Il mondo non aspetta chi corre

Primo impatto con Delhi

5.30, le luci della cabina si accendono, insieme all’altoparlante da cui la stewardess annuncia che stiamo iniziando la discesa verso Delhi, destandomi dal sonno in cui ero sprofondato dal almeno un paio d’ore. È ancora buio là fuori e la cosa che mi colpisce da subito è il “cappello di smog” che le sta sopra, rendendo opache le luci della città.

A fianco a me due ragazzi Indiani con cui ho scambiato qualche chiacchiera durante le prime due ore di volo da Riyadh. Sono giovani e hanno tutta l’aria di rientrare a casa dopo un lungo periodo all’estero.

Sono stanco, sebbene abbia dormito sia nel primo che nel secondo volo e che il viaggio sia filato via piuttosto in fretta, sono state pur sempre 24 ore di check-in, scali e controlli passaporti e poi, si sa, dormire in aereo non è mai riposante.

L’Immigration in India è estenuante, code lunghissime, quasi sempre inutili, con funzionari lentissimi e procedure ridondanti.

Mi ci sono voluti 50 minuti buoni prima di dirigermi, finalmente, al ritiro bagagli.

Anche lì, una volta presa la valigia, nel mio caso lo zaino, devi ripassarlo sotto ad uno scanner prima di poter uscire e la gente inevitabilmente si mette a lottare con i carrelli per filare via il prima possibile.

Non ho fretta, non è ancora uscito il sole, e intenzionalmente non prenotato alcun albergo perché delle foto su internet mi fido poco, quindi appena scorgo un negozio di telefonia mobile appena prima delle porte che danno sulla corsia Taxi, mi avvicino al banco per occuparmi di quella che è senza dubbio una priorità.

C’è fila anche lì e una ragazza che un attimo prima stava parlando col commesso, si allontana e mi passa a fianco. Le chiedo se ha acquistato una sim e se è conveniente. Lei risponde che non ha comprato perché il commesso le ha detto che in città avrebbe potuto sottoscrivere la stessa offerta ad un prezzo più basso. Tanto basta per convincere anche me e mentre sto per dirigermi verso l’uscita, mi chiede se voglio condividere un taxi con lei. È una ragazza di San Pietroburgo, con un’aria stanca e anche un po’ smarrita. I Taxi in India costano meno del pane e capisco subito che probabilmente la condivisione del viaggio serviva a farla sentire più sicura.

Paghiamo la corsa in anticipo, presso un box ufficiale che si occupa di smistare i clienti ai drivers e non appena l’auto si ritrova in mezzo al traffico, ci rendiamo conto che tutto ciò che abbiamo letto e sentito dire su New Delhi e il modo di guidare dei suoi abitanti, è proprio vero. Non esiste nessuna regola, nessuna! Chiunque sia in strada, con qualsiasi mezzo di locomozione, auto, camion, carri trainati da mucche, cammelli, Tuk Tuk etc., può fare qualsiasi cosa gli passi per la testa. La sensazione che si prova è di essere i passeggeri di un autoscontro. Avete presente no, quando si cambia direzione all’improvviso per cercare il frontale con un’altra auto?!? Ecco, tale e quale.

Nei primi due Km ho contato quattro incidenti mancati per un soffio, sottolineati dalle esclamazioni in Russo di Margherita, che si metteva le mani fra i capelli. Da lì in poi ho smesso di contare perché ho capito che sarebbe stato inutile.

Nel frattempo non vi ho detto che avevo deciso di andare a vedere l’albergo in cui aveva prenotato lei e nel quale la attendeva un’amica che vive in India da poco più di un anno.

Mi diceva essere in una zona molto frequentata da turisti e molto tipica e quindi mi sono detto” perché no?!

Il nostro autista non parlava una sola parola di Inglese, non conosceva nemmeno l’indirizzo dell’albergo e a circa due Km dall’arrivo (fortunatamente Margherita aveva salvato il percorso offline su Maps) si è fermato a bordo strada dove un Tuk Tuk di un amico ci stava aspettando. Lui parlava inglese e ci dice l’amico l’ha chiamato per spiegarci che non ci avrebbe portato fino a destinazione e che lo avrebbe fatto lui addebitandoci due spiccioli. Margherita non sa come rispondere, cerca di ribattere ma l’insistenza del nuovo arrivato la blocca e stava quasi per accettare, quindi le sposto il busto con un braccio per guardare negli occhi l’amico del grano facile e gli dico due parole semplici: fidati, da qui non scendiamo finché non arriviamo all’hotel.

