Il mondo non aspetta chi corre

L’alba è un momento magico che mi è sempre piaciuto un sacco ma ci sono stati 12 giorni in cui ogni alba ha avuto un significato un po’ diverso…

Era la fine di gennaio ed ero nella Crew House di Sint Maarten (SXM). Vivevo assieme ad un esercito di ventenni provenienti da tutto il mondo che come me erano lì per trovare lavoro a bordo e che avevano tutti una qualche esperienza pregressa in mare.

Dopo Geneviève avevo fatto solo un paio di giornate di daywork e a causa dell’elevato costo della vita, i soldi cominciavano a scarseggiare, anzi ad essere onesto stavano proprio finendo. Avevo una settimana pagata in anticipo nella Crew House e un biglietto aperto di ritorno per l’Italia.

Ero sul divano e guardavo i ragazzi gasati che si preparavano ad affrontare il weekend, per la precisione quel weekend specifico che rappresentava l’appuntamento fisso mensile con il full moon party in spiaggia. Stavo per rassegnarmi all’idea che la mia esperienza si stesse concludendo mestamente ben prima di quanto avessi immaginato e sperato. Ciò che realmente volevo era attraversare l’Atlantico e quella sera tutto mi faceva supporre che l’avrei attraversato ancora una volta in aereo, tornando a casa.

Improvvisamente si presenta alla porta un ragazzo, appena sbarcato da un charter a bordo di uno yacht a motore piuttosto grande (67 metri, quello della foto). Uno yacht francese con 10 persone di equipaggio che faceva la spola tra Sxm e le BVI (British Virgin Islands). Ci presentiamo, chiacchieriamo un po’ e ad un certo punto mi dice che ha già trovato un altro imbarco e che nel giro di un paio di giorni andrà via nuovamente. Mi guarda e mi chiede se voglio prendere il suo posto nella barca da cui è appena sceso. Credo che la mia espressione lo abbia colpito perché ha passato le due ore successive a mettermi in guardia e ad avvisarmi in ogni modo possibile sulle difficoltà di quel lavoro. Inutile dire che era come se fossi “sordo”, in quel momento sarei stato disposto a tutto, ma veramente a tutto, pur di giocarmi una sola possibilità di perseguire il mio obiettivo.

Il giorno dopo ero a bordo di Maruma e per i successivi 12 giorni, anche se dovrei dire 12 notti, ho lavorato con loro. Non esiste, nemmeno oggi, nessun lavoro a cui possa pensare che sia anche solo lontanamente paragonabile alla fatica che ho fatto in quelle 12 notti, niente di niente.

Facevo il turno dalle 19 alle 7, con 1 ora di pausa. Il mio compito era risciacquare, insaponare, lavare, asciugare, lucidare e pulire tutto lo yacht da cima a fondo, da prua a poppa, dentro e fuori, ogni singola dannatissima notte. La job list allegata è l’insieme di tutti i compiti che ogni sera il Primo Ufficiale mi comunicava, ridendo sadicamente e leggendo chiaramente la preoccupazione nei miei occhi. Ricordo che la prima notte mentre stavo risciacquando il sundeck (il ponte più alto) mi sono chiesto se quella vita facesse davvero per me, se non mi fossi auto-convinto di volere qualcosa che in realtà non mi apparteneva e ho preso seriamente in considerazione la possibilità di finire il turno e chiedere di sbarcare il giorno dopo nel primo porto disponibile (è un diritto sancito a livello internazionale per chiunque lavori a bordo di un’imbarcazione di qualsiasi tipo). Ma mentre passavano le ore e la fatica cresceva sentivo dentro di me che non potevo mollare alla prima difficoltà, se mi fossi arreso in quel momento avrei letteralmente gettato al vento tutto: sogni, ambizioni, autostima orgoglio…tutto! Non potevo farlo accadere e così ho iniziato a farmi motivare proprio dal dolore fisico. Mentre percorrevo in lungo e in largo i 3 ponti dello yacht cominciavo a sentire sotto i piedi una sensazione simile alla puntura di 100 spilli, ma più il dolore aumentava più montava la forza di finire il turno! Quella forza mi ha tenuto in piedi e mi ha fatto arrivare in fondo, ogni notte.

Di quell’esperienza avrei tante cose da raccontare, come ad esempio il clima orribile che si respirava tra l’equipaggio, ma più di ogni altra cosa ricordo nitidamente la gioia che ho provato al momento dello sbarco a Isle de Sol a SXM. Dopo essere sceso dalla passerella ho appoggiato il borsone, mi sono messo in ginocchio e ho baciato l’asfalto torrido della banchina fra lo stupore generale di tutte le persone che si trovavano lì in quel momento.

Ero fisicamente annientato, nel senso letterale del termine. La schiena e i piedi rimasero doloranti per alcune settimane, ma avevo in tasca il denaro sufficiente per sostenere economicamente la mia permanenza nell’isola e così, mentre mi avviavo a piedi verso la Crew House, ripensando a quell’esperienza provavo una delle sensazioni più belle che un uomo possa provare: la gioia di sentirsi sicuri di sé stessi e padroni del proprio destino. Avevo dimostrato a me stesso che niente poteva fermarmi, avevo riacceso la speranza facendo appello unicamente alla mia forza d’animo e avevo tenuto in vita il sogno! Questa consapevolezza bilanciava più che equamente qualsiasi fatica e qualsiasi dolore.

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