Il mondo non aspetta chi corre

Questo racconto è stato troncato, ho dovuto interrompere la scrittura a causa di alcune notizie devastanti ricevute dall’Italia. Non sono dell’umore di finirlo, scusatemi, ma ci sono momenti in cui alcune emozioni prevalgono su altre e oggi è uno di quelli.

Mi sveglio alle 5, esco subito sul ponte, prima ancora di fare colazione. “You’re early, Enrico,” mi dice Liam, quasi incredulo. “I know it’s because I slept very well,” rispondo. Ed è proprio così, ho dormito talmente bene che potrei fare dieci km di corsa in questo momento.

Il vento durante la notte si è alzato leggermente, arrivando a 10/12 nodi. La nostra velocità è 9,5 nodi e nonostante abbia sentito che in un paio di occasioni il motore ha emesso alcuni strani rumori, per il momento sembra aver recuperato una certa stabilità.

Come sempre, la prima cosa che faccio è guardare dove ci troviamo. Siamo già entrati nello stretto di Bab al-Mandab e si vedono nitidamente entrambe le coste, quella dello Yemen alla nostra destra e quella di Gibuti alla nostra sinistra.

Torno giù, faccio un caffè, e ritorno subito fuori. Mi godo il silenzio dell’alba, guardo il mare che stiamo per lasciarci alle spalle e penso alla zona di mezzo in cui ci troviamo in questo momento.

Alexi mi si avvicina e comincia a parlare a raffica, 400 parole al minuto. Annuiamo, giro lo sguardo altrove sperando che capisca che non sono interessato a parlare, ma niente, lui continua imperterrito. Mi tocca dirgli chiaramente che mi sono appena svegliato e voglio restare solo e in silenzio. Per fortuna, lo capisce e ritorna dal suo collega, lasciandomi finire il caffè.

Oggi è il loro penultimo giorno a bordo; domani pomeriggio raggiungeremo la Service Boat ed effettueremo il drop-off. Lo ammetto, non vedo l’ora che scendano, perché sono un’entità esterna al resto dell’equipaggio. Mi danno più da fare di quanto non farò quando saremo soli e, come tutti gli ospiti, dopo 3 giorni puzzano. Noi siamo all’ottavo giorno, quindi il mio livello di tolleranza si è un po’ abbassato.

Torno in coperta, mi cambio la maglietta, faccio colazione, lascio la sacca dell’intimo in lavanderia e ritorno su.

Il sole sorge proprio ora, facendo capolino tra le nuvole. I colori sono sempre opachi e sbiaditi, anche se oggi sono un po’ più affascinanti del solito. Mi guardo attorno facendo un giro veloce a prua e ritorno immediatamente alla ruota del timone per non costringere Liam a tenere gli occhi puntati su di me anziché sulla strumentazione di bordo.

Cammino sul lato di dritta e all’improvviso un pesce volante mi salta quasi in braccio. Stanotte, durante la sua guardia, è successo ancora a Lucy, che l’ha preso dritto in faccia, povera.

Nelle due ore successive il vento cambia direzione diverse volte, fino a quando ce lo ritroviamo di poppa con un’intensità pari alla nostra velocità. Risultato: si ha la sensazione di assenza totale di aria, impossibile respirare. Basta fare due passi per avere già il fiato corto.

Non vedo l’ora di fare il controllo in sala macchine per trovare un po’ di refrigerio in coperta.

Jason monta di guardia e nel momento di massimo calore ci togliamo entrambi la maglietta.

Il comandante al mattino, appena sveglio, non è particolarmente loquace, ve l’avevo già detto, ma con questo caldo nemmeno io ho voglia di fare conversazione. Collego il telefono alla cassa bluetooth, Spotify attacca con “Personal Jesus” dei Depeche Mode, e mi ritrovo nel giro di qualche secondo a fare riflessioni introspettive di un certo spessore.

Il mare è così, se lo vivi nel modo giusto, ti porta a guardare dentro di te e trovare risposte a domande che altrimenti rimarrebbero parcheggiate in un angolo della coscienza. Penso poi ai prossimi step lavorativi, a cosa potrebbe succedere una volta arrivati a Napoli, a cosa “dovrei” fare professionalmente per definire la mia posizione lavorativa per l’estate. Sono già in ritardo perché in questo periodo dell’anno dovrei aver già firmato un contratto almeno per l’estate, e invece così non è, per mia scelta. Ho già rifiutato un paio di posizioni allettanti ma che non sentivo essere in sintonia con il mio spirito. Nella testa ho un obiettivo, che non voglio dire per scaramanzia, e devo aspettare di arrivare a Napoli per capire se si concretizzerà. Non dipende solo da me, ci sono diversi fattori che concorreranno alla sua risoluzione e posso solo aspettare. Ho alcune faccende da sbrigare in Italia nel mese di maggio, prima di poter ricominciare altrove, e per quanto cerchi di incastrare tutti i pezzi del puzzle, ho sempre la sensazione che manchi qualche elemento per concludere il gioco.

