Il mondo non aspetta chi corre

Mcleod Ganj: la piccola Lhasa

La sveglia era impostata alle 8 per consentirmi di riposare quanto bastava dopo il lunghissimo viaggio di ieri, ma alle 7 e 15 ero già sveglio e sentendomi bene ho pensato di fare colazione in hotel. Avrei potuto scrivere che mi sentivo fresco e forse sarebbe stato l’aggettivo più appropriato perchè non essendoci il riscaldamento ed essendo ai piedi dell’Himalaya, la temperatura in camera era ed è tuttora vicina ai 10 gradi. A Mcleod Ganj la pelle rimane sempre tirata.

All’ingresso davanti alla reception c’era l’unica cameriera dell’hotel, indaffarata a preparare la sala in solitudine. È una ragazza del posto, che ha sicuramente dei parenti Tibetani perché i suoi tratti somatici sono inconfondibili. Parla pochissimo Inglese ma è quanto basta a raccogliere le ordinazioni dei clienti e svolgere quindi il suo lavoro. L’ho incrociata quando stava per rientrare in cucina e le ho chiesto se era possibile fare colazione. Lei mi ha guardato un po’ assonnata e mi ha risposto che la cucina iniziava il turno alle 10 quindi fino a quell’ora nessuna possibilità.

Non avevo voglia di attendere così tanto e non solo perché avevo fame, ma soprattutto perché non volevo sprecare due o tre ore della mattinata. 

Non avevo un programma fitto, anzi l’unica vera intenzione che avevo era di camminare nella natura e così le cascate di Bhagsu Nag mi sembravano la destinazione ideale per soddisfare questo desiderio. 

L’abbigliamento da trekking utilizzato durante il Cammino di Santiago era perfetto per il freddo Himalayano dove una semplice felpa sarebbe insufficiente.

Allacciate le scarpe e messo in tasca gli auricolari sono sceso in strada. I negozi e le bancarelle erano tutti chiusi, aprono alle 10 come qualsiasi attività commerciale, ad eccezione dei banchi ambulanti di street food. Proprio davanti all’ingresso della stradina che porta al mio hotel ce n’è uno che ha attirato la mia attenzione. Un ragazzo stava scaldando una padella da omelette e stava sbattendo le uova e nel frattempo riempiva d’acqua una casseruola. Mentre decidevo il posto in cui fare colazione lo guardavo dosare tutti gli ingredienti, tantissimi, per preparare il Tè Indiano. Sono riuscito a riconoscerne molti ma alcuni di essi erano contenuti all’interno di barattoli senza etichetta e quindi non so cosa fossero, ma lui si muoveva con la fluidità di chi compie gli stessi gesti giorno dopo giorno per anni. Le dosi di ogni spezia erano perfette al milligrammo, le pescava con un piccolo misurino al primo colpo, senza dover ritornare dentro al barattolo per correggere la quantità.

Due signore si avvicinano e dopo aver confabulato qualche secondo gli comunicano l’ordine. Si tratta di due omelette indiane, lo capisco dal fatto che versa dell’olio di semi nella padella già calda e aggiunge due uova nella ciotola che aveva già in mano, nella quale aggiunge la parte verde del gambo della cipolla selvatica, del pomodoro tagliato a cubetti piccoli e del peperoncino verde fresco.

Versa il contenuto della ciotola e lascia che le uova rapprendano per un paio di minuti, poi ci mette sopra due fette di pane da toast e quando il pane ha assorbito la parte di uovo non ancora cotta, le gira per scottare la superficie. Qualche minuto e piega i lembi dell’omelette sopra le due fette di pane creando un panino che toglie dal fuoco, taglia in due e serve su di una salvietta alle due signore. Completa l’ordinazione servendo un bicchiere di Tè bollente.

L’omelette sembrava proprio squisita, ma io volevo sedermi al caldo perché l’aria del mattino a Mcleod è pungente e ho quindi optato per un ristorante che si trovava nell’edificio di fronte e che aveva una terrazza verandata all’ultimo piano.

Quando ho visto che servivano lo stesso tipo di colazione non ho esitato un secondo e ve lo confermo, è davvero buona!

Caffè americano, nero e bollente, qualche minuto di contemplazione della vista e poi giù in strada per iniziare la camminata.

Il percorso era breve, nulla di particolarmente impegnativo, a parte una salita piuttosto ripida ma che non essendo persistente non risulta assolutamente difficile da affrontare.

Si passa il paese e si entra in un bosco, sempre seguendo la strada cementata ma circondata da alberi altissimi. Si scende leggermente e si attraversa il paesino di Bhagsu, che è composto prevalentemente da hotel e resort, molti dei quali in ristrutturazione.

