Le parole per descrivere ciò che abbiamo fatto oggi sono semplici e dirette, possono passare per presunzione e non mi interessa perché è ciò che proviamo. Abbiamo compiuto un’impresa eroica, abbiamo scritto un pezzo importante delle nostre storie e dimostrato a noi stessi che niente è impossibile.
Sveglia alle 7, colazione casalinga preparata da Lena che ci ha servito bruschette al pomodoro, torta alle mandorle, succo d’arancia, yogurt con muesli e frutta fresca. Io e Flo siamo stati gli ultimi a essere pronti. Quando siamo scesi nel salone principale, abbiamo trovato Maria ed Helena che stavano discutendo del poncho di Maria. Fuori pioveva da diverse ore e le previsioni indicano pioggia per tutta la settimana. Nessuno di noi si aspettava un nubifragio costante e che la pioggia rendesse quasi impraticabile il sentiero del Cammino.
Helena aveva un poncho identico al nostro, comprato da Decathlon, che, seppur economico, svolge la sua funzione. Maria, invece, stava per indossare un impermeabile da stazione di servizio, simile a una busta della spesa sagomata da omino Michelin. Questi impermeabili si strappano dopo venti secondi e non offrono alcuna protezione dall’acqua, neanche con l’aiuto di tutte le divinità del mondo. Oggi era il loro primo giorno di cammino, e quando ho visto Maria indossare quel “giocattolo”, ho deciso di darle il mio poncho. Consapevole che mi sarei inzuppato un po’, pensavo che la mia giacca e i pantaloni idrorepellenti avrebbero resistito almeno fino alla prima pausa.
Non solo non hanno resistito, ma non avevano nemmeno speranze di proteggermi dai secchi d’acqua che sono scesi nelle due ore successive. In ogni caso, ci siamo messi in marcia in quattro e, dopo aver affrontato una salita di media pendenza e percorso circa 4 km, siamo arrivati alla Cruz de Ferro, una croce di ferro eretta nel punto più alto del Cammino, a 1500 metri. Diventata un luogo mitico per i pellegrini, insieme all’Alto del Perdòn, è attesa con trepidazione, forse perché si trova nel tratto “finale” del Cammino.
C’è un rituale eseguito da coloro che passano di fronte alla croce, consistente nel lasciare ai suoi piedi un sasso, un oggetto o un messaggio, simboleggiando il liberarsi di un fardello. Ho lasciato una pietra, Flo una penna, ma ognuno lascia ciò che vuole. La Cruz era avvolta nella nebbia, flagellata dalla pioggia e ghiacciata per la temperatura del mattino, e noi subivamo lo stesso trattamento. Dopo aver liberato i nostri pesi, in un silenzio emozionante, abbiamo osservato ciò che ci circondava. C’erano messaggi d’amore, di dolore, una scarpetta da neonato, un blister di pastiglie, un pacchetto di sigarette, una fotografia, sassi con scritte in lingue quasi impossibili da riconoscere.
Non è stato facile passare oltre, e personalmente, l’ho fatto camminando per qualche metro all’indietro, ma il meteo peggiorava, e dovevamo proseguire. La discesa è iniziata, finendo solo una volta arrivati a destinazione. Potreste pensare che scendere sia facile, ma non è così. Affrontare una discesa ripida su un sentiero di rocce scivolose, sotto la pioggia e con uno zaino di 8-10 kg sulle spalle, è una sfida. Rimanere in piedi è la prima sfida, e la seconda è non far esplodere le ginocchia, con tutto il peso assorbito dalle gambe.
Il diluvio ha creato torrenti naturali che hanno scelto il sentiero come via di sfogo. In diversi tratti, ci siamo trovati a camminare con i piedi immersi in acqua fino a metà polpaccio. Le scarpe si riempiono rapidamente, i calzini diventano carta vetrata, e la pelle soggetta allo sfregamento continuo si consuma, generando vesciche o escoriazioni. Tutto questo ad appena 5 km dalla partenza e 20 dall’arrivo.
Ho notato che il sentiero e la strada arrivavano allo stesso paese sulla mappa del Cammino. Ho deciso di camminare sull’asfalto per limitare i danni, anche se l’acqua aveva attraversato tutti gli strati di vestiario, fino alle mutande. Il primo paese distava ancora 2 km, e ho accelerato il passo per raggiungerlo nel minor tempo possibile. Mathias, un tatuatore austriaco che ha percorso 2200 km con noi, ci aveva consigliato di affrontare le discese correndo leggermente anziché camminare. Così ho fatto, riducendo il tempo di percorrenza e preservando le ginocchia.
Arrivati ad Acebo, Flo aveva trovato un bar chiuso, ma una signora ci ha accolti immediatamente. Eravamo in 14, infreddoliti e tremanti. Ci siamo spogliati, asciugati e cambiati in uno spazio di 40 metri quadri. Abbiamo mangiato, bevuto the e caffè caldi, ci siamo riposati, e poi, vedendo che la pioggia peggiorava, abbiamo affrontato la domanda: e adesso cosa facciamo?
