Ieri ero sul terrazzo della mia camera, nell’Ashram che ho scelto per approfondire sia lo yoga che la meditazione nel corso di questa ultima settimana Indiana.
Alle 8 del mattino c’era un sole caldissimo, di quelli che scaldano e accecano anche per via dei riflessi sull’acqua del Gange che scorre proprio di fronte all’edificio.
Era di fatto il mio ultimo giorno a Rishikesh, oggi sono a Delhi e tra poche ore volerò in Italia.
È stato proprio un viaggio! In tutti i sensi, sia dal punto di vista culturale che mentale e spirituale e senza dubbio l’ultimo aspetto è stato preponderante.
Si sono impressi nella mente molti ricordi e ho avuto modo di comprendere alcuni aspetti della vita che da occidentale ignoravo. Sento di essere stato toccato profondamente nell’anima, è forse questo il modo più appropriato di esprimere le sensazioni che sto provando in questo momento.
Ogni giorno, ogni ora e ogni minuto di questo viaggio sono stati così intensi e così significativi che sono sicuro di avere bisogno di diversi mesi per metabolizzare gli insegnamenti ricevuti, le parole registrate e i cambiamenti che genereranno.
Ho avuto momenti di sana e volontaria distrazione, momenti in cui mi sono divertito e grazie ai quali ho potuto socializzare con persone che mi hanno consentito di vivere con più leggerezza alcune giornate, ma ci sono state situazioni, come quella vissuta ieri mattina sul terrazzo, che mi mettono di fronte ad una realtà che forse non riuscirò mai a capire e accettare totalmente.
Mentre ero appoggiato alla ringhiera con gli occhi chiusi, e con la pelle che cominciava quasi ad essere bruciata dal sole, ho sentito un rumore sotto di me. Era una ragazzina di 15 anni circa che stava facendo il bucato. Usava una tavola di legno appoggiata al suolo, sulla terra di un campo incolto. Davanti a sé aveva un secchio d’acqua con del detersivo. Stendeva i capi sulla tavola e li strofinava con una spazzola più vecchia di lei. Lo faceva canticchiando una canzone, credo un mantra perché ne ho riconosciuto alcune parole. Dalla sua voce percepivo gioia e spensieratezza. Non ci sarebbe stato nulla di particolare, era una scena che avevo già visto molte altre volte in giro per il paese, se non fosse che si trovava davanti a casa sua. Lei viveva proprio lì dove stava facendo i panni, in una baracca fatta di mattoni senza cemento, il cui tetto era composto da alcuni listoni di legno e un telo di plastica nera pieno di buchi. Niente isolamento termico, niente bagno, niente di niente, solo un po’ di mattoni e un telo.
Ci vive con i genitori e con un fratellino più piccolo. Li ho visti più di qualche volta in questi giorni, andare e venire, dal lavoro o da scuola e sbrigare le loro faccende quotidiane.
Ieri mattina li ho visti alle 6.30, dopo che avevo fatto la doccia nel comfort del mio bagno privato. Loro invece la stavano facendo all’aperto usando un secchio pieno d’acqua, presumibilmente fredda.
Guardare la ragazzina lavare i vestiti della famiglia mi ha annullato ogni pensiero. Non sono più riuscito a fantasticare o semplicemente a pensare a me stesso, nessuna considerazione lucida, solo sconcerto e tristezza.
Alzato lo sguardo verso il fiume ho girato la testa lateralmente, verso destra, verso la strada.
Un bambino si trovava in piedi sopra una montagna di mattoni. Sua madre, sotto di lui, aveva un cesto appoggiato sulla testa e lui ci appoggiava dentro i mattoni, uno alla volta, con delicatezza.
Entrambi canticchiavano, quasi sussurrando le parole.
La donna portava quei mattoni in un cantiere che si trovava 50-100 metri più avanti dove un edificio era in ristrutturazione e dove altre donne lavoravano insieme a lei, perché in India è una cosa piuttosto comune vedere donne che compiono lavori di forza e fa un certo effetto, non ve lo nascondo.
Ma il punto è come si può cantare mentre si sta vivendo nella miseria in questo modo?
Come può esserci gioia quando non si ha niente? Quando non si possiede nemmeno un fazzoletto per asciugare le lacrime. La risposta, per quanto semplice e disarmante, è che per queste persone la cosa importante è stare insieme, condividere gioie e dolori, condividere la vita uniti e con il sorriso.
