Mi sono addormentato con il mal di testa, mi risveglio con il mal di testa. Mi succede forse tre volte all’anno e lo detesto, è un dolore che non sopporto e infatti alle 3:55 mi sono alzato per prendere una Tachipirina, che fa effetto solo dopo un’ora circa senza darmi la possibilità di riaddormentarmi. Spengo la sveglia, faccio colazione, esco sul ponte. Andiamo piano, solo cinque nodi. Aria fresca stamattina, parecchio vento che spira sempre dritto in faccia e mare leggermente increspato. Siamo già di fronte alla costa di Hurghada e il motivo per cui andiamo così piano è che siamo in forte anticipo, quindi piuttosto che arrivare davanti alla banchina dell’immigrazione e restare due ore o più in mezzo al mare ad aspettare, meglio rallentare e arrivare ad un orario che sia il più vicino possibile al nostro appuntamento alle 8:00.
Jason prende il comando in anticipo rispetto al solito e alle 7 è già al timone. Io e Liam siamo già con lui ma nel giro di meno di dieci minuti il resto dell’equipaggio è altrettanto operativo, come se la sola presenza del comandante sul deck avesse dato la sveglia a tutti. Ovviamente conoscevammo tutti il programma e non c’è stato bisogno di impartire alcun ordine. Siamo tutti impegnati a farequalcosa, per prepararci all’ormeggio. Io e Liam andiamo a prua a tirare fuori le cime di ormeggio dal gavone più ampio, Clark e Lucy si occupano dei parabordi, Chris controlla e prepara le cime di lancio e alle 7:40, in perfetto orario, dobbiamo solo attendere l’autorizzazione all’ingresso. Giusto il tempo di mettere in chiaro tutte le cime e Jason innesta la marcia per dirigerci lentamente verso l’entrata del porto. Non parla nessuno, i nostri sguardi sono rivolti tutti nella stessa direzione e ognuno di noi prova una sensazione di eccitazione mista a impazienza. Attraccare e toccare terra è sempre un momento speciale.
Quando siamo a meno di mezzo miglio Liam chiama l’autorità portuale via radio: “Hurgada Maritime Port, Hurgada Maritime Port, this is S/Y Luna, we ask the authorization to dock.” La risposta è immediata, anche perché siamo l’unica barca in prossimità della banchina e, come ho detto prima, abbiamo un appuntamento già fissato. Alla nostra sinistra c’è la marina dove ormeggeremo dopo aver completato le pratiche di clearance che dovrebbero richiedere circa due ore.
Ormeggiamo all’inglese, sempre sul lato sinistro. A riceverci ci sono 4 persone di cui due in divisa, uno in mimetica e uno con l’uniforme della marina egiziana. Stiamo ancora assicurando le cime e noto che quello con l’uniforme bianca della Marina si sta facendo fare una foto da quello in mimetica per essere ritratto con la nostra barca sullo sfondo. Lì per lì penso che sia per documentare l’ormeggio, una foto in qualche modo “lavorativa”, ma poco dopo mi rendo conto che non ha nulla a che vedere col lavoro: vuole proprio farsi una foto ricordo con la barca. Non credo siano molte le barche a vela che passano di qui, specialmente di queste dimensioni, lo deduco dal fatto che nella marina ci sono solo barche e navi a motore. Passano cinque minuti e arrivano altre due persone, anche loro con lo smartphone in mano pronto ad immortalare l’attrazione del giorno.
Liam scende per consegnare i passaporti, io preparo una English breakfast perché nessuno ha veramente fatto colazione e siamo tutti affamati, Chris si occupa della sala macchine seguendo le sue routine quotidiane e Clark e Lucy iniziano a lavare via il sale dalla barca. Grant e Jason stanno parlando del portellone di poppa che ha bisogno di un ritocco e visto che dobbiamo rimanere qui per un paio d’ore è il momento giusto per farlo.