Seguo le indicazioni di Google Maps, che  non è affidabilissimo in questa zona tanto che ho più volte ignorato le indicazioni perché mi sono reso conto guardando la mappa e il punto d’arrivo, che sarei andato inutilmente fuori strada.

Nel salire verso una cima intermedia osservavo gli edifici e ho notato un tempio con le solite colonne dorate all’interno del quale ho scorto una scala che entrava dentro la testa di quello che mi è parso un drago. Mi sono tolto le scarpe e sono stato accolto da un sacerdote molto giovane e molto cordiale che ha iniziato, dietro mia richiesta, a spiegarmi la storia del tempio, la disposizione delle statue delle divinità e ogni altro dettaglio utile a comprendere il luogo in cui mi trovavo.

Alla fine della spiegazione mi ha invitato a salire al piano superiore utilizzando la scala nella bocca del drago che avevo visto dall’esterno. Il soffitto era talmente basso che mi sono dovuto abbassare per fare gli scalini e una volta arrivato al piano superiore mi sono proprio inginocchiato per percorrere il corridoio che portava al piccolo altare davanti al quale compie i suoi riti. Si trattava di un altare con due statue, Shiva e la moglie se non erro ma ormai faccio confusione continuamente perchè ho sentito così tanti nomi di divinità da non ricordarne nemmeno uno. Le statue erano collocate all’interno di un anfratto con colori così accesi da rendere difficile mantenere lo sguardo al suo interno e lui aveva un il suo posticino all’interno di questo spazio che era chiuso da un piccolo cancello in ferro.

I fedeli si siedono a terra davanti al cancello e lui inizia il suo rito recitando alcune preghiere. Io lo guardavo incredulo, con lo stato d’animo di chi è andato per la prima volta al parco giochi ed entra nel castello delle fate. Lui continua la sua cantilena per me incomprensibile e quando improvvisamente si ferma, afferra un gomitolo di filo rosso e mi invita a offrirgli il polso destro e inizia ad avvolgere il filo rosso recitando un’altra cantilena. Dopo aver finito mi dice che è un rituale con il quale chiede alla divinità di proteggere e mantenere in salute la persona beneficiaria del rito.

Che dire?! Lo ringrazio e penso tra me e me, che tu sia benedetto dalla sorte, amico!

Sono stato all’interno del tempio per un quarto d’ora circa e mi sono rimesso in marcia con ancor più serenità di quella che aveva prima, sicuramente per merito della magia del sacerdote 🙂

Quando finalmente ho raggiunto la prima cena ho imboccato il sentiero vero e proprio, quello che passa per la foresta e che ad un certo punto sbuca in un sentiero molto più stretto e a strapiombo sulla vallata. Non so se avete presente quella che viene considerata la strada più pericolosa del mondo, la Sichuan-Tibet Highway, ecco questa era la versione in miniatura.

La visuale sulla vallata è bellissima, così come quella sulle cascate che si intravedono in lontananza.

È un trail brevissimo, in tutto sono 6 Km, ma offre una bella esperienza a chi lo percorre.

Raggiunto il bacino di raccolta dell’acqua, mi sono seduto su una roccia liscia e ho aperto una birra per celebrare il momento, dopo il Cammino è diventato un rito da compiere al termine di ogni camminata.

Mi stavo godendo il momento quando ho visto un gregge di capre scalare la parete di fronte a me e mi sono accorto della presenza di una terrazza di cemento e delle persone che osservavano il panorama e ho quindi deciso di raggiungerla per godere della stessa vista.

Nel salire sulla parete fatta di terra e rocce pensavo a come le capre riescano a farlo sembrare facile, quando invece non lo è per niente. 

Sono arrivato alla terrazza in pochi minuti e quando ero proprio a pochi passi ho riconosciuto le note di una canzone famosissima di Bobby Mcferrin: Don’t worry, be happy. Proveniva da un cafè il cui nome non poteva che essere Shiva Cafè. Un posto talmente magico da rapire la mente e saturare tutti i sensi.

La musica, i colori, il profumo dell’incenso, gli odori della cucina a vista che sfornava piatti in continuazione e l’aria fresca che attraversava l’intero locale da una porta all’altra. Sulle pareti e all’esterno del bar sono state poste delle pietre nere che credo fosse ardesia sulle quali campeggiavano aforismi ad effetto, molto profondi e a tratti illuminanti. Due in particolare mi sono colpito più degli altri e ne voglio riportare il testo per condividerlo con voi.

Il primo recitava così: 

Karma. 

Quando un uccello è vivo si nutre di formiche. Quando un uccello è morto le formiche si nutrono dell’uccello. Il tempo e le circostanze possono cambiare in qualsiasi momento. Non sminuire o ferire nessuno nella tua vita.

