Era il 26 Gennaio 1950 quando veniva istituita la Repubblica dell’India e con essa entrava in vigore la sua Costituzione. Ogni anno in questo giorno il paese si riversa nelle strade e dà vita a grandi festeggiamenti che coinvolgono tutte le classi sociali e tutte le fasce d’età.
Gli alunni di ogni scuola preparano recite pubbliche, vengono organizzate parate militari e danze folcloristiche con vestiti e musiche tipiche.
Stamattina, quando sono uscito dall’hotel, non lo sapevo e non capivo inizialmente come mai ci fossero così tanti carri colorati che diffondevano musica a tutto volume.
Ci ha pensato Amit, l’autista che mi sta portando in giro per Varanasi in questi due giorni, a spiegarmi il motivo, aggiungendo che oggi non sarebbe stato facile districarsi nel traffico.
Non che di solito sia semplice, qui come nelle altre città che ho visitato sino ad ora, ma ci siamo trovati più di una volta ad attendere per diversi minuti il passaggio di cortei, camion e trattori.
Amit è un ragazzo di 36 anni, educato, molto socievole e molto loquace. Lavora con un gruppo di italiani che fanno parte di un’organizzazione che si occupa di aiutare le persone più povere qui a Varanasi, in particolare un signore di Zero Branco, in provincia di Treviso e quindi domani incontrerò questo conterraneo in india.
Il viaggio per Varanasi, ieri, è stato estenuante e mi ha davvero messo a dura prova, un po’ per la sveglia alle cinque del mattino e un po’ per le sette ore di macchina e le quattro ore in aeroporto.
Il viaggio in macchina poi ha riservato anche qualche sorpresa, si fa per dire, quando a causa di un incidente successo pochi minuti prima del nostro arrivo, ci siamo trovati bloccati e circondati da auto e camion che in un batter d’occhio hanno cominciato a fare inversione di marcia procedendo quindi in senso contrario, in autostrada, per raggiungere il primo svincolo utile per uscire e imboccare una strada provinciale. Sono stati attimi concitati, in qualche modo anche un po’ spaventosi, perché percorrere un’autostrada in contromano non lascia certo indifferenti, né tantomeno rilassati e Yado ha sfoderato tutto il suo istinto di sopravvivenza Indiano, nonché le sue abilità alla guida, per evitare le macchine che sopraggiungevano e che ancora non sapevano dell’accaduto.
Siamo arrivati all’aeroporto internazionale di Delhi in perfetto orario, anzi leggermente in anticipo, cosa che mi ha imposto una lunga attesa dovuta anche ad un ritardo di 1 ora e 10 minuti relativo al mio volo.
Mi sarei dovuto rendere conto che il caos e l’affollamento dell’aeroporto erano anomali, anche per Delhi, ma ero così stanco e desideroso di salire in aereo che non ho fatto alcun tipo di considerazione in merito.
Amit è venuto a prendermi all’aeroporto e mi ha portato direttamente in hotel dove a ben oltre mezzanotte ho finalmente fatto potuto fare una doccia e dormire.
La giornata di oggi è stata piuttosto ricca di visite ed eventi organizzati da Rafiq che ha dovuto concentrare tutto il programma tra oggi e domani mattina.
Abbiamo iniziato visitando alcuni dei tanti templi Tibetani, di cui Varanasi è ricca, e successivamente alcuni dedicati a Shiva. A proposito del Tibet e dei monaci Tibetani sento di avere un fortissimo interesse, un’attrazione vera e propria che sta per trovare finalmente un punto d’arrivo con la visita a Dharamsala, dove trascorrerò gli ultimi giorni, prima di recarmi a Rishikesh.
I templi visitati nella prima parte della mattinata non mi hanno impressionato particolarmente, soprattutto quelli dedicati a Shiva che ho trovato sporchi e mal curati, mentre quelli Tibetani mi hanno fatto l’effetto opposto e mi hanno colpito per più di un motivo. In primis la pulizia e l’ordine generale di queste strutture in cui vivono centinaia di monaci per circa sei mesi l’anno e in secondo luogo per l’atmosfera che si respira al loro interno osservandoli mentre svolgono le loro mansioni quotidiane. All’interno del primo tempio c’era un monaco solitario che recitava le preghiere in uno stato di trance mistica, oscillando con il corpo avanti e indietro e sgranando un Mala. Si tratta di una collana composta da 108 grani, utilizzata sia da Induisti che da Buddisti per recitare le preghiere ed è l’equivalente del rosario usato dai Cristiani.