Sapevamo che avremmo ricevuto la visita di un funzionario che sarebbe salito a bordo per effettuare dei controlli, ma ci era stato detto che sarebbe successo alle 10:30, non alle 9, e rimaniamo un po’ spiazzati quando ci dicono che sta per salire l’ufficiale che si occupa del Covid test, ma non fa molta differenza e anzi il primo pensiero che facciamo è: meglio, così finiamo prima. Per prima cosa chiede tutti i Green pass, poi effettua un test antigenico a Jason e se ne va. Dopo 15 minuti arriva un secondo funzionario ed è un impiegato un po’ tracagnotto che si siede al tavolo con Liam compilando un form che riporta alcune informazioni di base sull’equipaggio e sulla barca. Passano una ventina di minuti e girandosi verso di me dice: “you the chef, I see all the food” – in un inglese che definire approssimativo è un eufemismo, mi sta comunicando che deve ispezionare la cambusa. Jason mi guarda e mi fa cenno di procedere. Inizio ad aprire tutti gli armadietti e tutti i cassetti, poi i frigoriferi e i freezer. Dopo averli aperti e aver scattato due foto mi chiede a quale temperatura sono impostati. Gli indico la parte alta della parete dove 5 mini display riportano esattamente l’informazione che vuole avere. Lui mi guarda e mi dice: “ok, ma devi attaccare ogni giorno un’etichetta con la temperatura interna”.
Lo guardo perplesso, cerco lo sguardo di Jason che assiste alla scena e riscontro la stessa perplessità. Rispondo di si e lui tutto contento torna a sedersi nella crew mess. Per gentilezza Liam gli chiede se desidera qualcosa da bere o da mangiare, lui lo guarda facendo una pausa di due secondi che interrompe chiedendomi un pezzo di torta al cioccolato. Ha visto la caprese sul banco. Non serve che Liam mi dica nulla che sono già li con un piatto e una fetta. Lui mi ringrazia, posa lo sguardo sul piatto, alza gli occhi verso di me e mi dice: così piccolo? Potevi darmi una fetta più grande, devo fare colazione. Alla faccia della professionalità, penso tra me e me. Torno con una fetta pari a tre porzioni che divora senza battere ciglio, in meno di due minuti. Prima di andarsene chiede di controllare anche i comparti sul pavimento, dove teniamo il secco e gli alcolici degli ospiti.
Verifica a campione alcuni pacchetti, scatole e lattine per assicurarsi che non siano scadute.
Mai visto nessun controllo di questo tipo ma ogni paese ha le sue procedure e quindi…andiamo avanti.
Se ne va e dopo circa dieci minuti arriva un altro funzionario. Questo vuole sapere ogni minimo dettaglio tecnico della barca, compresa la marca del pilota automatico, dell’impianto satellitare, la potenza dei generatori e dei motori mettendo quasi in difficoltà Liam e Chris che devono ricorrere alla loro memoria per rispondere. A metà del questionario mi guarda e mi chiede se può avere da mangiare. Vabbè ho capito l’antifona, vengono a scrocco. Se avessi saputo che dovevo sfamare tutta la dogana di Hurgada avrei cucinato qualcosa in più.
Se ne va anche questo e da il cambio ad una coppia in uniforme. Uno è un pompiere, l’altro sembra più uno della polizia di frontiera. Perquisiscono la barca da cima a fondo, cabina per cabina, armadio per armadio. Sigillano il vano degli alcolici e chiedono di vedere tutte le apparecchiature elettroniche presenti a bordo, come fotocamere, droni etc. Requisiscono tutto e ci fanno sapere che ci verrà restituito alla nostra partenza.
Dopo tre ore finiscono i controlli e ci danno un pezzo di carta scritto in Arabo e a mano da fare firmare al comandante, che è una sorta di verbale, roba da terzo mondo. Alle 14.15 finalmente siamo autorizzati al disormeggio eco spostiamo verso la stazione di servizio per rifornire.
Iniziamo il rifornimento che durerà circa 3 ore, io mi dedico alla lista della spesa. Stavolta per questioni di tempo preferisco stamparla e consegnarla al manager del supermercato e passare domani (oggi) a ritirarla.