All’improvviso la luce del sole si infila lateralmente negli occhiali, abbagliandoli per un secondo. Li tolgo e chiudo gli occhi, strizzandoli con le dita. Nel “buio” del momento vedo un’immagine di me stesso con le mani aperte davanti al corpo, con i palmi rivolti verso il basso in un movimento dall’alto verso il basso. Un po’ come se mi stessi dicendo: abbi pazienza, aspetta e vedrai. Eccola l’illuminazione che attendevo, ricordarmi di una regola che ho deciso di adottare qualche anno fa, aspettare che arrivi un segnale ad indicare la strada ed è proprio ciò che farò. In un modo o nell

‘altro il destino traccerà la strada da seguire e quando sarà il momento giusto lo sentirò sulla pelle, inutile pensare, inutile forzare, inutile programmare.

Finalmente il vento cambia nuovamente direzione, così come la nostra rotta in ingresso nello stretto. Viene da nord est e la brezza ci solleva tutti di un palmo facendoci assumere una posizione eretta e non ricurva su noi stessi come fino a qualche minuto fa.

Scendo in coperta per preparare la frutta per Jason e non vedo nessun frutto più appropriato dell’anguria ghiacciata che ho in frigo. Ne taglio mezza in modo che ne avanzo per tutti. Che sollievo e che goduria.

Durante l’ultima ora di guardia mi metto davanti alla ruota del timone per farmi prendere in pieno dal vento. Una libellula, con mia sorpresa, vola contro vento avvicinandosi a me. Ha un colore giallo-arancione, ali lunghissime e una testa piuttosto pronunciata. Si ferma per qualche istante proprio alla mia sinistra, sbattendo le ali velocemente e “giocando” con la forza del vento che spinge lateralmente. Dopo qualche secondo si abbandona alla forza della natura e compie una virata improvvisa allontanandosi da me e dalla barca in un batter d’occhio, per poi sparire dalla mia vista.

Torno in cucina per preparare il pranzo, gli hamburger di cui i miei compagni di viaggio sono ghiotti e di cui non possono fare a meno. Questa è la terza volta in una settimana che li cucino e, se fosse per loro, sarebbe potuta essere anche la settima. Siccome non porta via molto tempo, decido di metterci un po’ di passione e compongo il vassoio con tutti gli ingredienti che ognuno sceglierà liberamente, aggiungendo qualche ingrediente in più. Niente di che, ma è giusto per rendere meno monotono il pasto. Prendo le foglie di iceberg e le squadro col coltello così da giocare con la forma tondeggiante del pane. Insomma, cazzeggio con il poco che devo fare, almeno mi diverto e il tempo passa più in fretta.

Grant si sveglia, viene in cucina, vede l’anguria e addenta voracemente un pezzo che era quasi congelato senza darmi nemmeno il tempo di avvisarlo. Per poco non fa una sincope.

Dormo due ore dopo pranzo, poi rientro in cucina e preparo la lasagna che mangeremo stasera. Sto per infornarla quando Grant passa davanti al banco per andare nella sala macchine e mi dice che siamo stati avvicinati 4 volte dai contrabbandieri yemeniti. Hanno fatto un paio di giri attorno alla barca, gli agenti della sicurezza si sono schierati sul lato di sinistra con le armi in mano e loro sono andati via. Pericolo scampato e a questo punto bisogna dire che averli a bordo ha fatto la differenza.

Taglio una confezione da mezzo chilo di ciliegini che condisco con aglio, basilico e olio d’oliva, quello buono, siciliano, comprato a Dubai. Peperoni saltati in padella e l’ormai immancabile insalata di spinaci. Siamo quasi pronti a cenare e ricevo una notizia dall’Italia che avrei preferito non arrivasse mai. Il mio umore cambia all’improvviso, mi ritrovo a rifiutare la realtà, a non voler ammettere a me stesso, ancora una volta, che le vite di tutti noi sono appese a un fottuto filo sottile che può rompersi in qualsiasi momento. Per oggi è tutto, le parole adesso le tengo per me e mi fermo qui. Buonanotte.

Condividi articolo

Articoli correlati