Il mondo non aspetta chi corre

Day 8 – da Logroño a Nájera

Abbiamo passato la serata di ieri in compagnia dei Maiorchini con i quali abbiamo mangiato, bevuto e guardato la Spagna. Siamo stati in tre bar diversi che servivano tapas davvero buone e carne alla griglia. C’è una cosa va detta una volta per tutte: gli spagnoli hanno un po’ esagerato reinterpretando il concetto di “Ciccioli”. Bisogna spiegarglielo, non puoi mangiare una fetta di grasso di maiale e pensare di arrivare sano e salvo alla pensione. Vabbè, buonissimi!

Risate, brindisi e chiacchiere leggere erano ciò di cui avevamo bisogno ed è ciò che abbiamo avuto. La stanchezza però si è fatta sentire in fretta e non abbiamo tardato molto nel prendere la strada dell’hotel per dormire quante più ore possibile. La sveglia di stamattina è suonata come consuetudine alle 6.30, ma né io né Floriano avevamo intenzione di metterci in marcia prestissimo.

La tappa di oggi era lunga 31 KM, prevalentemente pianeggianti e quasi integralmente su asfalto o fondo duro. È la tappa più “brutta” fino ad oggi con un paesaggio monotono e sempre uguale, poi camminando a fianco all’autostrada è davvero difficile scovare una qualsiasi traccia di ispirazione. La temperatura alla partenza era di 2 gradi con un discreto vento proveniente da nord-est. Azzarderei un 15 nodi che sono simpatici come la sabbia sulle lenzuola.

Usciti dal centro storico abbiamo attraversato una serie di parchi pubblici uno dietro l’altro. Considerate tutte insieme creano un’area verde di dimensioni più che ragguardevoli nei quali abbiamo camminato con piacere incontrando anche Squitty, uno scoiattolo molto socievole e con una coda enorme.

Una cuffia a testa per me e Floriano che oggi ho camminato tutto il giorno, e abbiamo iniziato ad ascoltare un po’ di tutto. Prima le news dall’Italia, poi un paio di podcast di attualità e poi è stata la volta della musica che ci ha sostenuto e spinto fino all’arrivo. Ho deciso di lasciar fare a Spotify con il Daily mix che ha riprodotto come prima canzone “You Can Get It If You Really Want”. Sono bastate le prime 4 note e Floriano ha iniziato ad accelerare il passo, tanto che ho quasi fatto fatica a stargli dietro. Lui si gira e mi dice: con sta canzone ho guadagnato 2 KM. Come dicevo ieri, la musica cantata slega le gambe, la musica strumentale scioglie i pensieri.

Al confine estremo dell’ultimo parco si sbuca in campagna, su una strada provinciale che attraversa l’unico paesino presente sul tragitto verso Najera. Si tratta di un borghetto medievale, Navarrete il suo nome, di soli 2.100 abitanti situato a 500 metri sul livello del mare con una chiesa che prende integralmente la scena rendendola di fatto l’unica cosa interessante da vedere. Si tratta della Chiesa dell’Assunzione, costruita nel XVI secolo al cui interno sono rimasto a bocca aperta per qualche secondo a causa di una parete in oro in stile Barocco che tutto mi sarei aspettato ma certo non di trovare in quel paesino.

Ammirata e fotografata la chiesa, ci siamo fiondati sull’unico bar disponibile per divorare un bocadillo con queso, serrano e omelette che è diventato il nostro spuntino quotidiano di metà mattina. Quando ci siamo rimessi in cammino la temperatura sembrava per assurdo ancora più fredda, con il vento che rinforzava e che ci sferzava la pelle del viso. Riparandomi e proteggendomi il più possibile con due fasce da collo e il cappuccio della giacca, sono riuscito a non soffrire troppo.

Entrambi non avevamo mai camminato per 30 Km di fila, con uno zaino da 10Kg sulle spalle e con almeno un paio di Kg di vestiario addosso. Più volte ci siamo detti che dovevamo restare concentrati sulla meta, che non dovevamo farci condizionare solo dalla distanza e che, pur prendendoci il nostro tempo, saremmo arrivati a Najera verso le 16.30, questo era un po’ l’obiettivo. Per chi corre Maratone o è abituato a camminare sembrerà ridicolo ciò che ho detto ma per me e per lui non è stato così.

