Il mondo non aspetta chi corre

Day 12 – da Atapuerca a Burgos

Oggi non c’è molto da raccontare. Il paesaggio è stato forse uno dei più “brutti” da quando siamo partiti, e a parte le chiacchiere con Matteo e Flo, non ci sono state altre cose da segnalare, o forse sì.

Usciti dall’ostello abbiamo affrontato una temperatura più che rigida, zero gradi reali che, a causa dell’umidità e del vento, sono diventati -4 (percepiti). Non avevamo fatto colazione ed eravamo affamati come lupi in carestia. Fortunatamente, il bar del paese, sebbene chiuso, aveva una lucetta accesa nel retrobottega. Non ci ho pensato due volte e, bussando col bastone sul vetro della finestra, siamo riusciti ad attirare l’attenzione della signora delle pulizie che, mossa a compassione, ci ha aperto e ci ha venduto due merendine confezionate che avevano un valore nutrizionale pari a un pranzo di matrimonio pugliese. Le abbiamo divorate con un’avidità senza precedenti.

Zaini in spalla, bavero alzato e, per quanto mi riguarda, viso e testa coperti in stile “Isis” grazie alle due fasce da collo che si stanno rivelando il miglior alleato contro il freddo.

Pochi centinaia di metri in piano e ci siamo trovati di fronte all’unica salita della giornata. Niente di particolarmente impegnativo, ma sufficiente a far salire il battito e la temperatura del corpo. Il paesaggio in cima alla collina sembrava quello di un film di Sergio Leone che mi dispiace non aver potuto ammirare con il sole. Dall’alto, la vista sulla valle sottostante e su Burgos in lontananza è valsa la fatica.

Flo era andato avanti da solo per qualche centinaio di metri, e lo abbiamo raggiunto proprio in prossimità della croce dedicata ai pellegrini che si trovava sul punto più alto del ridosso. Come ogni mattina, abbiamo ascoltato le news della giornata grazie al podcast di Francesco Costa del Post.it. Poi mi sono ricordato che, sempre sul Post, era stato pubblicato un podcast speciale relativo al caso di Yara Gambirasio e così, per un’ora buona, la voce degli autori ha tenuto impegnate le nostre menti attenuando sia il freddo che la fatica.

Una volta iniziata la discesa verso l’unico paesino tra noi e Burgos, ci siamo fiondati nell’unico bar disponibile, che era peraltro chiuso, per bere qualcosa di caldo. La signora all’interno ci ha accolto ugualmente e, non potendo farci un caffè perché la macchina era spenta, ci ha preparato un tè caldo che ha svolto egregiamente la stessa funzione.

Avevamo già ricominciato a vestirci e stavamo per uscire quando è entrato un pellegrino vero, identico in tutto e per tutto alle immagini stereotipate dei pellegrini di qualche secolo fa. Era un signore avanti con l’età, con la barba bianca e con un mantello nero con cappuccio che gli dava un’aria ancora più vintage. Parlava inglese con un accento che non sono riuscito ad identificare, anche se forse potrei azzardare una provenienza scozzese o simile. Non aveva un solo euro in tasca, era infreddolito e affamato. Ha chiesto a Matteo se aveva qualche spicciolo, giusto per bere una cosa calda, ed era evidente che cercava prevalentemente riparo dal freddo. In pochi secondi abbiamo svuotato le tasche e abbiamo messo insieme cinque euro. Selfie di rito, augurio di Buen Camino e via di nuovo in strada.

Camminando con Matteo e Flo, che hanno gambe molto più lunghe delle mie, il passo è stato decisamente più veloce del mio solito: 5 Km/h. Sorprendentemente le gambe reggevano, il fiato anche, e il calore emanato dal corpo ha compensato bene l’aria gelida del mattino. Da lì in poi, campagna, campagna, campagna. Monotona, senza niente che valesse la pena osservare, e per uno come me che riesce a trovare qualcosa di interessante anche su un foglio di carta bianca, è stata davvero una novità. Però la compagnia, le chiacchiere, le risate e i discorsi semi-seri hanno riempito degli spazi che altrimenti sarebbero stati terreno fertile per la mente.

Entrati all’interno della cintura urbana di Burgos, ci siamo infilati in un bar popolare, uno di quelli in cui si fermano le persone del posto per uno spuntino veloce o un bicchiere al volo. Noi ci siamo seduti e un pezzettino alla volta abbiamo “spolverato” il banco delle tapas. Prima le alici marinate, poi la tortilla, poi il bocadillo e alla fine ci siamo alzati soddisfatti, appesantiti ma soddisfatti.

Il resto della passeggiata ci ha offerto qualche scorcio interessante sulle rive del fiume Rio Arlanzòn fino a quando lo abbiamo attraversato per entrare proprio in città e dirigerci verso il cuore della città dove si trova la Cattedrale e il nostro ostello. Oggi è stata una giornata decisiva per il mio equipaggiamento. Mi sono liberato della giacca pesante che ho utilizzato fino ad oggi, e soprattutto ho fatto il cambio dei pneumatici, ovvero ho comprato un paio di scarpe nuove. Il budget dell’avventura è stato ampiamente superato, ma come dico spesso: “One Life, there is only one life to live.” Quindi, crepi l’avarizia!

Prima di cena abbiamo guardato la partita della Corea insieme a Na e Kim, e per la prima volta in vita mia ho tifato per una squadra asiatica con così tanto trasporto che probabilmente ha superato anche quello che avrei provato se avesse giocato l’Italia.

Nonostante oggi abbiamo camminato solo per 22 Km e il pranzo

sia stato tutto meno che leggero, siamo arrivati a cena con fame, tanta fame, ed è così che ci siamo ritrovati tutti assieme, anche con Helena e Rafa, a mangiare in un ristorante tipico chiamato Maison Burgos, dove abbiamo mangiato un agnello talmente buono da farci leccare i piatti e pulire le ciotole come se fossero appena uscite dalla lavastoviglie, oltre a bere quattro bottiglie di vino rosso che hanno azzerato la sete di acqua. A pensarci bene, l’acqua non ce l’hanno nemmeno portata al tavolo.

Domani saranno 31 Km di passione, sudore e fatica, ma sono certo che come nei giorni scorsi sapremo trovare l’energia e le risorse necessarie per arrivare sino in fondo. Ah, dimenticavo, ieri Matteo è stato illuminato da un lampo di ispirazione creativa e ha assegnato un soprannome in spagnolo a me e Flo. Al momento ricordo solo quello che ha dato a me, sulla base dei racconti delle nostre vite che abbiamo condiviso durante le camminate insieme. Mi è piaciuto talmente tanto che lo sento mio al 100% e ho già deciso che sarà il prossimo tatuaggio, insieme alla conchiglia del Camino. Il soprannome è Enrico Milvidas (millevite). È stata una serata bellissima, una serata come quelle che si passano con gli amici di una vita seduti attorno a un tavolo. Ci conosciamo da pochi giorni, ma abbiamo trovato un feeling memorabile del quale sono già dipendente e che sicuramente mi mancherà una volta tornato a casa. Per il momento, per i prossimi 15 giorni, me lo godrò quanto più possibile perché come dicevano tutte le guide che ho letto prima di partire: la vera ricchezza del Cammino è dettata dalle amicizie che si instaurano lungo il percorso, ed è una verità assoluta. Basta, mi si chiudono gli occhi, i primi Roncadores nella fila di letti paralleli al mio hanno già acceso i motori ed è tempo che anche io sfrutti al massimo il tempo del riposo.

Hang loose everybody, a domani.

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