Deve aver letto una certa arroganza nel mio sguardo e nel tono di voce perché non ha nemmeno provato ad argomentare e ha spiegato al driver la strada che doveva seguire e che raggiungiamo dopo meno di dieci minuti.

È una zona buia, fatiscente come poche altre volte mi è capitato di vedere in giro per il mondo. La strada non può essere chiamata strada, è un solco che è stato battuto e calpestato per decenni e attorno al quale sono stati edificati dei palazzi. Scendiamo, scarichiamo le valigie e il ragazzo ci indica di proseguire a piedi per un centinaio di metri perché con la macchina non era possibile. Davanti a noi uno scavo enorme, segno che stanno rifacendo l’intera rete fognaria, con un corridoio per i pedoni da ambo i lati.

Mi guardo attorno e non ho la sensazione di trovarmi in un sobborgo di Kinshasa, o in Burkina Faso in qualche villaggio sperduto. Cani randagi ovunque, che troneggiano su montagne di terra e macerie, viandanti distratti che sbucano da ogni vicolo e che incrociano la nostra strada mantenendo lo sguardo fisso sul suolo, negozi chiusi con serrande arrugginite e qualche veicolo abbandonato qua e là. Guardo la mia compagna di sventura e le chiedo ironicamente: ma questa è la zona di turistica di Delhi? Perché se è così non so cosa possa essere la periferia…

Lei ride nervosamente mentre litiga col le ruote del trolley che su quella superficie sono un ostacolo anziché un aiuto. Io la precedo perché con lo zaino mi muovo più velocemente e mentre sto saltando tra una buca e l’altra scorgo un’insegna che riporta proprio il nome dell’hotel. Mi fermo e controllo meglio, chiedo conferma anche a lei e purtroppo è proprio lui.

Ormai sono in pista, entro con lei a sentire quanto costa una stanza e alla fine un po’ per stanchezza e un po’ perché devo rimanere solo una notte, decido di prederne una.

Non mi dilungo nel descrivere le condizioni igieniche e quello dello stabile in sé ma posso affermare serenamente che se l’impatto con l’India doveva essere forte, lo è stato: first reaction, shock!

Volevo fare una doccia ma l’ho guardata bene e mi è passata la voglia, troverò la forza più tardi, intanto poso lo zaino, carico il telefono, mi cambio e scendo in strada a vedere come si presenta la città dopo che è sorto il sole.

Baghdad, durante il conflitto, credo sia l’unica città nel mondo che possa essere stata più rumorosa di questa. Il rumore di sottofondo è quello dei clacson impazziti, suonati sempre due volte. Siamo in Main Bazar Road, una zona molto povera e molto autentica ho scoperto più tardi, chiamata così per via del fatto che ci sono mercati, negozietti e bancarelle ovunque. Non fatevi alcuna illusione, quando dico negozietti e bancarelle intendo cose che nessuno sano di mente oserebbe approcciare. La frutta esposta su banchi senza alcuna protezione, ricoperta da una coltre di fumo e polvere così come il resto dei prodotti in vendita.

Fiumi di persone che si dirigono in ogni direzione possibile, apparentemente senza alcuna logica e che attraversano la strada non curanti delle macchine e dei Tuk Tuk che vi sfrecciano sopra, altrettanto non curanti dei pedoni. Ad ogni sguardo che lancio vedo gente che rischia la morte, me compreso che preso dallo stupore di quel trambusto ho dovuto usare un paio di colpi di rene per non farmi prendere dagli specchietti o dalle ruote.

Nel camminare intorno senza una meta vengo riconosciuto e bollato come turista da tutti gli adescatori professionisti della zona. Non li guardo nemmeno e certo non gli do corda e devo dire che loro desistono anche in fretta e dopo circa un’ora rientro in hotel per parlare con il receptionist e chiedere consiglio su come organizzare il mio ambizioso itinerario per le prossime due settimane. I trasporti pubblici da queste parti sono quantomeno bizzarri e totalmente inaffidabili ma mi sta bene fare anche un’esperienza autentica.

L’uomo dietro il banco, mi risponde mentre appunta sul più grande libro abbia mai visto in tutta la vita, il nome di un cliente che è arrivato insieme a me. Mi dice che tra un paio d’ore arriva la loro guida turistica locale e che sarà lieto di aiutarmi e darmi tutti i consigli del caso.