Puoi essere forte, ma ricorda, il tempo è più forte di te.

Con un albero si possono fare un milione di fiammiferi, ma ne basta uno solo per bruciare un milione di alberi.

Il secondo, molto più breve ma nel contempo molto piu disarmante riportava questa frase:

Ho imparato a donare non perchè ho troppo, ma perchè so esattamente cosa si prova a non avere niente.

L’atmosfera dello Shiva Cafè è meravigliosa e ci ho trascorso quasi un’ora prima di decidere di scendere in paese per rientrare a Mcleod Ganj.

Stavo per riprendere il sentiero quando ho visto che dalla montagna di fronte stavano scendendo delle persone che portavano in spalla dei rami tagliati fresco. Il sentiero era ripido e loro camminavano curvi sulla schiena sotto il peso del loro carico. Li guardavo scendere velocemente, tra rocce e pietre, in mezzo agli arbusti, senza esitazione e sono rimasto impietrito quando mi sono reso conto che erano tutte donne. Io avevo uno zainetto leggerissimo sulle spalle, indossavo le scarpe da trekking che aiutano molto in terreni come questo e non riuscivo a scendere alla loro velocità.

Mi hanno raggiunto nel giro di pochi minuti e una di loro si è fermata a pochi passi da me, per riposare. L’ho salutata, le ho manifestato la mia ammirazione e ho continuato la discesa fino Bhagsu, che nel frattempo si era animata e brulicava di persone in visita.

Mezz’ora più tardi ero davanti all’hotel, dove ho fatto una doccia calda e pranzato.

Dato che ero in ritardo con il racconto del giorno prima, mi sono seduto nella sala interna per scriverlo sorseggiando del Tè nero.

Un po’ di relax grazie al quale assorbire l’estrema pace che trasmette questo paesino, così lontano dalla mia vita e dai miei pensieri sino a questo viaggio.

Avevo in mente un unico sito da visitare oggi ed era il Tsuglagkhang Complex, chiamato anche Dalai Lama Temple.

Lo avevo visto in rete e in qualche video che ne mostrava l’interno e l’esterno, così verso le 18 ho fatto una passeggiata fino alla fine della strada principale di Mcleod dove si trova l’ingresso del tempio.

L’emozione di vedere dal vivo ciò che si è visto su di uno schermo, di cui si è letto tanto e di cui si comprende l’importanza storica e ciò che rappresenta per un intero popolo, mi ha emozionato molto.

Era semi deserto perché le funzioni si svolgono sempre al mattino e quindi anche l’afflusso di turisti e fedeli avviene in quegli orari, cosa che mi ha dato la possibilità di apprezzarne i dettagli senza fare i conti con la ressa abituale.

Lascio parlare le foto perché le parole ne ridurrebbero il fascino e la bellezza. È un luogo che catalizza l’attenzione e che riempie lo spirito, indipendente da quale sia la fede religiosa di chi lo visita. Se si conosce un po’ la storia del popolo Tibetano, si è consci di cosa rappresenti questo tempio dove ogni giorno si prega affinché ogni essere trovi la pace. La pace non esiste da più di sessant’anni in Tibet, da quando la Cina ha deciso di appropriarsi del territorio e di sradicare in ogni modo la cultura Tibetana, portando di fatto alla guerra un popolo pacifico come il loro.

Quando pensiamo a questo paese lo immaginiamo piccolo, io almeno lo ritenevo tale e mi sono meravigliato nello scoprire che ha un’estensione pari a mezza Europa. La sua ricchezza mineraria e il suo lungo confine con l’India sono la ragione dell’invasione Cinese che ha causato molti morti e che tuttora deve affrontare le proteste della popolazione che non vuole arrendersi all’oppressione.

Si respira tutto questo nel Tempio del Dalai Lama e quando si fanno roteare le famose ruote della preghiera si ha la sensazione di assorbire una parte dell’energia e dello spirito Tibetano.

C’è un mantra che viene recitato dai monaci e dai fedeli Buddisti, che ho sentito cantare da una monaca mentre scendevo le scale per dirigermi verso l’uscita del tempio e che è riportato in tante collanine che vengono vendute in paese. Si tratta di una sequenza di sillabe Om Ma ni Pad me Hūm. Il suo significato letterale fa riferimento alla purezza del fiore di loto che pur crescendo nel fango mantiene intatta la purezza e il colore dei suoi petali, ma il suo significato spirituale è che con metodo e saggezza si possono convertire  i pensieri impuri con quelli puri e trovando così la pace interiore del Buddha.

Ho progettato questo viaggio con lo scopo di vivere un’esperienza spirituale, sono felice di aver trovato esattamente ciò che cercavo e più di quanto mi aspettassi di trovare qui, nella piccola Lhasa.

A domani.

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