Dopo averla finita, non avendo molto da fare, mi stendo per dormire o almeno riposare. Quaranta minuti dopo scendo dal letto, faccio una doccia in modo da essere anche già pronto ad uscire stasera, dopo essere tornato dal supermercato. Prendo le infradito, salto giù in banchina e faccio chiamare un taxi dall’operaio della stazione di servizio. Prima di partire Jason mi dice di trovare un ristorante per stasera, usciamo a cena, la cosa più importante è che sia un posto in cui viene servita la birra. Alle 17 arriva il taxi, una macchina scassata con un panzone di tassista che però si dimostra subito molto friendly. Usciamo dalla marina e dopo due curve siamo già nel cuore di Hurgada che a primo acchito non mi sembra essere così grande. Mi guardo attorno con curiosità, osservo dettagli che trovo curiosi e bizzarri un po’ ovunque. Ci fermiamo per dare la precedenza davanti ad una rotonda attorno alla quale ci sono edifici molto fatiscenti, alcuni in ristrutturazione, altri abbandonati e voltando lo sguardo alla mia destra vedo un “negozio” che è sicuramente una macelleria perché riconosco le sagome di alcune bestie avvolte in una tela di cotone bianco. Apro il finestrino per sentire i rumori della strada e respirarne l’aria. La fantasia si rivela essere una delle idee meno brillanti degli ultimi 47 anni, cioè della mia intera esistenza. Siete fortunati che gli odori non si possono trasmettere in forma digitale perché quello che ho sentito lì è assimilabile nella mia mente a quello che si può sentire a Calcutta, il giorno di Ferragosto, in prossimità di una fogna a cielo aperto. Chiudo immediatamente il finestrino e mi rendo conto che siamo in una zona di mercato a cielo aperto, una sorta di distretto del food locale. In una strada laterale scorgo un banco del pesce , in strada, infestato da mosche ed insetti, le carni della macelleria sono esposte al sole, i banchi di frutta e verdura idem. A ripensare alla Cina e alla genesi del Covid, mi meraviglio che da qui non si sia ancora innescato un focolaio di Ebola, Aids, Febbre Gialla e Peste tutte insieme. Penso che potrei finire in ospedale anche se solo mi venisse per un secondo il pensiero di comprare un qualsiasi alimento da queste parti, cosa che ovviamente non farò mai. Ripartiamo in direzione del Mall chiamato Senzo Mall, che dista venti minuti di macchina dalla marina. Ci allontaniamo dal centro abitato e dopo nemmeno 5 minuti siamo già nel deserto, molto simile a quello di Dubai nel quale ogni tanto compare qualche edificio imponente, privato, che assomiglia molto ad una cattedrale immersa nella sabbia. Ci sono militari e polizia ad ogni incrocio con strade laterali e ad ogni rotonda. In lontananza vedo l’aeroporto di Hurgada, piuttosto grande, con dei muri di cinta altissimi oltre i quali intravedo una catena montuoso molto alta avvolta in una foschia generata dalla sabbia mossa dal vento. Quando passiamo davanti ad una strada che costeggia un lato dell’aeroporto, e che l’autista mi dice essere la strada che va verso Il Cairo, resto pietrificato da una statua, celebrativa di non so cosa, che si trova in un’aiuola al suo ingresso. Due uomini, uno dei quali con un AK-47 sollevato al cielo. Non so nemmeno come commentare se non che ho provato a chiedere quale fosse il significato della statua al tassista che però non è riuscito a spiegarmi assolutamente nulla.
Mohammed, questo il suo nome, fuma una sigaretta dopo l’altra e me ne offre una. La marca sul pacchetto è Cleopatra, siamo in Egitto quindi mi sembra un nome appropriato ed essendo un nome di donna non posso rifiutare. Non sono nemmeno male, sembra quasi una Marlboro con la differenza che costano 1.5€ a pacchetto. Lungo la strada, sul lato sinistro, che costeggia il mare, ci sono una serie di resort con spiagge private e più vicino a noi, sul ciglio della strada, una serie di bunker militari. Arriviamo all’ingresso del parcheggio del Mall e veniamo fermati alla sbarra da due guardie. Prima ancora di aver completamente arrestato la macchina, Mohammed apre il bagagliaio. Sul momento faccio fatica a comprendere, poi vedo la guardia andare sul retro e richiuderlo subito. Voleva vedere se avevamo armi con noi. Il controllo viene fatto su qualsiasi vettura in entrata. Anche qui provo a chiedere il motivo ma non c’è verso di ottenere una spiegazione convincente. Entriamo al supermercato e lui mi fa da interprete con la cassiera per chiamare un responsabile. Arriva il capo reparto dell’elettronica, non esattamente il riferente che cercavo, ma spiego cosa mi serve e mi dice che si può fare. Leggiamo insieme la lista perché con l’inglese non vanno d’accordissimo e dobbiamo usare il traduttore di Google per essere sicuri che gli articoli nella lista vengano compresi dagli addetti che si occuperanno di gestire l’ordine.
