbarazzante: Il Padrino.
Sono entrato dapprima a curiosare per vedere gli ambienti e poi ho chiesto un menu per capire quali fossero le specialità disponibili.
Il giardino esterno era molto intimo e gradevole, il menu un po’ meno c’era la “Pasta al Arabiata”, scritto proprio così, che ha vinto su tutto il resto. Il giudizio sul piatto lo evito, era talmente oscena da non poter essere più chiamata pasta, però ha assolto il compito e assaporare l’origano dopo sette giorni di masala e di curry mi ha donato un piacere impagabile.
Quando mi sono seduto ero l’unico cliente del ristorante, ma non c’è voluto molto perché si sopraggiungessero altri turisti. In particolare un altro solitario si è seduto a pochi passi dal mio tavolo e quando ha ordinato ho riconosciuto l’accento italiano, quindi in pochi minuti eravamo seduti allo stesso tavolo. Alex, di Roma, in vacanza in India con un itinerario simile al mio, anche se lui non si spingerà oltre fino a Dharamsala e Rishikesh.
Parlare un po’ di italiano mi ha consentito prendermi una breve pausa mentale e spirituale dalle tante sensazioni provate sin qui, per potermi successivamente immergere ancor di più nei pensieri che le accompagnano e che mi porterò dietro a lungo.
Yado infatti mi ha chiamato per chiedermi a che ora potesse venirmi a prendere e anche se non lo ha detto perché è sempre molto discreto e disponibile, aveva la necessità di riposarsi e dormire dato che oggi ha guidato per cinque ore buone.
Mentre camminavo per le stradine che portavano all’ingresso del mercato mi sentivo permeato da un senso di pace interiore profonda che non so spiegare razionalmente ma di cui sono estremamente grato e felice.
Io e Yado siamo arrivati al punto d’incontro stabilito in perfetta sincronia e in meno di dieci minuti eravamo già in hotel.
Il tour di domani inizierà alle 9, con la visita al tempio e proseguirà poi in modo casuale, senza una vera pianificazione perché in un luogo come questo credo sia più opportuno seguire il cuore anzichè la testa.
Anche per oggi è tutto.
Namaste





