Sento già profumo di truffa quindi non ci faccio molto affidamento ma decido di dargli una chance e sono felice di ricredermi dopo aver parlato per quasi un’ora con Rafiq, la guida.

Mi conferma ciò che già sospettavo, ovvero che con autobus e treni c’è il rischio concreto di non portare a termine il mio tour delle città del Rajasthan. Gli orari sono puramente indicativi e non è raro che i ritardi si accumulino fino ad arrivare alla cancellazione della corsa, che manderebbe all’aria qualsiasi pianificazione. L’avevo letto su diversi siti e guide e alla fine la soluzione è quella di noleggiare macchina e autista ad un prezzo decisamente più elevato ma molto più contenuto di quello che si pagherebbe in Italia e in qualsiasi altro paese del mondo.

Stabiliamo le tappe, quelle che avevo già in mente più una, che mi suggerisce lui, Jodhpur la città blu, che si trova sul tragitto e poi andiamo a pranzo insieme in un ristorante di fronte all’hotel. Pollo al curry con riso fritto, una zuppa di lenticchie e pane chapati. Tutto molto buono, ma il mio pollo al curry non lo batte nessuno 🙂

Nel frattempo si sono fatte le due e sento tutta la stanchezza del viaggio sulle gambe e sulle palpebre, decido quindi di risalire in camera e di scendere giù un paio d’ore più tardi per fare un giro in auto con un driver che Rafiq mi ha riservato per visitare velocemente Delhi. Ha un nome impronunciabile quindi lo chiamerò Gianguido che gli si addice molto di più. Guida una mini car molto simile ad una Micra per bambini, perfetta per infilarsi tra le auto e nei vicoli. Mi porta a vedere gli incantatori di serpenti, dietro mia richiesta, e a visitare un tempio Sick molto famoso tra i locali: il Gurudwara Bangla Sahib. Il nome l’ho dovuto copiare da internet perché non c’erano speranze di poterlo comprendere dalla viva voce del mio autista.

Qui inizia la parte divertente della giornata perché parcheggiamo nel sotterraneo e mi dice che devo togliermi le scarpe perché nel tempio si entra solo scalzi. Ma fai sul serio Johnny? Dal parcheggio andiamo a piedi scalzi, passando per lo sterrato e lo sporco? Lui ride e mi conferma che si fa così e io chi sono per oppormi?!? Saliamo su di due piani fino a raggiungere la zona antistante a questa imponente costruzione in pietra bianca, con una cupola dorata e immersa nei fedeli. Dall’interno esce una musica molto simile ai canti degli Imam, palesemente amplificata da un impianto stereo e diffusa in quattro direzioni distinte. Scendiamo qualche scalino e vedo che le persone che stanno per entrare nel tempio si coprono i capelli con dei foulard coloratissimi che vengono messi dentro a a diverse ceste metalliche. Vengono usati e riusati di continuo, senza essere mai sanificati, di questo sono certo.

Oltre a questa regola ce n’è un’altra che prevede di immergere i piedi in una mini piscina rettangolare posta prima della scalinata che porta al corridoio d’ingresso, come se fosse un modo per pulirsi i piedi e non contaminare un luogo sacro. Viene imposto altresì di lavarsi le mani e infine di togliersi eventuali calzini, come quelli che indossavo io e che dovuto lasciare temporaneamente fuori dal tempio. L’interno è pazzesco, i soffitti sono decorati con mosaici raffinatissimi e le pareti sono d’oro. In mezzo alla grande sala c’è un Guru, l’attuale, che non compie assolutamente nulla, se non benedire dei fiori che vengono regalati ai fedeli.

Il rito vuole che si cammini attorno al suo baldacchino e che ci si prostri ad esso in segno di rispetto e credo anche perdono. È stato decisamente suggestivo, singolare e molto genuino perche oltre a me non c’era nessun altro turista tanto che ho voluto fare due giri del percorso.

Il tempo è passato in fretta e senza rendermene conto si sono già le 5.30 e siamo quindi rientrati in albergo, dove mi sono messo a scrivere questo resoconto di giornata e da dove chiudo la prima giornata di questo viaggio che si preannuncia non privo di sorprese. La prima tappa sarà Jaipur, verso la quale nutro molta curiosità.

A domani.

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