Nell’ultima settimana, nonostante abbia avuto la fortuna di imparare un sacco di cose sul mio corpo e sulla mia mente che mi saranno utili per il resto della vita, ho immaginato e desiderato il rientro a casa. Sento di aver attraversato una parte di me che era nascosta da qualche parte, talmente in fondo da essere rimasta al buio fino ad oggi. È venuta alla luce più volte in questo viaggio ed è rientrata in fretta nel luogo da cui è uscita. Oggi però non se ne vuole andare, è ancora con me anche a distanza di diverse ore. La quotidianità di queste persone ha sgomitato e continua a farlo con prepotenza tra quelli che considero “i miei problemi”. Mi sento persino ipocrita ed egoista anche solo a ritenere di averne, perché non posso considerarli più come problemi, di sicuro non oggi e chissà per quanto ancora.
So che prima o poi la normalità delle mie giornate prenderà il sopravvento e probabilmente ricadrò nelle vecchie abitudini, ma spero di aver imparato a riconoscerle, ad attribuire loro la giusta importanza e quando serve a silenziarle.
Di questa esperienza voglio conservare quanto più possibile, voglio che rimanga dentro di me per sempre affinché mi ricordi cosa conta davvero e cosa è totalmente superfluo e inutile, se non addirittura fuorviante.
In questa ultima settimana c’è stato anche un altro fatto determinante per il percorso che ho intrapreso. Sono entrato in contatto con un uomo, uno dei professori della scuola in cui mi trovavo qualche settimana fa che insegna filosofia Yogica. È lui il padrone di casa dell’Ashram in cui mi trovavo ieri.
Mi ha offerto di stare a casa sua per qualche giorno. Lo scopo era parlare e conoscerci per consentire alle nostre anime di avvicinarsi, ma per me soprattutto imparare. In pochi giorni ha riconosciuto i miei punti di forza e debolezza, gli aspetti vulnerabili del mio corpo e della mia anima ed è riuscito ad insegnarmi moltissimo. Ha soddisfatto le mie richieste, ha risposto alle mie domande e mi ha insegnato alcune pratiche fisiche e mentali da integrare nella mia vita di tutti i giorni, a terra o per mare che sia.
Ma è andato oltre, come era normale che facesse un Guru e mi ha letto dalla testa ai piedi, in silenzio e con discrezione, fino ad individuare la priorità per lui più più evidente.
Non intendo parlare nello specifico di me, ma ci tengo a sottolineare la differenza di approccio tra la medicina Ayurvedica e quella Occidentale, soprattutto nel diagnosticare e poi trattare qualsiasi tipo di disturbo.
Noi siamo abituati ad analizzare il sintomo e a ricondurlo ad una origine fisica in funzione della quale adottiamo una terapia che in molti casi si limita a curare le conseguenze del disturbo ma non la causa.
L’approccio Ayurvedico invece fa un lavoro completamente diverso perché il sintomo in sé quasi non conta, se non per stabilire l’area in cui il problema si è manifestato. La causa invece viene esplorata attentamente ed è su di essa che la terapia si sviluppa.
Quella che per noi è un’origine fisica e che coincide con un punto di arrivo, è considerata invece un punto di partenza. Quella causa non è fine a sé stessa, c’è una domanda in più da porsi ed è “perché” è comparsa? Perché il corpo ha generato quel segnale? L’analisi passa quindi su un piano a noi estraneo, quello del Prana: dell’energia vitale di cui siamo pervasi. Si perché se quell’energia viene meno in una zona del corpo significa che il chakra associato a quella zona e a quelle funzioni ha avuto meno Prana di quanto avrebbe dovuto ricevere. E da qui ancora più in profondità, quel chackra è correlato a zone che si riferiscono a emozioni e pensieri. La teoria alla base della cultura Vedica intende il corpo come un mero involucro attraverso il quale ognuno di noi compie il proprio viaggio terreno.
Quindi il corpo manifesta il problema con i mezzi di cui dispone, con dolori, malfunzionamenti che se vengono ignorati non compresi diventano malattie. La cura pertanto non può essere fatta solo con medicine che eliminino il sintomo perchè il disturbo o la malattia prima o poi si ripresenterebbero sotto diversa forma. Serve un lavoro diverso, un lavoro che coinvolge il Prana sia a livello fisico che a livello spirituale, con delle Asanas (pose fisiche), con la respirazione e con la meditazione.
Durante le lezioni di anatomia yogicaa abbiamo parlato spesso di malattie comuni e la componente psicologica/spirituale è sempre considerata determinante sia per ammalarsi che per guarire.
Dopo aver iniziato ad esplorare questa filosofia affascinante ho deciso di farmi visitare da un medico Ayurvedico, inizialmente più per curiosità che per necessità e l’ho fatto con un certo scetticismo.
La prima domanda che mi ha posto appena mi sono seduto è stata una domanda che ogni medico ayurvedico pone ai pazienti che visita per la prima volta: Prajnapradh? Letteralmente “che peccato intellettuale hai commesso? La traduzione letterale non restituisce però il suo vero significato che assomiglia più a “che tipo di peccato hai commesso contro te stesso?” Perché se hai un problema fisico, nel 99% dei casi è perché hai trascurato o maltrattato il tuo corpo facendo pensieri che hanno generato emozioni negative e che hanno a loro volta originato un danno corporeo.