Essendo l’unica persona nella sala, oltre a lui, ho cercato di essere quanto più discreto possibile e di non disturbarlo in alcun modo. Mi ha rivolto uno sguardo fulmineo, muovendo solo gli occhi e senza mai interrompere la preghiera, poi è tornato sul suo libro, ha abbassato il volume della voce arrivando quasi a bisbigliare e ha infine proseguito con la sua litania.
Era seduto per terra, su un cuscino rosso scuro, il classico rosso delle loro tipiche tuniche e aveva attorno a sé anche una coperta imbottita dello stesso colore.
Al centro della sala campeggiava un altare dorato con una sagoma a grandezza naturale del Dalai Lama sorridente. Era avvolta con un telo di plastica trasparente per impedire alla polvere Indiana di depositarsi su di esso. Lungo il perimetro della sala c’erano degli armadi di legno scuro e sicuramente vecchissimo, con vetrine di vetro all’interno delle quali c’erano oggetti di ogni tipo, accessori e strumenti per le funzioni che si svolgono all’interno del tempio e per a supporto dei monaci durante le loro giornate di meditazione e preghiera. Lampade, cuscinetti, ampolle e un sacco di altre cose.
Di fronte al tempio c’è l’università Tibetana di Varanasi, motivo per cui in quelle strade è molto facile incontrare studenti tibetani con i loro zaini sulle spalle mentre fanno ritorno a casa, o al campus in cui vivono.
La tappa successiva è stata Sarnath, abbreviazione di Saranganatha che significa Parco dei Cervi, che rappresenta uno dei luoghi più famosi e visitati di tutta l’India. Il motivo è presto detto: è il luogo in cui Buddha fece la prima predicazione ad un gruppo ristretto di cinque discepoli.
Nel punto esatto in cui si tenne questa predicazione sorge un albero di fico, che come leggenda vuole rappresenta l’albero situato a Bodh Gaya dove Siddhartha venne colto dall’illuminazione che lo portò a formulare i punti cardine di quella che è divenuta la religione Buddhista.
C’erano almeno altre venti persone attorno a me, mentre sostavo di fronte alle statue che rappresentano i protagonisti di questa leggenda, tutte in silenzio.
Il gazebo sotto cui sono state poste le statue è circondato dalle celeberrime ruote della preghiera Tibetane e non potevo esimermi dal farle ruotare percorrendolo tutto in senso antiorario (ricordate l’insegnamento della guida a Johdpur?!).
In questa grandissima area verde sorgono diversi altri edifici di interesse storico-religioso e le due ore che ho speso al suo interno mi hanno regalato momenti di grande fascino e profondità, amplificati anche dalle parole di Dada, lo zio di Amit, che fa la guida in questo luogo da oltre 35 anni. È un uomo buono, calmo e sorridente che trasmette tutta la passione per il suo lavoro.
Come lui stesso ha detto alla fine della visita, è un induista che ha vissuto gran parte della sua vita raccontando la storia di questo luogo, uno dei quattro luoghi sacri per ogni Buddhista e talmente importante da attirare milioni di persone ogni anno, che alla fine si sente per metà induista e per metà buddhista.
Se vi state chiedendo quali sono gli altri luoghi sacri utili ad ogni Buddhista per nel percorrere la via porta all’illuminazione, questi sono: Lumbini il luogo della sua nascita, Bodhgaya il luogo del risveglio, Kushinagar il luogo della morte e appunto Sarnath, il luogo del primo discorso.
L’itinerario mattutino è poi proseguito con la visita ad un altro templio Buddhista, questa volta molto più particolare perché si tratta di un templio Cinese, anch’esso molto curato e pulito ma decisamente molto più piccolo e meno frequentato.
Un’altra tappa suggerita da Amit è stata il Tempio Bharat Mata, inaugurato da Gandhi nel 1936 e contenente una mappa dell’India realizzata in mattonelle di marmo. Si tratta della più grande mappa dell’India che sia mai stata realizzata e quando sono salito al primo piano per vederla dall’alto mi ha lasciato a bocca aperta.
Senza nemmeno rendermene conto era già l’ora di pranzo e ho lasciato che Amit decidesse dove portarmi. La scelta è ricaduta su un ristorando Indiano-Cinese, cosa che mi ha dato la possibilità di mangiare qualcosa di diverso dal Masala e dal Curry perché si, continuo a sentire la necessità di cambiare sapori.
Nel pomeriggio c’erano due visite in programma: lo Shri Vishwanath Mandir, il più grande tempio dedicato a Shiva e la cerimonia dell’Aarty sulle rive del Gange, vista dalla barca.