A metà lista ci avviamo verso il banco dei surgelati perché voglio vedere personalmente alcuni articoli e li troviamo il direttore del supermercato verso il quale il mio attuale referente dimostra un timore reverenziale di un certo livello. Inchini, salamelecchi e alla fine Mr XX di cui non ricordo il nome, mi dice che vuole trascrivere sulla mia lista la traduzione in Arabo di ogni articolo. Iniziamo questa opera infinita che dura più di due ore anche se con lui dopo mezz’ora ci dobbiamo fermare perché il telefono gli squilla di continuo e mi dice che non può più posticipare le telefonate accumulate. Continua un altro capo reparto che parla un minimo di inglese col quale, in ufficio, terminiamo il lavoro linguistico. Resto basito dal fatto che non sanno cosa sia e non abbiamo disponibili prodotti come il sedano, i finocchi o il basilico. Non ho tempo per approfondire, va bene che mi diano quello che hanno.
Sono ormai le 6.45, dobbiamo ripartire per tornare prima in centro ad Hurgada per trovare il ristorante e poi in marina così posso cambiarmi i vestiti visto che sono ancora in divisa.
Ci fermiamo al volo in un paio di posti che sembrano essere carino ma nessuno è autentico, anzi sono proprio posti che non hanno nulla a che vedere con l’Egitto. Un ristorante americano, uno londinese, un pub in stile irlandese e via così, alla fine decido di lasciarli stare e cercare altro. Ad un certo punto entriamo in quella che ha tutta l’aria di essere la via principale del paese, cosa che mi viene confermata da Mohammed che mi dice che il nome della strada è Sheraton Street, come la catena di hotel da cui ha sicuramente preso il nome.
Non c’è più tempo per fare ricerche, capisco che però qui siamo nel posto giusto per avere scelte diverse ed essendoci anche negozi di ogni tipo può essere utile per fare acquisti, qualora qualcuno di noi ne dovesse avere bisogno.
Rientriamo in marina, scendo e gli do appuntamento alle 8.30 per venirci a prendere assieme ad un collega con un’altra macchina con cui ritorneremo a metà di Sheraton Street. Grant, Liam e Jason sono in un bar/ristorante dall’altro lato del porto a bere le prime birre. Mi cambio al volo e scendo con Lucy e Chris per raggiungerli. Beviamo 3 birre che ci rendono già tutti frizzanti. Prima di salire sui taxi facciamo un paio di foto con Oscar, il cammello taxi con cui i turisti vengono fatti sfilare lungo la strada della marina. Una bimba piccolissima si avvicina alla sua testa e lui sembra interessato a testarne la consistenza, così il suo padrone si frappone fra i suoi denti giallissimi e i capelli della bimba. Ci facciamo lasciare davanti al negozio Vodafone perché Chris vuole comprare una SIM locale per scaricare un po’ di video prima di ripartire. Mi sorprende che riesca a farsene attivare una con 20 Gb a 18€ senza fornire alcun tipo di documento o generalità, soprassiedo sul commentare la cosa.
