Una giornata da Leoni!
Condensare tutte le visite in 12 ore è stata una sfida vera e propria, me ne è valsa la pena.
Colazione in hotel, sul tetto, con vista sulla città, sui tetti bianchi delle case più recenti e sulle cupole colorate degli edifici storici oltreché sul lago Pichola.
Avevo due opzioni tra cui scegliere per esplorare e conoscere questa città: farmela tutta a piedi o muovermi in Tuk Tuk, ha vinto la seconda e per fortuna, aggiungo. Le distanze tra un luogo e l’altro non erano impossibili a piedi, ma non sarei stato in grado fare tutte le cose che ho fatto e avrei dovuto operare una scelta scartando qualcosa che invece sono contento di aver visto.
Sceso nella hall e riconsegnata la chiave della camera ho chiesto al ragazzo della reception se conosceva un Tuk Tuk Man affidabile, uno che fosse disponibile per l’intera giornata e che non fosse esageratamente costoso. Ovviamente ne aveva più di uno ma ha scelto Raji, un ragazzo attorno ai trent’anni, riservato e molto educato e disponibile, uno di quelli a cui vuoi bene già dopo cinque minuti che l’hai conosciuto.
Era imbottigliato nel traffico mattutino quando ha ricevuto la chiamata di Lacsman (chissà se scrive così), il ragazzo della reception, anche lui molto gentile e con una acconciatura in stile Bollywood davvero buffa. Sono trascorsi quasi 25 minuti prima che Raji arrivasse all’hotel e li ho impiegati per conversare con lui.
La disponibilità totale del Tuk Tuk dalle 10 alle 22 costa 1500 Rupie, l’equivalente di 17 euro, spesi benissimo.
Prima tappa il City Palace, residenza Reale, fortificazione antica che proteggeva dagli invasori ed edificio la cui posizione offre una visuale unica, sulla città da un lato e sul lago dall’altro.
Raji si dimostra essere sin dai primi minuti un abile pilota di Tuk Tuk e un profondo conoscitore di tutte le scorciatoie utili ad evitare gli ingorghi. Sono piloti, credetemi, potrebbero tranquillamente guidare una macchina da rally o una Formula 1 perché se guidi un Tuk Tuk a Udaipur devi avere una prontezza di riflessi fuori dal comune. Vicoli così stretti da consentire il transito di un solo mezzo per volta sfiorando i muri degli edifici. Vicoli che sono a doppio senso di marcia e quindi una volta entrati non si può più tornare indietro, o meglio si può ma diventa una sfida contro il tempo perché se un’altra auto impegna la strada è finita, ci vogliono 20 minuti buoni per sbrogliare il groviglio di mezzi. Quindi vanno percorsi a tutta birra, alla velocità massima di un Ape Piaggio e bisogna stare attenti a chi sbuca dalle vie laterali: pedoni, motociclette, Tuk Tuk o macchine. Ai deboli di cuore mi sento di dare un consiglio: visitate Udaipur a piedi o non farete ritorno a casa.
All’ingresso del Palazzo vengo subito avvicinato da una guida turistica ufficiale, una di quelle con il badge di riconoscimento appeso al collo, che mi offre un tour guidato per 500 Rupie, 6,5 euro. Non ci penso due volte e accetto. Questa è una cosa che in India va fatta assolutamente, quando si visita un edificio, un museo o qualsiasi altra attrazione turistica di interesse storico è meglio affidarsi ad una guida, spendere davvero due spiccioli e farsi raccontare le tante storie che permeano le mura di questi palazzi. Da soli è troppo complicato, un po’ perché si tratta di una cultura troppo distante dalla nostra, anche geograficamente, della quale abbiamo una conoscenza storica minima, o quanto meno non la apprendiamo a scuola, quindi non abbiamo riscontri da ripescare nella memoria per collegare nomi, luoghi o eventi; e un po’ perché le didascalie nelle sale di esposizione, le insegne e tutto ciò che potrebbe essere d’aiuto alla comprensione sono scritti per il 70% in sanscrito e per il 30% in inglese. Troppo poco per comporre tutti pezzi del puzzle.
Ravid, questo il nome della mia guida, è stato magnifico, siamo entrati subito in sintonia perfetta e tra una sala e l’altra abbiamo iniziato a divagare. Del resto chiacchierone io e chiacchierone lui, non poteva che diventare una partita di chiacchiere. È iniziato tutto quando siamo passati davanti ad un quadro che ritraeva Ganesh, il capo degli Dei minori, di cui non conoscevo la storia e non sapevo come si collocasse rispetto alla Triade Brahma, Shiva e Vishnu, gli Dei maggiori.