Su questo si basa la medicina Ayurvedica, questo è l’approccio con cui trattano le malattie più comuni. È chiaro che se si tratta di cose più serie si va in ospedale, ma anche in quel caso, a meno che non si tratti di un infortunio di origine traumatica, la causa della malattia non viene individuata nello smog o in altre cause fuori dal nostro controllo, ma sempre dai ragionamenti di cui parlavo poco fa.
Il corpo va curato, tenuto vivo e in buone condizioni, così come il cervello e l’anima, perchè tutti e tre insieme formano l’essere umano nella concezione Vedica.
Immagino che non tutti sappiano cosa sono i Veda e mi dilungo brevemente per darne una breve descrizione.
I Vedas sono le più antiche scritture Indù e sono probabilmente tra le più antiche scritture di tutto il genere umano. Sono talmente antiche che la loro datazione è incerta, anche se per convenienza si è deciso di collocarla approssimativamente a circa 2500 anni prima di Cristo. Recentemente è però emerso che stime più accurate hanno portato a concludere che risalgano a 5000 se non addirittura a 7500 anni prima di Cristo.
Ma cosa trattano i Vedas?
In quei testi c’è tutto il sapere Indù, una sconfinata raccolta di conoscenze che lasciano increduli e senza parole.
I manoscritti originali sono stati in parte rubati dai Tedeschi e dagli Inglesi nella storia più recente, mentre il resto sono gelosamente custoditi in India.
In quei testi, per fare un esempio, erano presenti tra le altre cose oltre 200 progetti di apparechi in grado di volare! Ci sono sezioni che parlano di velivoli in grado levitare verticalmente grazie ad un’elica fatta girare a 52.000 giri al minuto. La scienza moderna conferma che quei dati sono in effetti corrispondenti alle leggi della fisica e non si può non rimanere sorpresi e basiti di fronte all’impossibilità di rispondere alle domande più ovvie e scontate che queste scritture generano. Come potevano far girare un’elica così velocemente senza avere elettricità e senza carburanti?
In alcuni momenti, confrontandomi con i compagni di corso, mi sono ritrovato a constatare che apparentemente il genere umano ha fatto più di qualche passo indietro rispetto alla conoscenza di questi popoli che erroneamente definiamo primitivi.
Nelle conversazioni private che ho avuto Guru Ji (Fratello Guru), ho voluto approfondire anche questi argomenti prima di passare ad un livello più profondo. Pubblicherò un estratto di queste conversazioni nei prossimi giorni.
Ma come potevano gli Indù conoscere cose così specifiche e così complesse a cui noi siamo arrivati solo così tanto tempo dopo?
Lui mi ha spiegato come è stata impostata e come si è evoluta la cultura Vedica. Gli autori dei Vedas erano i Rishi. Chi erano i Rishi? Erano saggi sapienti che vivevano in isolamento nei boschi e nelle montagne dell’India antica. Erano considerati come i custodi della conoscenza divina trasmessa attraverso gli inni Vedica. Attraverso la meditazione e la contemplazione erano in grado di accedere a livelli di conoscenza profonda e di comprensione dell’Universo. I Rishi erano anche noti per la loro capacità di utilizzare le erbe medicinali e la pratica dell’Ayurveda per la cura del corpo e della mente. La loro conoscenza e i loro insegnamenti sono stati trasmessi oralmente per secoli prima di essere registrati nei testi sacri vedici. Questa fa supporre che la loro genesi sia ancor più antica della datazione attribuita ai manoscritti che menzionavo poco fa. Quando un sapere era stato riconosciuto, elaborato e soprattutto profondamente compreso e spiegato, solo allora veniva scritto e successivamente si iniziava a tramandarlo ai posteri affinché diventasse un mattone in più nella cultura condivisa di tutto il popolo. Così per migliaia di anni, per sempre.
Le parole usate da Guru Ji sono diverse dalle mie, io le ho semplificate e condensate per trasferire velocemente il loro significato, spero di esserci riuscito almeno in parte.
Che cultura affascinante, che modo di vivere e di evolversi geniale, naturale e consentitemi di dire incredibilmente perfetto.
Finisce così questo viaggio, con tanta ammirazione e con un grado di sorpresa che non è certo inferiore alla gioia di aver passato qualche settimana in un mondo nuovo e radicalmente diverso da quello in cui sono nato e cresciuto.
Alla prossima avventura.
Namastè.

Colombia: tra Colori, Cultura e Avventure!
Hola muchachos, que más pues? Espressione tipica della regione di Antioquía e in particolare della città di Medellin. Impossible tradurla