L’idea del taxi è stata considerata, ma Flo mi ha guardato dicendomi di fare come sentivo. Ha sottolineato che se avessimo preso un taxi, poi mi avrebbe rinfacciato di non avergli detto nulla. Quindi, abbiamo deciso di continuare con Michelangel, Na, Kim, Jenna, Maria ed Helena. Le ragazze hanno lasciato gli zaini a Rafa ed Helena per portarli all’ostello e si sono rimesso in marcia. Questo è l’effetto che il Cammino ha sulle persone, amplificando la determinazione e la fiducia in sé stessi.
Poi però quella determinazione la devi anche scaricare a terra, farla diventare reale, concreta, tangibile. Quando cammini in condizioni ancora più severe, quando la fatica si fa sentire senza pietà e guardi i km percorsi, capisci chi sei veramente. Fermarti non è più un’opzione possibile. Sei in mezzo ai boschi, solo con i tuoi nuovi limiti, mentre quelli vecchi sono rimasti indietro da tempo.
Io, Flo e Michelangelo abbiamo mantenuto un passo costante e sostenuto, con la determinazione di vincere contro ogni avversità. Il vento ci picchiava in faccia, la pioggia ci colpiva dritto negli occhi, costringendoci a tenere la testa abbassata e inclinata verso destra per far defluire l’acqua immediatamente. Eravamo distanziati di un paio di metri, alternandoci in testa alla colonna, riuscendo a scattare anche qualche foto, a rischio di danneggiare il telefono ormai molto umido.
Da un certo punto in poi, ho evitato di tirarlo fuori dalla tasca per almeno mezz’ora, perdendo la possibilità di catturare un coraggioso sole che lottava tra nuvole troppo dense. Il vento si rinforzava, la pioggia non diminuiva, e a un certo punto, ricordandomi del Tenente Dan in Forrest Gump, ho urlato al cielo: “È tutto qui quello che sai fare? È tutto qui?” Flo ha riso, ma in quelle parole e risate abbiamo trovato una forza sconosciuta.
Ci siamo ritrovati su una strada asfaltata che incrociava il Cammino, e al primo passo, la pioggia ha temporaneamente cessato e il sole ha fatto capolino per qualche minuto. È stato come vedere un’aurora boreale, come se Dio, se esiste, volesse dirci: “Ok, per stavolta la finiamo qui.” In quel preciso istante, ho pianto senza piangere per almeno 10 minuti. Lacrime di gioia, soddisfazione, audacia sconfinata e consapevolezza che nulla avrebbe potuto più fermarci.
Abbiamo camminato senza sosta, abbracciando la natura incontaminata, e abbiamo visto casette e paesini da fiaba. In uno di questi, ho visto l’albero di corbezzolo più grande mai visto, e poco più avanti, il cane più gigantesco, un Mastino Tibetano, che Flo ha riconosciuto e descritto. Sembrava un pony, con una testa larga come il mio girovita. Ho fatto una foto a distanza sicura, consapevole che avrebbe potuto offendere con uno sguardo, tanto era imponente. In realtà, aveva un portamento da gigione, ma il dito in bocca non gliel’ho messo comunque.
Ancora diversi km di discesa per arrivare a Molinaseca, un paesino incantevole che si autoproclama il più bello della Spagna. Michelangelo ha commentato che è stato un momento di megalomania del sindaco, facendoci ridere a crepapelle. Lui è un attore mancato, somiglia ad Antony Quenn e ad almeno altri tre attori famosi, ma per me è ancora più figo di tutti loro messi insieme. Sarà perché si è integrato nel nostro gruppo in pochi secondi, ma da quando lo abbiamo incontrato, non riusciamo più a separarcene.
Nel frattempo, ci siamo ricongiunti alle ragazze, che si sono dimostrate toste. Vederle arrivare davanti al bar ci ha riempito di gioia, e è stata l’occasione giusta per bere una cervecita celebrativa. Da Molinaseca a Ponferrada, restavano poco più di 5 km, una distanza considerata ormai di poco superiore a quella che separa il divano dalla camera da letto.
Pioveva, ma non così forte. Dopo tutto ciò che avevamo passato al mattino, sembrava quasi uno scherzo mal riuscito. Siamo arrivati cantando, con i palmi tra le dita come le anatre e la certezza di essere sempre più vicini alla meta. Lungo il percorso, abbiamo saputo che l’ostello in cui avremmo trascorso la notte aveva una cucina. Io e un altro ragazzo, Matteo, uno chef, abbiamo cominciato a parlare di cosa avremmo voluto mangiare. Antipasto a base di acciughe del Cantabrico, spaghetti all’Amatriciana e pollo Piri Piri.
Abbiamo cucinato e mangiato con la musica a un volume che probabilmente ha dato fastidio agli altri ospiti. Ma chi se ne frega? Eravamo in 14, sembrava una sagra di paese, e ci siamo divertiti così tanto che nulla avrebbe potuto scalfire il nostro stato d’animo.
È finita un’altra giornata, ci troviamo su un altro letto, il 22esimo letto diverso. Domani mattina saremo di nuovo in strada per macinare altri 26 km o giù di lì. Anche per oggi è tutto.
State scialli, a domani.