Dapprima meravigliato per il mio interesse, Ravid ha iniziato a spiegarmi con pazienza ma anche con orgoglio e divertimento, la storia di base della religione Induista. Se non siete interessati potete saltare questa parte e andare oltre, se invece vi incuriosisce quanto me allora rimanete qui.
Il labirinto delle divinità si districa partendo da un momento precedente alla creazione dell’Universo, quando tutto era Uno, un’unica entità assoluta e onnicomprensiva che i testi Indù chiamano Tat, un’entità puramente concettuale che letteralmente significa “Quello”. Per poter essere accettato dalla mente umana Tat si divide in tre parti assumendo il nome di Sacchidananda, costituito da: Esistenza, Coscienza e Beatitudine. Sotto a questo livello compare la Triade sopracitata, che ha sembianze umane, che contempla le rispettive mogli e i loro figli, anch’essi divinità.
Tra i figli va menzionato proprio Ganesh, la divinità con la testa di elefante che è rappresentata ovunque in India, più di qualsiasi altra divinità. Ed è proprio da questo che è sorta la mia domanda: se non è il capo supremo di tutti gli Dei, perché è così diffusa la sua immagine e il suo culto?
Perché è la divinità della saggezza, della rimozione degli ostacoli e della protezione delle buone azioni che semina difficoltà sulla via dei malvagi.
Tradotto in due parole: porta fortuna, ecco perché è in tutte le case e in tutti i palazzi dell’India.
Da qui ho iniziato a fare altre domande a cui Ravid ha sempre risposto in modo esaustivo, ma ve le voglio risparmiare perché penso che l’argomento mi abbia già portato fuori tema a sufficienza. Concludo con una considerazione personale relativa al fatto che in questo particolare momento della mia vita, senza avere alcuna intenzione di attaccarmi alla religione o di scegliere una fede in particolare, nutro un interesse per queste leggende, teorie, credenze o come preferite definirle e l’India è il posto ideale per antonomasia per sguazzarci dentro.
I visitatori del palazzo e le altre guide turistiche ci vedevano e soprattutto ci sentivano parlare di queste cose e rimanevano a metà tra l’incredulità e il divertimento. Facevamo due passi all’interno, lui mi spiegava chi era stato il Maharaja, cosa faceva in quella stanza in particolare, chi era sua moglie e chi erano i loro figli e subito dopo riprendeva l’argomento religioso, mentre facevamo lo slalom tra la gente. È stato davvero esilarante per tutti, per noi per primi.
Il fratello di Ravid ha vissuto quindici anni in Sicilia e sta per sposare una ragazza italiana, quindi avevamo un altro argomento di conversazione non legato al palazzo, insomma credo abbiate capito che la visita in sé ha assunto una connotazione insolita. D’altronde l’avevo già detto ieri, a me i Palazzi Reali interessano come gli istinti riproduttivi delle foche monache, nulla.
La sola cosa a cui ero interessato, legata al palazzo, era la doppia vista dall’alto sui due lati dell’edificio, fine della questione.
Dopo circa un’ora e mezza, dopo essere scesi in cortile, mi sono fatto consigliare dal mio nuovo amico tutte le tappe meritevoli di essere visitate in una singola giornata a Udaipur.
Gli ho passato il telefono, abbiamo chiamato il Tuk Tuk Man e gli ha dettato la scaletta delle visite.
Job done!
Tappa numero due: giro in barca sul lago, durata due ore con sosta in una delle due isole, l’unica visitabile perché l’altra è il famoso Hotel Galleggiante di lusso visitabile solo dagli ospiti.
L’isola in cui ci siamo fermati, che si chiama Jag Mandir, mi ha chiarito il perché Udaipur venga considerata la Venezia d’Oriente. Seppur il paragone risulti un po’ azzardato devo dire che la piazza dell’isola ricorda vagamente Venezia e più in generale grazie alle luci che si specchiano sull’acqua di notte, la città in sé la ricorda vagamente.
Terminata la visita era ormai ora di pranzo, anzi erano già le due e sentivo un certo appetito, quindi Raji mi ha portato in un ristorante che conosce bene e che mi ha confessato essere il ristorante in cui porta la moglie nelle occasioni speciali. Non era per niente costoso, ho mangiato con 15 euro circa, ma è sicuramente fuori dalla portata della maggior parte delle tasche Indiane.
Ottimo cibo, servizio accettabile, igiene nella media. Mi sono alzato da tavola soddisfatto, anche se ammetto che il Masala comincia ad uscirmi anche dalle orecchie e sto desiderando del cibo occidentale più di ogni altra cosa al mondo. Considerando che resterò in India per un altro mese abbondante non so davvero come farò.
Oltretutto pensavo e speravo che mangiando solo verdure e riso avrei perso ulteriormente peso, invece a causa delle preparazioni molto condite e del pane Chapati che è diventato una droga, sta succedendo esattamente l’opposto.