Siamo all’ottavo giorno di cammino, abbiamo sfondato oggi il muro dei 200Km che rappresentano circa 1/4 del totale e li ho sentiti tutti sulle piante dei piedi e sulle ginocchia quando abbiamo iniziato a scendere verso la piana sotto a Navarrete. Una cosa che mi sta facendo davvero male e con la quale sto andando molto cauto è scendere le scale, qualsiasi tipo di scale. Il momento di sospensione su una sola gamba tra un passo e l’altro, a volte mi fa vedere le stelle dal dolore.

È un dolore momentaneo perché ritornando su suolo piatto svanisce e questo è molto importante. La tenuta muscolare e il fiato vanno da Dio, segno che il Cammino sta facendo il suo lavoro e il corpo si sta abituando allo sforzo. Proseguendo attraverso le vigne e gli ulivi siamo arrivati a un

bivio di cui ci aveva parlato Matteo ieri. Si tratta di una piccola deviazione facoltativa che passa per un paesino con un nome originale: Ventosa. Non c’è nulla da vedere e infatti Matteo stesso non ce l’aveva consigliata, ma solo menzionata nella preparazione della tappa.

Io e Flo ci siamo voluti andare, per non farci mancare nulla e nonostante il paese si sia rivelato penosamente deserto e inutile (d’estate offrirà certamente qualcosa di più) abbiamo incontrato un amico che ci ha scortato fino a destinazione indicandoci la strada. Si trattava di un falco che ho arbitrariamente e insindacabilmente identificato come Pellegrino perché non accetto una specie diversa sul Cammino 🙂

Lui, e in alcuni momenti anche un suo simile sono stati battezzati dal sottoscritto Giulio e Nicola. Adoro dare nomi umani agli animali che mi piacciono e che incrociano la mia strada casualmente.

Giulio e Nicola erano a caccia e non so se avete mai visto come cacciano i falchi ma ci sarebbe da rimanere incantati per ore mentre li si osserva. Rimangono in sospensione ad un’altezza sufficiente per poter scandagliare con gli occhi il terreno individuando le prede ma nel contempo abbastanza distanti da non spaventare. Fanno “vibrare” (so che il termine non è appropriato ma restituisce bene l’immagine) le ali più velocemente di quando devono volare da un punto A a un punto B e questo gli consente di rimanere in posizione di ricerca fino a quando individuano la preda e si buttano in picchiata. Una volta che una sezione di terreno è stata battuta a dovere si lasciano spostare lateralmente dal vento, scendendo e salendo di qualche metro per poi ricominciare da capo.

Beh, Giulio ha lavorato come un dannato oggi pomeriggio e ha cacciato su tutti settori a disposizione da Navarrete a Najera ed è per questo che lo abbiamo avuto sempre sopra le nostre teste, quasi a volerci tenere compagnia durante una sua ordinaria giornata di lavoro.

Per noi è stato doping ulteriore, insieme alla musica. Lo guardavamo, ce ne dimenticavamo e poi lo ritrovavamo di nuovo lì. Le distrazioni di questo tipo sono una manna dal cielo, perché mentre le osservi non senti dolore, non senti fatica e soprattutto macini passi su passi.

Una croce commemorativa piuttosto spoglia ci ha segnalato un bivio al quale abbiamo tenuto la direzione del cammino originale. Alla base un sasso colorato con una scritta: “Riposa in pace Piccolo Sonny”. I nostri sguardi sono stati attirati dai colori ma quando abbiamo letto la scritta confesso di aver sentito il magone muoversi dal diaframma alla gola. Erano le 14 e avremmo camminato ancora per 3 ore durante le quali siamo passati sotto un tunnel nel quale è uscita fuori la frase del giorno: la strada è il mio lavoro, lo zaino la mia casa, i pellegrini la mia famiglia. Grazie Tarryn e Felix, ci avete regalato un momento di gioia.

Da lì in poi non c’è stato molto degno di essere menzionato se non un punto di osservazione che ci ha offerto una visuale sulla strada che ci siamo lasciati alle spalle, tantissima, e il Club del cinema di Najera.

Doccia calda, piedi in ammollo, tra poco usciamo a cena e abbiamo talmente tanta fame che stiamo contando i minuti che mancano all’apertura del ristorante.

Hang loose everybody, a domani.

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