Iniziamo a camminare lungo il viale, finalmente tocchiamo terra, non vediamo l’ora di infilarci da qualche parte per bere un’altra birra e mangiare qualcosa. Jason vorrebbe assaggiare il cammello, io non ci penso proprio e dice che secondo lui dovremmo uscire dalla strada principale, entrando in una via laterale, per addentrarci di più tra i locali e vedere da vicino la parte meno turistica del posto. Facciamo proprio così, io e lui, mentre gli altri aspettano Chris davanti al negozio. Appena giriamo l’angolo la strada passa da asfalto a sabbia e pietre. Macchine, bici, motorini, camion si alternano in entrambi i sensi di marcia sollevando una quantità di polvere esagerata. Un banco di frutta e verdura alla nostra destra cattura l’attenzione di Jason che mi dice, Hey guarda qua che roba che vendono questi. Ad uno sguardo veloce poteva sembrare quasi migliore del supermercato poi rifletto e osservo meglio. A parte ciò che è sul banco, vedo che per terra, letteralmente in strada, ci sono dei cavoli e delle zucche che sono ricoperte di povere e sporco, il resto dei prodotti ha un aspetto decente, ma solo perché sono stati bagnati con l’acqua e quindi luccicano un po’. Guardo il comandante e gli dico che se vogliamo arrivare a Napoli vivi e meglio che andiamo oltre e lui conviene con me. Avanziamo di 50 metri addentrandoci nella via e per farvi capire dove ci troviamo posso solo esclamare “Oh, mio Dio”. L’odore di fogna è talmente acre ed intenso che sono costretto a mettermi l’orlo della maglietta davanti al naso e alla bocca e restare in apnea finché non superiamo l’incrocio. Jason ride, io anche ma guardandomi attorno capisco che qui noi siamo come dei tonni sulle piste da sci, completamente fuori posto.
Tutti i bar stanno trasmettendo la partita di calcio fra Leicester e Chelsea e la gente la guarda stando sedute su sedie da campeggio, di proprietà dei bar, che sono poste proprio in strada. Fumano la Shi Sha, il narghilè e bevono qualcosa tipo thè o chissà quale altra bevanda. Alla fine ritorniamo dagli altri che nel frattempo hanno trovato una taverna greca dove vorrebbero entrare a mangiare. Mi sembra abbastanza paradossale mangiare in un ristorante greco in Egitto ma dal momento che servono birra saliamo al piano superiore da cui vediamo tutto il movimento della strada e beviamo un paio di birre. Jason mi dice che è arrivato il momento del mio show, nel senso che in quanto chef devo scegliere il ristorante giusto in cui fermarsi a mangiare. A parte che essere un cuoco non ti dà la sfera di cristallo ma poi come fai a scegliere un ristorante in un posto che non conosci solo guardandolo dalla strada. Vabbè accetto la richiesta e usciamo. Siamo troppo brilli per ragionare e alla fine scelgo un posto dall’aspetto presentabile in cui vedo due spiedoni di kebab. Saliamo al piano superiore, ordiniamo il kebab, delle insalate di humus, Baba ganush, salsa allo yogurt, melanzane piccanti e una salsa di pomodori e peperoni molto saporita. Purtroppo non servono alcolici e appena ce lo comunicano cala un velo di disappunto sui visi di tutti. Avendo scelto il posto mi sento anche un pelo responsabile del disappunto però sto cazzi, mangiamo abbastanza bene e non c’è molto da lamentarsi. Ridiamo a crepapelle alle battute di Grant, l’umore del gruppo è altissimo, siamo contenti di essere qui e di essere tutti assieme.
Scendiamo a pagare, 60€ in tutto, una bazzecola. Faccio un po’ di cinema col responsabile suscitando l’ilarità generale che viene poi amplificata quando saliamo sul taxi. L’autista è ubriaco perso e urla frasi incomprensibili in lingua araba ai passanti e alle altre macchine. Noi siamo al limite tra le risate e “oddio chissà cosa combina questo e se.ci porta a casa sani e salvi”. Per fortuna il tragitto è breve e dopo averlo salutato ci mettiamo in cammino verso la barca di cui vediamo in lontananza l’albero nero e la luce rossa in cima. Saliamo a bordo, ci auguriamo la buonanotte e io inizio a scrivere il racconto ma dopo 20 minuti mi rendo conto che l’impresa è quanto mai ardua e decido di spezzarlo in due concludendo ora la seconda parte. A domani.