Il VT, come lo chiamano gli indiani abbreviandone il nome, è un tempio piuttosto grande che ha come particolarità l’altezza della cupola principale, ben 77 metri. Al piano terra ci sono diverse statue raffiguranti Shiva e la moglie, al piano superiore invece ci sono statue di altre divinità minori.
Girovagavo scalzo per le sale di entrambi i piani quando mi sono imbattuto in un gruppo di persone disposte in cerchio. Incuriosito dalla cosa mi sono avvicinato per capire cosa facessero. Erano in attesa di poter toccare una piccola piscina di marmo, con una fontanella al centro che sorreggeva una statua di Shiva circondata da fiori arancioni. Un uomo seduto al suo interno aveva il compito di prendere i fiori che i devoti avevano comprato all’esterno, metterli a contatto con la statua e restituirli ai proprietari che nel frattempo immergevano le mani per prendere tra le mani dell’acqua con cui bagnarsi il capo e berne un po’.
Se avessi fatto io una cosa del genere sarei finito in ospedale in meno di mezz’ora perché per bere quell’acqua devi avere gli anticorpi con il passaporto.
Attorno al tempio un giardino piuttosto esteso ha offerto ai fedeli un’occasione per stare all’aria aperta e godersi il sole caldo del pomeriggio.
Le due ore successive sono state una buona occasione per rientrare in hotel e riposare un po’ prima di muoverci verso il Gange dove ci aspettava una barca in legno, piuttosto malconcia come le altre decine che ogni giorno portano i turisti lungo il fiume per assistere sostanzialmente a due eventi: la cerimonia appena menzionata e la zona in cui vengono bruciati i defunti.
Ero un po’ perplesso sul fatto di assistere a questa pratica così comune e così sentita dagli Indiani, si tratta di un funerale e non sapevo che effetto mi avrebbe fatto sino a quando non siamo stati sufficientemente vicini alle rive da poter distinguere le sagome dei corpi avvolti dalle fiamme.
Erano tantissime ed erano circondate da familiari e amici che assistevano in silenzio. Confesso di aver provato diverse emozioni, anche contrastanti, durante il passaggio.
All’inizio mi sentivo a disagio, i funerali sono un evento riservato e circoscritto ad un ambito di persone vicine al defunto e mi sembrava di essere un intruso che in qualche modo violava quella riservatezza. Ho distolto lo sguardo più volte fino a quando Amit si è avvicinato, forse perché ha intravisto quel disagio, per spiegarmi che la cremazione è considerata un aiuto che la famiglia offre ai propri cari per liberare l’anima dal corpo e ritornare a far parte dell’universo prima della prossima reincarnazione.
Questo pensiero ha rimosso il disagio e ha fatto nascere un’atra sensazione, più forte della precedente, generata dal fatto che i corpi in fiamme erano almeno una decina e quindi, credendo a quanto detto da Amit, in quel momento c’erano decine di anime in volo verso l’infinito.
Mentre la barca si dirigeva verso il Ghat dove stava per iniziare la cerimonia, quelle fiamme hanno assunto un significato più spirituale che mi ha consentito di vivere quei minuti con maggiore serenità e a cui è seguita la consapevolezza che arriverà per tutti noi il giorno in cui i nostri corpi saranno solo gusci abbandonati dalle nostre anime, così come ogni altro avere terreno e materiale.
Non avverto alcuna esitazione nell’affermare che questo è stato uno dei momenti più emozionanti e toccanti della mia vita.
Nel frattempo il Ghat la folla aveva invaso il Ghat, la scalinata che porta fino alla riva del fiume, circondando i sacerdoti che avevano ormai terminato tutti i preparativi.
Vi consiglio di guardare uno dei tanti video presenti in rete relativi alla cerimonia perché davvero molto bella e molto caratteristica. Dura circa un’ora e viene eseguita coinvolgendo il pubblico, che in alcuni passaggi risponde al sacerdote mentre recita le preghiere diffuse attraverso un impianto acustico che consente di udirne la voce sia da terra che dall’acqua.
Amit mi ha suggerito di andare via dieci minuti prima della fine per evitare di trovarci in mezzo alla folla nel risalire la scalinata, cosa che ho trovato estremamente saggia e prudente.
La giornata è finita con una pizza in camera, mentre riguardavo le tante fotografie di oggi e dei giorni scorsi, grazie alle quali ripercorro le tappe di questo viaggio che mi sta regalando tanti momenti profondi e altrettanti preziosi ricordi.
Anche per oggi è tutto e oggi più che mai vi saluto con
Namaste


