Tappa successiva Sahelion Ki Bari, un grande giardino in città con una piscina di Loto e delle fontane. Nulla di incredibile e stupefacente ma ne è scaturita una buona occasione per fare qualche foto diversa dalle altre e per rilassarsi per 40 minuti circa.
Erano quasi le 16, il programma continuava con la salita al Sajjangarh Monsoon Palace, in cima ad una delle colline fuori dalla città, per godere del tramonto tra le montagne, alle 18 circa.
Questo mi ha dato il tempo di fare ritorno in albergo per rifiatare per un’ora prima che Raji tornasse a prendermi. Sulla strada ho sentito un rumore di tamburi che riusciva a sovrastare quello dei clacson, mi sono guardato attorno ma non riuscivo a capire da dove venisse finché poi ho individuato la fonte. In una strada secondaria ho visto una moltitudine di colori e ho chiesto a Raji di fermarsi per andare a vedere cosa fosse.
Era un matrimonio Indiano e il suono di tamburi era una band di ragazzi vestiti con abiti dai colori sgargianti che stavano eseguendo una brano in onore degli sposi. C’erano tamburi di ogni forma e dimensione, ognuno con un suono ricco e distintivo, ma il pezzo forte era il leader della band, colui che aveva in mano il rullante e che era un fenomeno assoluto, sia come performer che come show man.
Mi sono avvicinato tenendo l’asta della GoPro sollevata sopra le loro teste e ho compiuto un giro attorno ai ragazzi mentre lui stava nel mezzo. Aveva un modo curioso di impugnare le bacchette, le teneva al contrario rispetto a come a come si tengono di solito, o forse si fa così non lo so, ma la cosa di cui sono certo è che quando si è accorto che lo stavo riprendendo si è messo a favore di camera e ha iniziato il suo show.
È stato divertente ed emozionante, pura magia.
Una volta in hotel ne ho approfittato per ricaricare il telefono, prendere uno zaino in cui infilare tutte le cose che mi porto dietro, che in una giornata come questa risultava scomodo tenere in mano e, come dicevo prima, sdraiarmi una ventina di minuti.
Ripartiti alle 5 in punto ci siamo diretti verso il ticket point, dove alcune Jeep portano i turisti in cima alle colline percorrendo a velocità sostenuta i circa 5 Km di tornanti ripidissimi che separano il palazzo dalla città.
La location è suggestiva, per via dell’altezza e anche per il modo in cui si raggiunge, il tramonto a mio modesto parere non è stato all’altezza delle aspettative, ma forse dipende anche dalla scarsa visibilità invernale. O forse dopo aver visto decine di tramonti in Atlantico sono diventato un tantino difficile da accontentare quando si parla che di sole che tramonta.
Ci sarebbe stata una tappa ulteriore dopo questa ma erano ormai le 19 ed era troppo tardi. Si trattava di andare ad assistere ad uno spettacolo di danza locale, che mi è dispiaciuto non vedere e che spero di poter ammirare in futuro.
Ritrovato Raji al ticket point quando ormai era diventato buio fitto, gli ho chiesto di portarmi nel posto migliore della città per scattare una foto delle luci che si specchiano sull’acqua e lui mi ha fatto scoprire il posto numero uno che tra l’altro è a due passi dal mio hotel ma se non lo conosci non c’è speranza di capitarci per caso.
È un posto talmente famoso per scattare foto ad effetto che per poterci andare devi pagare, 0,70 cent di euro, ma li devi pagare.
Una fondamenta, come la chiamerebbero a Venezia, piccolissima, che affaccia proprio di fronte al Palazzo Reale e alla città vecchia. La foto è quella che vedete in testa a questo post.
Ci sono rimasto per circa quindici minuti, non solo per le foto ma anche e soprattutto per ammirarne la bellezza, poi sono tornato da Raji e gli ho chiesto di portarmi in un ristorante internazionale perché non avrei potuto affrontare il curry o il Masala anche stasera.
Fortunatamente ce n’è uno, che di internazionale aveva sei o sette piatti ma almeno c’era qualcosa di diverso. Ho scelto gli Hakka Noodles, un piatto della cucina Cinese a base di verdure piccanti, patatine fritte e finalmente una Heineken.
Alle 21.30 ho salutato il mio angelo su quattro ruote e gli ho dato 2000 Rupie, anzichè 1500, per ricompensarlo della sua disponibilità.
Sono le 23, sto scrivendo le ultime righe di questo racconto e non vedo l’ora di andare sotto la doccia bollente e di dormire perché domani mi aspetta un altro lungo viaggio in auto e voglio partire riposato.
Quindi anche per oggi è tutto, a domani.




















